Un laico legge “Christus vivit”

di: Andrea Lebra
Giovani

©Francesca Cavalli

«Ulisse, per non cedere al canto delle sirene, che ammaliavano i marinai e li facevano sfracellare contro gli scogli, si legò all’albero della nave e turò gli orecchi dei compagni di viaggio. Invece Orfeo, per contrastare il canto delle sirene, fece qualcos’altro: intonò una melodia più bella, che incantò le sirene. Ecco il vostro grande compito: rispondere ai ritornelli paralizzanti del consumismo culturale con scelte dinamiche e forti, con la ricerca, la conoscenza e la condivisione».

Lo scrive papa Francesco al n. 223 della Christus vivit (CV), l’esortazione apostolica postsinodale ai giovani e a tutto il popolo di Dio del 25 marzo 2019, all’interno della sezione della pastorale delle istituzioni educative che, per suscitare nei giovani esperienze di fede durature, non devono mai separare la formazione spirituale dalla formazione culturale. E aggiunge: «diritto alla cultura significa tutelare la sapienza, cioè un sapere umano e umanizzante» in grado di neutralizzare le tante sirene che oggi distolgono dall’impegno serio a porsi domande, a non farsi anestetizzare da modelli di vita banali ed effimeri, a cercare senso nella vita (n. 223).

Fornire ai giovani strumenti per intonare una melodia più bella, più armonica, più coinvolgente e attraente del «canto delle sirene» è – mi sembra – l’obiettivo di fondo della nuova esortazione apostolica. Scritta da Francesco a tutti i giovani cristiani, ma rivolta contemporaneamente al popolo di Dio, in quanto riflettere sui giovani e per i giovani è compito dell’intera comunità cristiana (n. 3).

Cristo vive

Lo strumento perché – non solo per i giovani ma per tutto il popolo di Dio – le tante sirene di oggi non prevalgano è fondamentalmente uno: rapportarsi con la persona di Gesù, considerandola non solo «come un buon esempio del passato, come un ricordo, come qualcuno che ci ha salvato duemila anni fa», ma come qualcuno che vive oggi, che ci colma della sua grazia oggi, che ci libera, ci trasforma, ci guarisce e ci conforta oggi (n. 124).

Gesù di Nazaret vive e ci vuole vivi: tutto ciò che ha a che fare con lui «si riempie di vita» (n. 1). Se egli vive, allora davvero potrà essere presente nella nostra vita e riempirne di luce ogni momento (n. 125).

Gesù, l’eterno giovane, vuole farci dono di un cuore sempre giovane, capace di amare (n. 13). Quale stella radiosa del mattino (Ap 21,16), egli è la grande luce di speranza e di guida nella nostra notte (n. 33). È una garanzia che il bene può farsi strada nella vita delle persone e che tutte le forme di morte e di violenza nascoste lungo il cammino possono essere attraversate in modo indenne (n. 127).

Gesù Cristo è in grado di ridare forza e speranza a chi si sente «vecchio per la tristezza, i rancori, le paure, i dubbi o i fallimenti» (n. 2). Quando il vigore interiore, i sogni, l’entusiasmo, la speranza e la generosità vengono meno, Gesù si presenta davanti ad ognuno di noi come si è presentato davanti al figlio morto della vedova (Lc 7,14), e con tutta la sua potenza di Risorto dice: «Ragazzo, dico a te, alzati!» (n. 20).

Cristo vuole persone vive

In negativo, essere vivi significa non guardare la vita dal balcone, non rimanere sul divano, non essere un’auto parcheggiata, non guardare il mondo con lo stile da turista, non andare in pensione prima del tempo, non rassegnarsi ad essere persone mummificate (n. 143), non accettare di essere considerati alla stregua di pezzi da vendere all’asta, non lasciarsi «schiavizzare dalle colonizzazioni ideologiche che ci mettono strane idee in testa» (n. 122), smetterla di lamentarsi (n. 127), non lasciarsi trasformare in burattini alla mercé delle tendenze del momento (n. 279).

