Convocati in Sinodo: in dialogo con Myriam Wijlens

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Intervista con Myriam Wijlens, teologa olandese e docente di diritto canonico all’Università di Erfurt (Germania), nominata da papa Francesco «consulente» del Sinodo dei vescovi. Dal sito ufficiale della Congregazione dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù (dehoniani).

myriam wijlens

La professoressa Myriam Wijlens è nata nei Paesi Bassi. Ha studiato diritto canonico a Ottawa, in Canada. Attualmente insegna diritto canonico all’Università di Erfurt, in Germania. Nel 2018, papa Francesco l’ha nominata alla Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori. Ha molta esperienza con questioni complesse riguardanti l’abuso di minori e di adulti vulnerabili nella Chiesa cattolica. Il nostro incontro con lei riguarda la nomina di papa Francesco della professoressa Wijlens quale consulente del Sinodo dei vescovi. Lo scorso 7 settembre alla signora Wijlens è toccato l’onore e l’onere di presentare nella Sala Stampa Vaticana il documento preparatorio del Sinodo dei vescovi sul tema «Per una Chiesa sinodale: Comunione, partecipazione e missione».

  • Professoressa Wijlens, la prima domanda è un po’ personale: cosa ha significato per lei, come donna, presentare un documento per il Sinodo dei vescovi nella sala stampa vaticana?

Mi chiede cosa significa per una donna presentare un documento nella Sala Stampa Vaticana. Ho trovato bello – ed ho apprezzato molto – il fatto che sul podio dove abbiamo presentato il documento ci fossero il cardinale Mario Grech, un altro vescovo, una suora: lei e il vescovo sono sottosegretari. C’era poi un sacerdote, e c’ero io, come laica. Era veramente rappresentato il popolo di Dio in tutta la sua diversità. Ho pensato che fosse una dichiarazione di come la Chiesa si stia dirigendo verso un modo diverso di pensare e di agire. Ha testimoniato davvero che come popolo di Dio siamo in cammino, in viaggio. Che il nostro processo di discernimento degli ultimi mesi è stato davvero un processo sinodale. Per me è stata una bellissima esperienza di quanto stavamo presentando e discutendo.

  • Soffermiamoci su quanto stava dicendo sul Sinodo. La domanda si sposta ora sul contenuto: qual è lo scopo del Sinodo e del suo processo?

È una specie di doppio compito. È un sinodo sulla sinodalità. Ciò che stiamo facendo è allo stesso tempo quanto vogliamo sperimentare. Ciò su cui stiamo riflettendo è quanto il santo padre vuole che la gente sperimenti. Di cosa si tratta? Penso che guardando al Vaticano II si vede come papa Francesco non stia cambiando nulla, ma stia solo ulteriormente sviluppando il dettato conciliare. Il Concilio ha prestato molta attenzione al rapporto tra il papa e i vescovi. Era un argomento rimasto in sospeso al Vaticano I, che si era concentrato sul papato. La relazione tra il papa e i vescovi è stata affrontata nel terzo capitolo della costituzione sulla Chiesa del Vaticano II, Lumen Gentium. Tuttavia, durante i lavori del Concilio, furono i vescovi a rendersi conto che era necessario inserire nella costituzione un capitolo riguardante il «popolo di Dio» e che doveva precedere il capitolo sulla gerarchia. In questo capitolo ha trovato posto tutto quanto è comune a tutti i battezzati. In esso c’è un’enfasi molto forte sull’opera dello Spirito Santo all’interno della comunità.

Un altro aspetto importante per comprendere l’attuale attenzione alla sinodalità risiede nella mutata dottrina del Vaticano II sulla rivelazione, che si trova espressa nella costituzione dogmatica Dei Verbum. Prima del Concilio la rivelazione era pensata come una raccolta di proposizioni esprimenti un insieme di dottrine che venivano consegnate al popolo (laici), il quale doveva impararle a memoria. Il Vaticano II spiega che Dio parla agli uomini come amici e vive in mezzo a loro per entrare in comunione con loro (DV 2). La rivelazione è un incontro delle persone con Dio e avviene in parole e azioni. Lo Spirito Santo conduce tutti nella relazione e nella comprensione (DV 5). Di importanza decisiva è che la Parola di Dio sia ascoltata e accolta da tutti, compresi i membri ordinati del popolo di Dio. Nei prossimi mesi saremo tenuti ad apprezzare il fatto che tutti i fedeli, ciascuno e tutti, possono incontrare Dio personalmente.

