Ecco cosa ho detto al Sinodo

di: Corrado Dalmonego

«La realtà multietnica, multiculturale e multireligiosa dell’Amazzonia richiede un atteggiamento di dialogo aperto, riconoscendo la molteplicità degli interlocutori: popoli indigeni, abitanti delle rive dei fiumi, contadini e afro-discendenti, le altre Chiese cristiane e denominazioni religiose, organizzazioni della società civile, movimenti sociali popolari, lo Stato, insomma tutte le persone di buona volontà che cercano la difesa della vita, l’integrità della creazione, la pace, il bene comune»: questa mia traduzione del paragrafo del documento finale (n. 23) del Sinodo dei vescovi, ben manifesta la coscienza ecclesiale dell’amplissima varietà di presenze e di ricchezze umane che caratterizzano la regione amazzonica. Queste sono oggi minacciate da cause che stanno al principio dell’indizione del Sinodo stesso.

Una Chiesa dal “volto amazzonico”

Come sappiamo, l’Assemblea sinodale conclusa il 27 ottobre scorso, era stata annunciata da papa Francesco nell’Angelus del 15 ottobre 2017. In quella data aveva destato perlessità e riserve che – ne siamo consapevoli e rattristati con lui! – sono sfociate in critiche dure e opposizioni dal tenore persino volgare.

L’indizione di questo Sinodo non è stata affatto improvvisata o impulsiva. Non c’è dato alcun “colpo di testa” del pontefice. È bensì il risultato dell’ascolto degli appelli provenienti da una regione immensa, oggi emblema delle sfide che percorrono l’intero globo con la sua umanità, autentico “banco di prova” della resistenza della fede della Chiesa. Il Sinodo ha dunque semplicemente accolto il desiderio di alcune conferenze episcopali dell’America Latina, desiderio chiaramente espresso nel testo della convocazione: per «individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta Amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta».

Fedele perciò all’istanza iniziale, fortemente percepita, il Sinodo si è rivelato uno spazio di vero ascolto, discernimento, analisi ed elaborazione di proposte, in cui i partecipanti – padri sinodali e altri membri – hanno condiviso innanzitutto le forti preoccupazioni per i problemi che, con rinnovata violenza, stanno oggi aggredendo le popolazioni e la terra stessa.

Il documento finale dell’Assemblea sinodale impegna i discepoli di Cristo ad una profonda conversione dei propri schemi e delle proprie strutture alla luce di Cristo e del suo Vangelo (n. 5), da declinare in diverse forme: pastorale, culturale, ecologica e sinodale. Tali forme sono intimamente connesse fra loro, così come tutti gli aspetti della vita e della realtà del creato sono collegati: per questo la Chiesa non rimane estranea, ma pronuncia parole che riguardano sia questioni spirituali o religiose, sia economiche, culturali, sociali o politiche.

La Chiesa, da sempre, fa l’esperienza della molteplicità delle culture e dell’incontro dei popoli. Perciò avverte la necessità di assumere qui, più chiaramente, un “volto amazzonico”, che manifesti «conversione culturale: la capacità di divenire altro, di imparare dall’altro; di essere presente, di rispettare e di riconoscere i valori (degli indigeni), di vivere e di praticare l’inculturazione e l’interculturalità nell’annuncio della buona novella» (documento finale, n. 41).

Risulta ormai evidente che i “nuovi cammini di evangelizzazione” devono essere costruiti attraverso il dialogo con i popoli e con le saggezze ancestrali di cui questi popoli sono portatori. Sulla scorta della loro saggezza, gli abitanti originari del Continente americano si sono presi cura da millenni della loro terra, con modelli di vita che noi occidentali dobbiamo riconoscere effettivamente rispettosi del creato. Il Sinodo ha avvalorato in tal senso i percorsi di dialogo pazientemente costruiti da tempo e in vari contesti. Uno di questi è la missione Catrimani, presso il popolo Yanomami, in cui io vivo.

Il mio contributo al Sinodo

La mia nomina come uditore al Sinodo dev’essere stata motivata dal fatto che sto in questa missione da 13 anni. Ho avvertito la grazia di partecipare a questo grande avvenimento ecclesiale quale riconoscimento dell’importanza di questo stile di missione di frontiera. Ho sentito di poter contribuire al Sinodo proprio portando l’esperienza maturata nel piccolo ma particolare contesto missionario in cui mi trovo.

L’intervento che ho potuto condividere nella sala sinodale – visto che anche gli uditori avevano diritto alla parola – ha sottolineato aspetti già presenti nell’Instrumentum laboris (IL). Sono partito dalla costatazione dell’aspetto multietnico, multiculturale e multireligioso dell’Amazzonia (IL 36) che offre alla Chiesa la possibilità di «scoprire la presenza incarnata e attiva di Dio: nelle […] manifestazioni della creazione [e] nella spiritualità dei popoli indigeni» (IL 33). Tale ricchezza mostra l’esistenza di un «ampio e necessario campo di dialogo tra spiritualità, credenze e religioni amazzoniche» (IL 39), evidentemente contemplato dallo «Spirito Creatore che riempie l’universo» (IL 120) che non ha stabilito una gerarchia tra «grandi o piccole religioni».

