Giovani: una parola alla Chiesa /4

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© Tony Antoniou

© Tony Antoniou

Gli studenti e le studentesse del Liceo A.F. Formiggini di Sassuolo, insieme al loro insegnante di religione, si sono impegnati in un “Sinodo a scuola”. In un clima sereno e di fruttuoso confronto, hanno dialogato partendo da alcune domande-guida che hanno orientato gli interventi di ciascuno e il dibattito in classe:

Come senti o ti senti nella Chiesa?
Ti senti ascoltato dalla Chiesa? Secondo te, la Chiesa sa ascoltare?
Che cosa la Chiesa può imparare dalla società in cui viviamo? Che atteggiamento dovrebbe avere?
Che cosa chiedi tu alla Chiesa oggi? Come potrebbero rinnovarsi, guardando al futuro?
Com’è la Chiesa che sogni? Quali passi compiere per arrivarci?
Frequenti la parrocchia? Come ti senti al suo interno? Che cosa funziona o non funziona?
Quali sono i punti da confermare, le prospettive di cambiamento, i passi da compiere? Quali strade si stanno aprendo per la nostra Chiesa locale?
Hai altri temi sui quali vorresti dialogare con la Chiesa cattolica?

Un primo tema emerso dalla discussione in classe è quello della mancanza di giovani all’interno del contesto ecclesiale. Gli studenti, inoltre, rilevano anche una certa “indifferenza” da parte dei responsabili di comunità davanti a questo vuoto. Quei pochi, poi, che continuano a frequentare sono considerati dai loro coetanei dei veri e propri “alieni”.

Un secondo tema è quello del bigottismo dilagante e della rigidità del contesto parrocchiale, che porta ad un allontanamento maggiore delle giovani generazioni: parroci e catechisti che incutono timore, con il loro imporsi, pur di avere delle assidue presenze al catechismo. Dall’altro canto, però, va rilevata anche la pigrizia dei bambini e dei giovani a partecipare agli incontri previsti, perché attratti da cose che passano (vestiti, successo, denaro…) e anche dal desiderio di bruciare le tappe.

È emersa anche la considerazione che la Chiesa si presenta sempre cauta e lenta nei cambiamenti; in più vuol far vedere che è accogliente, ma in realtà non lo è.

Qui si inserisce anche tutto un discorso sul modo di fare catechismo, il quale non dovrebbe essere assimilato ad una lezione scolastica e che dovrebbe avere catechisti più preparati e non grossolani, capaci di far innamorare e non destare timore con rigidità e giudizio. Alcuni arrivano a dichiarare che così il catechismo non serve a niente, non lascia nessun ricordo e né tantomeno alcun concetto.

Un terzo tema che è venuto fuori molte volte è quello della mancata comprensione della liturgia: molti hanno confessato che per loro la celebrazione eucaristica è considerata noiosa proprio perché nessuno ha mai loro spiegato il senso dei gesti e la bellezza dei significati celati in essi. Si ravvisa, inoltre, una mancata preparazione del celebrante nel tenere l’omelia e nel rendere i temi religiosi vicini e affascinanti, per destare il senso del sacro. A volte si affrontano temi attuali, ma con atteggiamento giudicante, sintomo di ignoranza e di poca accoglienza.

Un quarto tema è quello dei sacramenti, il più delle volte visti come tappe obbligate, elargiti senza convinzione ma solo per convenzione. Molti li celebrano, ma pochi hanno consapevolezza di cosa stanno celebrando. Il più delle volte sono solo un alibi per fare festa.

Un quinto tema è quello dell’operato dei presbiteri: alcuni – cito testualmente le parole degli studenti – “sono veramente insostenibili”, altri non vivono quello che celebrano, altri ancora non si interessano delle situazioni e dei vissuti della loro comunità, tanto che alla richiesta di un aiuto rispondono di rimandare l’appuntamento per via del loro giorno libero.

Accanto ad alcuni che sono seri e che vivono la loro vocazione con impegno, fede e onestà, si stagliano altri molto innamorati del potere, ricercatori ossessionati dei propri interessi, che predicano la povertà, ma vanno a braccetto con i ricchi e i potenti.

Molti studenti, guardando al loro operato, dichiarano con tristezza e rabbia che “la Chiesa purtroppo non è un posto sicuro”.

Suggerimenti pratici

Accoglienza: vorremmo una Chiesa che sappia accogliere concretamente le diversità, che sia più aperta nei confronti delle persone appartenenti ad ogni orientamento sessuale. Si evitino atteggiamenti esclusivi e si sposino quelli inclusivi, per fare della Chiesa una comunità e non una elitè. La Chiesa, inoltre, non dovrebbe aspettarsi che siano i giovani ad andare da lei, bensì il contrario, se è veramente missionaria.

Ascolto attivo e dialogo: vorremmo una Chiesa che sappia ascoltare – prima di parlare – le ragioni altrui, considerando l’altro non un sacco da riempire o un ostacolo da eliminare, ma come una ricchezza da cui anche imparare.

Fare la differenza: significa cambiare mentalità, fare in modo che la gente sia attratta guardando la fede e lo stile di bene dei cristiani. Solo così la Chiesa tornerà ad essere ancora un punto di riferimento per la società. Va limitata, poi, l’istituzione, senza però sradicarla completamente.