Essere vivi significa non essere un albero senza radici (n. 179), perché «ciò che l’albero ha di fiorito vive di ciò che ha di sotterrato» (n. 108). «Le radici non sono àncore che ci legano ad altre epoche e ci impediscono di incarnarci nel mondo attuale per far nascere qualcosa di nuovo. Sono, al contrario, un punto di radicamento che ci consente di crescere e di rispondere alle nuove sfide. Quindi, non serve neanche che ci sediamo a ricordare con nostalgia i tempi passati; dobbiamo prenderci a cuore la nostra cultura con realismo e amore e riempirla di Vangelo» (n. 200).

In positivo, essere vivi significa essere disponibili al cambiamento, essere in grado di rialzarsi e lasciarsi istruire dalla vita (n. 12), spogliarsi dell’uomo vecchio, rivestirsi dell’uomo nuovo (n. 13), sognare cose grandi, cercare orizzonti ampi, osare di più, aver voglia di conquistare il mondo, saper accettare proposte impegnative e voler dare il meglio di sé per costruire qualcosa di migliore (n. 15), andare controcorrente e ribellarsi alla cultura del provvisorio nei rapporti coniugali (n. 264), volare con i piedi (n. 139). Quest’ultima bella espressione è così commentata da papa Francesco: «Il giovane va con due piedi come gli adulti, ma, a differenza degli adulti che li tengono paralleli, ne ha sempre uno davanti all’altro, pronto per partire, per scattare. Sempre lanciato in avanti».

Christus vivit

Ma essere vivi vuol anche dire aprirsi al futuro valorizzando l’esperienza degli anziani (n. 16), coltivare relazioni profonde ed entrare nel cuore della vita (n. 19), avere il coraggio di essere diversi, di mostrare altri sogni che questo mondo non offre, di testimoniare la bellezza della generosità, del servizio, della purezza, della fortezza, del perdono, della fedeltà alla propria vocazione, della preghiera e dell’amicizia sociale (n. 36), usare le energie per cose buone, coltivare la fraternità, apprezzare ogni piccola gioia della vita come dono dell’amore di Dio (n. 147), riconoscere l’opera di Dio tanto nella propria esperienza quotidiana quanto nelle vicende della storia e delle culture in cui si è inseriti, tanto nella testimonianza di chi ci ha preceduto quanto nella saggezza degli uomini e delle donne che ci sono stati di esempio (n. 282).

Persone impegnate socialmente

Essere vivi infine vuol dire soprattutto lottare per il bene comune, essere servitori dei poveri, protagonisti della rivoluzione della carità e del servizio, capaci di resistere alle patologie dell’individualismo consumista e superficiale (n. 174). L’impegno sociale è e deve rimanere un tratto specifico dei giovani d’oggi (n. 170).

Tutti dobbiamo salire sulla stessa canoa e cercare insieme di costruire un mondo migliore, sotto l’impulso sempre nuovo dello Spirito Santo (n. 201). Assieme al contatto diretto con i poveri, l’impegno sociale è da considerare alla stregua di «una occasione fondamentale di scoperta o approfondimento della fede e di discernimento della propria vocazione» (n. 170).

La vocazione del laico non va concepita solo come un servizio all’interno della Chiesa. Essa si concretizza prima di tutto nel testimoniare la carità nell’ambito familiare e nel praticare la «carità sociale o politica», nel costruire una nuova società a partire dalla fede, nel vivere in mezzo al mondo e alla società per evangelizzarne le diverse istanze, nel «far crescere la pace, la convivenza, la giustizia, i diritti umani, la misericordia, e così estendere il Regno di Dio nel mondo» (n. 168).

Spesso chi si impegna a vivere la dimensione sociale della propria fede riconosce che quello che riceve è più di quello che gli riesce di dare: può così sperimentare che «si impara e si matura molto quando si ha il coraggio di entrare in contatto con la sofferenza degli altri» (n. 171) in modo non estemporaneo e improvvisato ma stabile e competente (n. 172).