In passato, abbiamo pensato che tale incontro passasse attraverso i sacerdoti e i vescovi. Ma il Concilio ci ha riportati al punto di partenza: tutti possono avere questo incontro. Questo è un concetto molto importante nel Concilio, l’idea di una persona che incontra Dio direttamente. Penso sia ciò che ci viene chiesto in questo processo sinodale: aiutarci a vicenda ad ascoltare ciò che lo Spirito Santo sta dicendo a ciascuno e a tutti noi. Questo ascolto deve avvenire in modo da poter essere una vera Chiesa missionaria. Non importa in quale luogo, in quale stato, se giovane o vecchio, ricco o povero, se emarginato: tutti possono avere questo incontro con Dio. Perciò dobbiamo ascoltarci a vicenda, discernere ciò che la Parola di Dio ci sta dicendo, qui e ora. E poi discernere verso dove incamminarci.

  • Nell’ascoltarla, sembra di capire che questo processo ha a che fare molto di più con un’attitudine spirituale che con le strutture.

Penso che sia proprio così. Il Papa sta dicendo che la Chiesa ha bisogno di ciò che definirei una «conversione». Il Sinodo non riguarda le strutture, ma riflette chi siamo e dove siamo. Dobbiamo differenziare «sinodo» e «sinodalità». Il sinodo è una forma di esercizio della sinodalità, nella quale ci si riunisce e ci si ascolta a vicenda. Ma la sinodalità può dispiegarsi anche in altri processi. Nella vita religiosa si vive una forma di sinodalità senza che mai si tenga un sinodo. Quindi, ci sono diversi modi di esprimere uno stile sinodale. La sinodalità riguarda il camminare insieme e l’ascoltarsi a vicenda, il ricercare la comunione.

  • Dal momento che parliamo di un processo, può brevemente delineare i passi più rilevanti di questo processo sinodale, che risultano abbastanza insoliti?

Il documento preparatorio del Sinodo si apre con le parole: «La Chiesa di Dio è convocata in sinodo». Il documento usa anche la terminologia: «Sinodo di tutta la Chiesa». Quindi non si tratta solo del Sinodo dei vescovi. Inoltre, se si osserva il documento, ha un titolo che recita: «Sinodo 2021-2023». Quindi, non è solo un Sinodo dei vescovi celebrato nel 2023, ma è un Sinodo di tutta la Chiesa e nel documento si trova una definizione del Sinodo come «Assemblea dei vescovi che si riunirà nel 2023 all’interno del Sinodo di tutta la Chiesa». Si tratta di una novità, ma del tutto nella linea del Vaticano II. In passato, si teneva un processo preliminare; ora questa fase preliminare è diventata parte dello stesso Sinodo. L’ascolto di tutta la Chiesa non è una questione preliminare, ma fa parte di tale processo. Inoltre, il sinodo inizia nelle diocesi e anche questo fatto è espressione della dottrina formulata nel Vaticano II: la Chiesa vive nelle e dalle Chiese locali.

Si tendeva a guardare molto alla e dalla prospettiva della Chiesa universale. Ora si dà più peso alla Chiesa locale, alle diocesi, e quindi alla diversità e agli aspetti culturali delle stesse. I religiosi sono un po’ più abituati a questa differenza, perché possono avere province in tutte le parti del mondo (in Camerun, Indonesia, Canada, Olanda, Polonia, Finlandia). Ora è necessario che tutti imparino ad ascoltare queste voci differenti e a discernere quanto si sente e si deve fare insieme.

Il percorso che proponiamo è che ogni Vescovo nella sua diocesi nomini un responsabile che coordini i processi di ascolto a livello locale. Si chiede ai vescovi di garantire che questo ascolto includa non solo le persone con le quali si è sempre in contatto, ma anche quelle ai margini, affinché siano ascoltate. I vescovi dovrebbero fare un passo avanti – ma forse tutti noi dovremmo fare un passo avanti – per entrare in questa prospettiva. Quando i vescovi concluderanno questa prima fase, dovranno trovarsi nelle rispettive conferenze episcopali, non tanto per scrivere un rapporto ma per discernere e interrogarsi: cosa sentiamo dall’interno delle nostre diocesi? Cosa c’è già di buono, che cosa deve essere migliorato? Che cosa poi riferire a tutta la Chiesa? Questo avverrà la prossima estate.

Dopo aver ascoltato le relazioni delle conferenze episcopali, la segreteria generale del Sinodo stenderà un documento indirizzato alle strutture continentali, ad esempio: il CELAM in Sud America, la Federazione delle Conferenze Episcopali Asiatiche (FABC) in Asia, il Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE). Queste istituzioni assumeranno quindi un ruolo attivo e questa è una vera novità. Si spera così di evidenziare un po’ meglio tutto quanto è specifico di ogni continente. I risultati di questo processo di discernimento continentale saranno riportati a Roma e sulla base degli stessi la Segreteria del Sinodo preparerà l’Instrumentum laboris per l’Assemblea dei vescovi del Sinodo del 2023.

