L’Amazzonia nelle lettere di un missionario

di: Angelo Baldassarri

paolino baldassarri

Padre Paolino M. Baldassarri è un frate dell’Ordine dei Servi di Maria: nato a Loiano (Bologna, Italia) il 2 aprile 1926 e morto a Rio Branco (Acre, Brasile) l’8 aprile 2016, dopo novanta lunghi e intensi anni di vita, sessanta dei quali come esperienza religiosa e missionaria nello Stato amazzonico dell’Acre, in particolare a Sena Madureira e lungo i fiumi della regione.

La vita di Paolino è segnata dalla ricerca di una umile fedeltà a Cristo e al suo Vangelo, e nello stesso tempo da una lunga e mai finita conversione: ha scoperto personalmente che lui, partito per insegnare a vivere agli Indi, aveva tanto da imparare da loro non solo della vita ma anche del Vangelo. Così diceva ritornando dall’Italia, dove veniva solo ogni 10 anni, alla sua cara Amazzonia: «Domani viaggerò per il lontano Acre per trovarmi con quelle comunità isolate, ma dove Lui c’è realmente».

In questi giorni spesso mi chiedo che cosa avrebbe detto se avesse potuto partecipare al Sinodo e mi vengono in mente le lettere che scriveva a me e alla mia famiglia, per decenni unico ponte per comunicare con lui, in particolare durante la dittatura quando più volte ha rischiato la morte.

Condivido alcuni brani delle lettere a me indirizzate, da cui emerge in modo vivo di che pasta era fatto mio zio. Così mi scriveva poco prima della mia ordinazione sacerdotale:

«Dio che ti ha scelto per essere guida e luce in mezzo a un mondo che fugge dalla luce, ti ha eletto a essere speranza in mezzo a un mondo sfiduciato, a essere gioia in un mondo sconsolato e triste, a essere Gesù misericordioso in mezzo a un mondo senza prospettive……ti chiedo di pregare veramente per me perché possa essere fedele alla mia missione di essere povero e stare sempre al lato dei poveri che sono facilmente dimenticati anche negli ambienti religiosi ed ecclesiastici» (1.9.1997).

Imparare da loro, anche il Vangelo

Il suo modo di stare dal lato dei poveri era quello di andare ad incontrarli in ogni villaggio della foresta per sostenerli e nello stesso tempo per imparare da loro:

«Nei mesi di ottobre e novembre ho fatto la lunga desobriga del fiume Jaco. La salute mi ha aiutato. Ho fatto lunghi viaggi a cavallo nel centro della foresta per 50 Km. Solo l’andata sul somaro. Chi va con l’automobile e sulle strade di asfalto, 100Km è questione di un’ora, a cavallo sono state 20 lunghe ore. Il viaggio quantunque stancasse molto era poetico e bello, in mezzo alla foresta primitiva che sta scomparendo per causa dell’ambizione selvaggia del denaro facile. Immense estensioni di foreste sono state abbattute il pianeta terra soffre ed entra in agonia. Ora devo lottare contro il governo che era un governo amico ma che ora per fare strade di asfalto dove non c’è pietra fa cambio con Banco Mondiale per pagare con legna preziosa della nostra foresta. Il governo popolare, che dovrebbe essere amico, per farsi un nome distrugge la foresta legalmente. Si fa la multa a un povero che abbatte un poco di foresta per seminare fagioli riso e granoturco e non si dice nulla contro il vice governatore che distrugge una enormità di foresta e tutti stanno in silenzio.  La mania di essere grandi allevatori e distruggere la foresta per seminare le erbe e avere quindi mandrie di bestiame sta attaccando anche il piccolo colono e la foresta scompare e il disastro ecologico si avvicina. Quando ho un poco di tempo do interviste alla radio e alla televisione, molti mi danno ragione ma in teoria perché la distruzione continua. L’anno nuovo dovrebbe essere nuovo ma a Copenaghen nella riunione mondiale dell’ecologia non si è fatto un bel niente cominciando dagli USA che non vogliono comprendere… Qui la mia lotta in favore della foresta è sempre più difficile perché chi distrugge la foresta sono quelli che consideravo amici ma… io come una piccola formica faccio la mia parte e il Signore farà il resto» (30.12.2009).

paolino baldassarri

Ha fatto la sua parte rimboccandosi sempre le maniche, mettendosi dalla parte dei poveri e lavorando con loro e per loro. Ha iniziato costruendo scuole in ogni luogo per aiutarli ad affrontare le sfide della vita. Ha fondato cooperative che aiutassero a continuare a lavorare nella foresta commerciando gomma e prodotti del luogo. Avrebbe voluto lasciare la parrocchia per vivere qualche anno con una tribù indi per imparare da loro la fraternità evangelica.

«Il mio primo contatto con gli indi fu molto da amico. Non mi maltrattarono: mi accolsero con molta gioia. Cominciai a dire: come si dice questo nella vostra lingua? Io cominciai a scrivere la loro lingua. Gli altri li disprezzavano come se fossero delle bestie. Quando hanno visto che io mi interessavo della loro lingua mi diedero subito il nome e mi dissero lei è della nostra gente. Da allora mi chiamarono “Kumaa”. Li trattai come la parte più importante della mia missione: imparare la lingua, vedere le loro tradizioni, vedere quello che hanno di bene, dare quello che noi abbiamo di bene, la nostra civiltà, la nostra religione. Stiamo studiandoci l’uno con l’altro. Volevo vedere come si comportavano. Loro non erano divisi: lavoravano insieme, pescavano insieme; le famiglie erano rispettate. I bambini si alzavano presto, facevano le loro frecce ed archi ed andavano a cacciare. Le bambine andavano con un cestino  nel campo accanto alla madre a lavorare e cantavano. Io non ho mai visto tra loro litigare.  Quando si va a cacciare, se uno non caccia niente non deve essere disprezzato nel villaggio. Quando andavo con loro io non prendevo nulla perché non ero capace: tornando al villaggio io non avevo nulla, per questo mi misero sulle spalle un pezzo di cervo. Tutte le volte che si va a cacciare tutti al ritorno  hanno un pezzo di cacciagione. In un certo modo vivevano già il Vangelo senza conoscere Gesù» (10.11.1999).