Amicizia viva con Gesù

Per essere vivi come ci vuole Gesù è necessario tornare, come si legge nel libro dell’Apocalisse (Ap 2,4), all’essenziale del primo amore (n. 34 e n. 50). E l’essenziale consiste nel discernere, scoprire, consolidare e far crescere l’amicizia con Gesù (n. 250), rinnovando e approfondendo l’esperienza personale dell’amore di Dio e di Gesù Cristo vivo che non può essere sostituito da forme più o meno valide di indottrinamento (n. 214).

La formazione cristiana dei giovani non può limitarsi a trasmettere una gran quantità di contenuti dottrinali o morali che a volte li annoiano e rischiano di far perdere loro «il fuoco dell’incontro con Cristo e la gioia di seguirlo» (n. 212). Certo, qualsiasi progetto formativo, qualsiasi percorso di crescita per i giovani, include una formazione dottrinale e morale. Ma è altrettanto importante che esso sia centrato su due contenuti principali. Uno è l’approfondimento del kerygma, l’esperienza fondante dell’incontro con Dio attraverso Cristo morto e risorto. L’altro è la crescita nell’amore fraterno, nella vita comunitaria, nel servizio (n. 213). Il tutto, all’interno di «comunità aperte, vive nella fede, desiderose di irradiare Gesù Cristo, gioiose, libere, fraterne e impegnate» (n. 220).

A volte per molti giovani Dio, la religione e la Chiesa appaiono parole per lo più vuote. La figura di Gesù, invece, quando è presentata in modo attraente ed efficace, attira la loro attenzione. Di conseguenza, la Chiesa non deve essere troppo concentrata su sé stessa, ma deve riflettere soprattutto Gesù Cristo. Per farlo deve cambiare ciò che va cambiato ed essere disposta anche a raccogliere le critiche dei giovani (n. 39).

Entrare in amicizia con Gesù fino a conversare con lui sulle cose concrete della propria esistenza significa fare un’esperienza fondamentale destinata non solo a sostenere la vita cristiana, ma anche a comunicare ad altri bellezza, ricevibilità (n. 129) e potenzialità umanizzante (n. 131) del messaggio evangelico.

È necessario, allora, indagare e contemplare il Gesù che ci mostrano i Vangeli (n. 31), così da far maturare in noi gli stessi sentimenti di Gesù Cristo (Fil 2,5), assumendo i criteri delle sue scelte e le intenzioni del suo agire (n. 281). Il nostro rapporto con il Cristo vivo, lungi dall’impedirci di sognare e di restringere i nostri orizzonti, ci sprona, ci stimola, ci proietta verso una vita migliore e più bella (n. 138).

Prima di ogni legge e di ogni dovere, quello che Gesù ci propone è di metterci alla sua sequela, alla maniera di persone legate da vincoli di amicizia che si frequentano, si cercano e stanno bene insieme (n. 290).

Anche oggi i giovani – come, peraltro, gli adulti – sono capaci di imparare a gustare il silenzio e l’intimità con Dio, ad adorare il Santissimo Sacramento, a pregare con la parola di Dio e ad aprirsi a proposte contemplative. «Occorre solo trovare gli stili e le modalità appropriati per aiutarli ad introdursi in questa esperienza di così alto valore» (n. 224). Spazi di solitudine, di silenzio e di preghiera prolungata sono indispensabili per ricomporre l’insieme della propria esistenza alla luce di Dio (n. 283). Nel silenzio, che non è una forma di isolamento, ci si dispone ad ascoltare il Signore, gli altri, la realtà stessa che sempre ci interpella in modi nuovi (n. 284).

Questo è il nostro Dio

Chi entra in amicizia profonda con Gesù, è in grado di scoprire il vero volto di Dio. E il vero Dio, quello che ci ama, ci vuole felici (n. 145).