  • Parliamo della sinodalità e dei religiosi. I religiosi potrebbero dire di avere già strutture sinodali. Assemblee, elezioni, Capitoli, scadenze negli uffici ecc. Perché dovrebbero essere interessati a questo processo?

Penso che sia una vera sfida. Sono piuttosto coinvolta in collaborazioni con le Congregazioni dei religiosi, essendo consulente canonico di alcune di esse, e ritengo che una delle grandi sfide per tanti Istituti religiosi sia la capacità di ascoltare davvero le persone di altre culture, anche all’interno delle comunità religiose. Quanto ancora è dominante la cultura europea in molte comunità religiose? Nell’ascolto, dobbiamo riconoscere le diverse culture e i pregiudizi tra le culture, compresa la nostra. Ascoltiamo veramente? Ci impegniamo veramente? Penso che questa sia una sfida, come lo è la scelta di vivere in comunità, sotto lo stesso tetto. Si vive insieme o solo uno accanto all’altro?

Questo riguarda tutti i livelli della comunità. Cosa significa vivere in una comunità religiosa in relazione al ruolo che molti dei confratelli rivestono? Molti svolgono il ministero in parrocchia. Quando esercitano il loro ministero di parroci come vivono la sinodalità? Come la esercitano in una parrocchia affidata alle loro cure? Come si relazionano con le minoranze? Che atteggiamento hanno nei confronti delle donne o dei poveri? Come incoraggiano la differenza in un consiglio pastorale, sapendo che è molto più facile lavorare con persone che la pensano come noi?

Anche questi sono processi di apprendimento della sinodalità. C’è un Vademecum, un manuale che è stato scritto per il Sinodo. Le persone hanno chiesto: «E le scuole?». «Come ascoltiamo i bambini?». I religiosi, in alcune parti del mondo, potrebbero avere delle scuole, o dei pensionati. Come si ascolta ciò che i bambini hanno da dire? Come si dà loro voce in questo processo? I bambini non sono oggetti e questa convinzione deriva dal mio lavoro nel campo degli abusi. Non sono solo dei destinatari, sono anche dei protagonisti. Ma spesso tendiamo a insegnare loro invece di ascoltarli. Quindi, penso che il processo sinodale sia una meravigliosa sfida che i religiosi devono affrontare nel modo di esercitare il loro ministero.

  • Questo mi ricorda che la sinodalità non è solo una questione di strutture, e che non basta che ci sia un Capitolo e delle elezioni; occorre una capacità di ascolto reciproco e degli altri al di fuori della Congregazione. E questo può essere una sfida specifica per le Congregazioni clericali maschili che hanno membri in posizioni di potere, ad esempio nelle parrocchie e in altri istituti cattolici.

Certo, è una questione di come si diventa consapevoli di ciò che si sta facendo. Una questione è quando i religiosi sono nelle loro comunità; un’altra è quando esercitano un ministero. In questo caso devono saper dare voce e permettere alle persone di esprimersi. Penso che i religiosi abbiano un compito speciale. Ne sono profondamente convinta e non penso solo alle diocesi e alle strutture episcopali. C’è un compito profetico specifico dei religiosi. Non sarebbe meraviglioso se alla fine potessimo dirci che i religiosi hanno dato un contributo particolare, perché hanno portato la loro esperienza dentro il processo di apprendimento? Ma anche i religiosi possono divenire più consapevoli della presenza degli altri e del fatto che discernere in comune richiede tempo. Che ci possono essere punti di vista contrastanti che suscitano gravi tensioni. Per il mio lavoro, so molto bene che questo accade anche nelle comunità religiose. La questione è allora: cosa possiamo imparare dai religiosi per risolvere le tensioni che sorgono nel corso di un processo di discernimento?

Alcuni religiosi potrebbero pensare: abbiamo già le nostre riunioni all’interno della nostra vita comunitaria, di provincia ecc. Ma si potrebbero fare alcune domande: Il provinciale, o il superiore della casa impone la sua posizione o ascolta i confratelli per decidere? Basta verificare chi e come decide l’ordine del giorno di una riunione. Un passo successivo consiste nel riflettere sul modo in cui le riunioni vengono moderate: viene facilitato l’ascolto? Tutte le voci possono essere ascoltate? Come ci si ascolta a vicenda? Come si arriva a prendere una decisione?