Sono persuaso che il rispetto dello spazio del dialogo non significa relativizzare le proprie convinzioni, «ma riconoscere altri modi che cercano di svelare il mistero insondabile di Dio» (IL 39), permettendo «di crescere e di approfondire la nostra fede» (IL 136) e consentendo la «trasformazione di mentalità ristrette» con la «conversione dei cuori induriti» (IL 40).

A partire da queste convinzioni, condivise da molti, mi è spontaneo considerare l’incontro tra diversità quale grazia contemplata da un Dio che invita ad ascoltare e ad accogliere con gioia la prospettiva dell’altro da me, da noi. Io stesso, o noi stessi missionari cristiani, siamo “altro” sino a quando non entriamo in categorie di maggiore prossimità e familiarità con gli indigeni, grazie a relazioni di fiducia maturata nel tempo.

Ritengo inoltre imprescindibile considerare un passato e un presente di violenza perpetrata a danno delle popolazioni autoctone: genocidi, etnocidi, omicidi, discriminazioni e quanto altro. Non si tratta “solo” di crimini contro l’umanità, bensì, secondo me, di amputazioni delle possibilità di accesso alla continua comunicazione divina.

Penso quindi che i missionari dell’Amazzonia – privilegiando il metodo della convivenza rispetto a quello delle visite sporadiche –stiano sviluppando un nuovo e fecondo cammino di annuncio ai popoli indigeni, nella Chiesa del Brasile. Significa semplicemente che ci stiamo trattando da fratelli, senza che io mi aspetti che l’altro diventi come me; significa proclamare il Vangelo nell’amicizia, nella familiarità, nel servizio alla difesa della vita, nel rispetto della storia, nello scambio delle conoscenze, nel dialogo che apre inaspettati percorsi, con un’umile audacia che viene… da sé. In questo modo, è molto più facile e autentico rispondere a domande del tipo: “che cosa dice il tuo Dio di fronte a…?”, “vedi veramente Dio? come è? voglio vederlo anch’io”, “posso parlare con Dio?”.

Nel dialogo intimo con persone, popoli e culture diverse, scopriamo che davvero molti semi del Verbo incarnato hanno già dato dei frutti che – come rispettosi cacciatori e raccoglitori delle foreste pluviali – possiamo riconoscere, raccogliere (mai saccheggiare), condividere e gustare al tavolo della fraternità.

Una salvezza integrale

Alla fine del mio intervento sinodale, ho invitato a riconoscere che l’incontro e il dialogo tra la fede cristiana e le spiritualità indigene – anche con gruppi che non si definiscono e che non sono identificati come cristiani – si traduce in un arricchimento reciproco che approfondisce e purifica l’esperienza spirituale. Si è sempre “convertiti” ed “evangelizzati” da questi altri, nella scoperta della bellezza della loro esperienza e nel riconoscimento della nostra fragilità.

Ho auspicato che la Chiesa missionaria continui ad essere serva e samaritana, chiamata a servire e a stringere legami di alleanza con i popoli indigeni. La Chiesa ha bisogno di loro, di stare con loro, al loro fianco, per rimanere fedele all’identità cristiana e uscire dagli stretti confini entro i quali facilmente si appassisce. Come ci ha detto papa Francesco, la fede è un dono da condividere e solo in tale dinamismo di donazione può crescere.

Ho voluto sottolineare che la Chiesa è coerente con l’impegno missionario quando non è condizionata dalla risposta e dall’adesione. La salvezza annunciata dal cristianesimo è integrale oppure non è salvezza. È stata mia intenzione evidenziare che l’annuncio avviene quando gli elementi della proclamazione della fede risultano traducibili, comprensibili, significativi per la vita, quando diventano carne e corpo vissuto in narrazioni, riti, esperienze spirituali sentite, familiari.

Ho voluto concludere il mio intervento citando alcune parole di Davi Kopenawa – leader e sciamano Yanomami – rivolte ai missionari della Consolata: «Io capisco che – essendo voi religiosi e conoscendo Dio – lui vi ha mandati per difendere la vita del nostro popolo e del pianeta. So che, da molti anni, la Chiesa si è posta lungo il sentiero dell’incontro con i popoli indigeni. La Chiesa sa che l’indigeno non è un “animale” [mentre settori della società lo trattano come tale, ndr], sa che è persona, che è stato creato dall’autorità del cielo, così come sono stati creati i non indigeni. Il compito della Chiesa è di opporsi alle guerre, di portare la pace, mentre, dall’altro lato, esistono nemici molto forti, alleati a politici che vogliono impossessarsi delle ricchezze della Terra. La Chiesa deve essere differente, pensare come pensa Dio: desiderare la nostra vita! Voi avvicinatevi, con attitudine di amicizia e simpatia, senza la diffidenza di chi dice che l’indio deve rimanere lontano, al suo posto!».

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