ArcabasA questo riguardo papa Francesco dedica l’intero n. 114 – che merita di essere richiamato integralmente – alla valorizzazione di alcune espressioni rinvenibili nelle sacre Scritture che di Dio offrono immagini per lo più oscurate nelle nostre chiese e che, invece, sono in grado di scaldare il cuore anche degli uomini e delle donne di oggi. Dio è come un genitore affettuoso che gioca con i suoi figli: «Io li traevo con legami di bontà, con vincoli d’amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia» (Os 11,4).

Dio è come una madre che ama i figli, con un amore viscerale incapace di dimenticare e di abbandonare: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,15).

Dio è come un innamorato che arriva al punto di tatuarsi la persona amata sul palmo della mano per poter avere il suo viso sempre vicino: «Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato» (Is 49,16).

Dio ama con un amore fermo e invincibile: «Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace» (Is 54,10).

Dio ci assicura che siamo stati attesi da sempre e che non siamo apparsi in questo mondo per caso. Prima ancora di esistere, eravamo un progetto del suo amore: «Ti ho amato di amore eterno, per questo continuo a esserti fedele» (Ger 31,3).

Dio vede e apprezza la nostra bellezza, quella che nessun altro può riconoscere: «Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo» (Is 43,4).

Dio desidera farci scoprire che il suo amore non è triste, ma pura gioia che si rinnova quando ci lasciamo amare da lui: «Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente. Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia» (Sof 3,17).

Una Chiesa giovane

Per intercettare i sogni e le aspirazioni più profonde dei giovani, la Chiesa non può essere fissata sul passato e rimanere immobile e invecchiata. Deve essere una Chiesa giovane.

E la Chiesa è giovane quando è capace di ritornare continuamente alla sua fonte, cioè quando ogni giorno riceve la forza sempre nuova della parola di Dio, dell’eucaristia, della presenza di Cristo e della forza del suo Spirito. (n. 35), quando sta vicino agli ultimi e agli scartati (n. 37), quando è spazio di dialogo e testimonianza di fraternità (n. 38), quando riflette soprattutto Gesù Cristo (n. 39).

Essa è come un meraviglioso poliedro. Non è un’unità monolitica, ma «una rete di svariati doni che lo Spirito riversa incessantemente in essa, rendendola sempre nuova, nonostante le sue miserie» (n. 207).

Se è apprezzata la Chiesa che si mostra umilmente sicura dei suoi doni e anche capace di esercitare una critica leale e fraterna, altrettanto lo è la Chiesa che ascolta di più e che non sta continuamente a condannare il mondo. Come la Chiesa non deve rimanere silenziosa e timida, così non deve presentarsi come una Chiesa sempre in guerra per due o tre temi che la ossessionano. «Una Chiesa sulla difensiva, che dimentica l’umiltà, che smette di ascoltare, che non si lascia mettere in discussione, perde la giovinezza e si trasforma in un museo. Come potrà accogliere così i sogni dei giovani? Benché possieda la verità del Vangelo, questo non significa che l’abbia compresa pienamente; piuttosto, deve sempre crescere nella comprensione di questo tesoro inesauribile» (n. 41).

Per annunciare la Buona Novella di Gesù alle donne e agli uomini di oggi, bisogna «amare il nostro tempo con le sue possibilità e i suoi rischi, con le sue gioie e i suoi dolori, con le sue ricchezze e i suoi limiti, con i suoi successi e i suoi errori» (n. 200).

Christus vivit

Una Chiesa viva, memore di una lunga trama di autoritarismo maschilista da parte degli uomini nei confronti delle donne, fa proprie le giuste rivendicazioni dei diritti di queste ultime, s’impegna a contrastare e a prevenire ogni forma di discriminazione, abuso e violenza su base sessuale, contribuisce con convinzione ad affermare una maggiore reciprocità tra uomini e donne (n. 42).

La sessualità, vissuta all’interno della vocazione al matrimonio, non è un tabù, ma un dono di Dio dalla duplice finalità: amarsi appassionatamente e generare vita (n. 261). Essa va educata, in modo che non sia uno strumento per usare gli altri, ma una capacità di donarsi pienamente ad una persona in modo esclusivo e generoso (n. 265).

 

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