Accanto all’ascolto vi è un altro aspetto: la leadership. Non c’è niente di più frustrante che chiedere alle persone di esprimere la loro opinione e poi agire senza tenerne conto. Oppure non attuare ciò che si è accordato o ciò che il gruppo ha deciso. La questione della responsabilità rimane aperta. Attualmente sto moderando un progetto di ricerca sulla «Responsabilità in una Chiesa sinodale». Abbiamo invitato un ex superiore generale di un istituto religioso clericale molto grande a riflettere con noi su temi come: Che cosa possono imparare le diocesi dagli istituti religiosi sulla responsabilità? Che cosa possono imparare dall’esperienza dei capitoli? Che cosa dire delle dimissioni dopo due mandati? Che cosa significa tutto questo? Come potrebbe la Chiesa beneficiare di queste disposizioni ed esperienze?

I religiosi dovrebbero sentirsi incoraggiati a parlare delle loro esperienze positive, ma anche delle sfide che ne derivano. Non dovrebbero attendere che gli venga chiesto, ma parlare e condividere!

  • Facciamo un passo indietro, sul processo sinodale. Ci sono già diverse esperienze nella Chiesa universale che coinvolgono i sinodi, i concili locali. Questo non rappresenta forse un modo troppo elaborato di fare un sinodo, che rischia di sovraccaricare le chiese nazionali, passando da una riunione all’altra?

Alcune chiese hanno già iniziato a percorrere il cammino della sinodalità. Ad esempio le Chiese in Germania e in Australia. La Chiesa in Irlanda sta iniziando un sinodo per tutto il paese. In questi tre paesi i processi sono nati come risposta alla crisi degli abusi sessuali. Si sono resi conto che vi sono problemi sistemici e che non è possibile non affrontarli: occorre trovare un nuovo modello nelle relazioni e per le decisioni. La cultura ecclesiale deve cambiare. Ma trovare un nuovo percorso non è solo responsabilità del clero, deve essere fatto con il coinvolgimento di tutti i fedeli interessati da tale processo. L’Australia, la Germania, l’Irlanda… sono esempi di paesi dove le persone hanno iniziato il cammino. Anche altri luoghi hanno iniziato un percorso. Occorre ricordarlo: quando il Sinodo del 2023 sarà chiuso, il processo sinodale non terminerà. Dovrà continuare e radicarsi nelle Chiese. Chi è già in cammino può, in modo creativo, riflettere su quanto sta accadendo. Penso che il cammino sinodale in Germania sia uno dei modi di procedere. Ma ci sono molte altre strade possibili. Se è vero che «tutte le strade portano a Roma», bisognerà vedere quali frutti produrranno le differenti strade che saranno percorse.

Alcuni anni fa ero a Bombay. Ho avuto il privilegio di partecipare a una sessione del consiglio pastorale diocesano. Per ogni parrocchia vi era un rappresentante. Era straordinario vedere come le 130 persone presenti nella sala non solo conoscessero il cardinale, ma addirittura come lui conoscesse per nome le persone presenti nella sala. Vescovo e popolo hanno interagito e fatto discernimento in maniera unica. In molte, molte parti del mondo, i vescovi non si sono dotati di un consiglio pastorale diocesano e i parroci non hanno un consiglio pastorale parrocchiale. Il Codice di diritto canonico stabilisce che non sono obbligatori. Tuttavia, se i vescovi e i sacerdoti comprendessero che lo Spirito Santo non è soltanto con loro, ma che per mezzo del battesimo e della confermazione tutti hanno ricevuto lo Spirito Santo e che ci sono diversi carismi nella Chiesa, saprebbero che questi consigli sono un modo di discernere con la comunità dove lo Spirito vuole guidare tale comunità.

  • Guardando al futuro, alla fine del Sinodo, i vescovi consegneranno le loro conclusioni al papa, che preparerà un documento per tutta la Chiesa. Quale risultato sogna?

Ogni volta che sento questa domanda penso al Concilio Vaticano II. Se all’apertura di quel Concilio una persona avesse fatto una dichiarazione su quale sarebbe stato il risultato avrebbe molto probabilmente risposto qualcosa di molto diverso da quello che effettivamente fu il risultato finale. È stata l’opera dello Spirito Santo a fare sì che il Concilio sviluppasse e articolasse una nuova comprensione della dottrina e delle pratiche. Sarebbe pericoloso prevedere adesso che cosa verrà fuori dal processo di discernimento che stiamo iniziando in tutte le Chiese locali. Dovremmo essere aperti a quanto potrebbe accadere e lasciarci muovere da esso. Già ora posso vedere e sentire l’entusiasmo che viene da continenti come l’Africa, l’Asia e il Sud America. L’Europa potrebbe essere ispirata dai doni che lo Spirito ci sta elargendo attraverso questi continenti. Sono molto fiduciosa che ne verrà fuori qualcosa di buono, ma abbiamo bisogno di pazienza e umiltà per raccogliere i frutti.

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2 Commenti

  1. Fortunato Di Noto 23 novembre 2021
  2. Marco Ansalone 21 novembre 2021

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