“Loro stessi mi daranno la chiave…”

Nel Giugno 2000 si preparava ancora ad un viaggio di mesi nei fiumi per visitare le comunità più lontane.

«Andrò a visitare le tribù degli Indi Cacinava e Kulina. È una missione molto difficile. Prima gli Indi erano i grandi sconosciuti e ‘era chi diceva che non c’erano più…..per vari anni non ebbi più contatto con gli Indi finché si venne a un accordo con il governo e rimasi lavorando con le comunità del fiume Purus e cercai di organizzarli.  Riuscii ad avere alcuni capi di bestiame per ogni Aldeia (villaggio). Passavo mesi con oro e nutrivo una grande speranza. Agli Indi davo gli arnesi di lavoro e il mio lavoro con loro ed ebbero un periodo di prosperità, ma poi di nuovo entrarono altri organi del governo a volersi intromettere nelle questioni indigene e dopo aver fatto tutto per demarcare la terre indigene ora gli Indi hanno appreso il cammino della città e vengono in citta e si ubriacano e litigano e si ammazzano e i bambini vanno a razzolare nei bidoni del rusco per trovare qualcosa da mangiare con infinita umiliazione nostra. Come vedi devo affrontare una situazione penosa e precaria. Hanno portato gli Indi in città e dai bianche hanno appreso solo a ubriacarsi a usare di violenza e chiedere l’elemosina…..ora ho un impegno difficile.. come convincere gli Indi a rimanere nelle proprie aldeia? Il Signore ha i suoi piani che sono misteriosi e come furono gli indi stessi che mi chiamarono a lavorare con loro, così loro stessi mi daranno la chiave del problema da risolvere».

Ogni mattina accoglieva in parrocchia decine di poveri dando loro le medicine che da soli non avrebbero potuto comprare. Una lettera scritta dopo una grave malattia mostra lo stile che l’ha guidato nel suo instancabile servizio.

«Mi hai trovato in casa perché nel mese di Giugno sempre sono in viaggio sul fiume Purus per rivedere le comunità indigene, ma quest’anno non ho terminato il mio viaggio e sono ritornato ammalato e sono rimasto all’ospedale una settimana. Sono già tornato in parrocchia e sto meglio ma questo è stato un segno che gli anni passano e comincio a convincermi che non potrò più fare quello che facevo in passato e dovrò cedere le redini ma…. Ancora sento il desiderio di continuare nella mia missione, ho il desiderio di attendere lunghe file di ammalati che ho atteso per tanti anni e lo farò finché potrò, sento il desiderio di continuare i miei lunghi viaggi e avere così contatto con i problemi specialmente la conservazione della foresta. Sono ritornato con una polmonite forte e una diarrea di sangue e mi hanno ricoverato in un appartamento di lusso e mi hanno applicato medicine carissime ….. E ora sto raccontando la storia ma…. Subito sono venuto a contatto con una cruda realtà…. È morto di polmonite un padre di famiglia perché non aveva il denaro per comprare le medicine. Tutto questo mi fa pensare seriamente e vedo come molte volte si spende in denaro. Non credere che mi sentivo bene nell’ospedale con tutti i confort. Perché io ho accesso a tutto questo e tanti muoiono perché non hanno il minimo. Mi viene di questionare tanti modi di agire della nostra società ricca ma  non felice» (14.7.2002).

Per chi è senza voce

Fino all’ultimo ha gridato con la vita prima che con le parole perché non ci abituiamo a un mondo in cui diventa normale una così ingiusta disparità tra poveri e ricchi.

«Qui la vita è dura perché l’ingiustizia da affrontare è grande. Vedo l’abbandono completo della gente nelle foreste e nelle colonie mentre in città tanta gente guadagna senza far nulla. Non riesco a conformarmi con l’ingiustizia e quindi uso della mia persona in tutti i modi scrivendo al presidente e sui giornali della capitale, sollevando per parte dei grandi un’onda di rabbia perché vorrebbero fare le cose tranquilli e nella loro disonestà e si sentono feriti quando qualcuno alza la voce in favore dei poveri, in favore della foresta. Mi sento alle volte un nulla ma grido se pure so che trovo il deserto. Finché avrò vita voglio avere il coraggio di parlare in favore di tanti poveri ed emarginati. Quando penso di riuscire a fare qualcosa trovo subito un grave ostacolo e qualche grande che si sente minacciato nei sui privilegi usa tutti i mezzi  per neutralizzare quello che faccio in favore dei più carenti» (20.3.1998).

Le lettere mostrano che anche Paolino, di fronte a tante difficoltà e incomprensioni, a volte era preso da sconforto e pessimismo. Ma poi guardava la gente più piccola e povera e ritrovava fiducia perché sapeva che Dio avrebbe donato attraverso di loro la soluzione dei problemi.

«Il nostro mondo consumista ed edonista dovrà essere di nuovo cristianizzato da questi poveri che sono gli amici del Signore» (3.3.2005).

 paolino baldassarri

Una delle foto inviate da padre Paolino alla famiglia

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