Riprogettazione del percorso sacramentale: siano dati da adulti e dopo un percorso di fede consapevole e ricco di esperienza.

Valorizzazione della cultura: si investa in cultura per dare contenuto e sostanza alla fede anche con l’apporto del pensiero razionale, in una reciproca complementarietà.

Auspichiamo che lo scopo di tale cammino sinodale sia veramente non la produzione di fogli o documenti che non leggerà quasi nessuno, ma la volontà di – così come si scriveva già dai tempi del Sinodo dei giovani – «far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un’alba di speranza, imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani».

Cosa trarre dall’esperienza

Consapevole della complessità e della varietà dei temi in gioco, vorrei – alla luce della discussione condotta con gli studenti e dell’esperienza di servizio mia personale all’interno del contesto ecclesiale – fare alcune considerazioni, che possono servire da stimolo e provocazione.

Come molti studiosi hanno ripetuto, viviamo in un tempo in cui è finita la cristianità, ma non il cristianesimo. Papa Francesco, dal canto suo, più volte ha ripetuto che stiamo vivendo “non un’epoca di cambiamento, ma un cambiamento d’epoca”.

Di solito, dinanzi alla complessità e alle difficoltà, la prima tentazione in cui si può cadere è quella di lamentarsi. Già Agostino metteva in guardia gli adulti del suo tempo da questo pericolo quando scriveva: «Voi dite: sono tempi difficili, sono tempi duri. Vivete bene e, con la vita buona, cambiate i tempi: cambiate i tempi e non avrete di che lamentarvi».

Ecco, Agostino pone l’attenzione sulle proprie responsabilità. È da queste che dobbiamo ripartire.

Lo stesso Instrumentum laboris del Sinodo dei giovani (2018) confessava: “molti giovani non ci chiedono nulla perché non ci ritengono interlocutori significativi per la loro esistenza”. Di più. Alcuni “chiedono espressamente di essere lasciati in pace, perché sentono la presenza della Chiesa come fastidiosa e perfino irritante”.

Dinanzi a questi graffianti giudizi, la Chiesa non può rimanere indifferente, ma cercare di fare la differenza.

Lungi dal fare di tutta l’erba un fascio, visto che molti sono coloro che operano nel silenzio della carità, ma a volte va constatata la motivazione “la Chiesa è fatta di uomini”, perché può essere usata come alibi per lasciare le cose come stanno o per non vedere i problemi.

Fare la differenza vuol dire che – per usare le parole del teologo francese Yves Congar – “non bisogna fare un’altra Chiesa, bisogna fare una Chiesa diversa”.

I giovani chiedono una Chiesa autentica e non di facciata; una Chiesa che ha il coraggio di cambiare le carte in tavola, pur rimanendo fedele al suo Cristo; una Chiesa che ponga un freno ai banchetti per tornare al grande banchetto dell’Eucarestia; una Chiesa che diviene sempre più comunità e sempre meno comitiva.

È importante avvicinare il messaggio evangelico, ma bisogna anche stare attenti a non scontarlo.

Chi non abita il corpo ecclesiale sarà sicuramente più attratto da una Chiesa che vive relazioni autentiche e durature piuttosto che una Chiesa che fa a gara per preparare feste, serate, sagre (con tanto di sponsor), dimenticando il Festeggiato.

La Chiesa non dovrebbe essere una pagina di Facebook che tenta d’accaparrarsi il maggior numero possibile di “like” cercando d’essere “moderna” o “alla moda”; la Chiesa dovrebbe essere madre e maestra di Verità. Il modo più efficace per danneggiare o addirittura distruggere la fede nei giovani è quello di promuovere una falsa e fuorviante distorsione della verità in un tentativo di acquisire popolarità.

Un gruppo di giovani, non ascoltati, in una lettera pubblica sul Sinodo dei giovani ebbero a scrivere: “Noi desideriamo che la Chiesa sia popolare, perché tutti conoscano l’amore di Cristo. Tuttavia, se dobbiamo scegliere tra popolarità e autenticità, scegliamo l’autenticità”.

A volte sembra che la Chiesa viva la parabola della pecorella smarrita al contrario: pur di non perdere le novantanove pecore rimaste nel recinto, ha paura di correre dietro a quella perduta per salvarla. Eppure la “Chiesa in uscita”, tanto cara a papa Francesco, chiede la missionarietà e non chiusura nella propria comfort-zone.

Certamente, praticando lo stile missionario, bisogna mettere in conto il rischio di perdere, almeno all’inizio. Ma è comunque necessario rischiare, consci del fatto che – per dirla con le parole di papa Paolo VI – “il cristianesimo non è facile, ma è felice”.

Un ultimo aspetto su cui il sinodo dovrebbe riflettere e lavorare è quello del ruolo della leadership nelle comunità, evitando con fermezza gli abusi di potere. Tornare alla ricchezza dei contributi offerti dal Concilio Vaticano II – come per esempio, quello della corresponsabilità dei laici – può essere molto salutare.

Un appello

A suggello di queste considerazioni, anche io mi unisco a queste giovani voci degli studenti e con amore di figlio impegnato nella Chiesa rivolgo ai vescovi che si riuniranno in assise questo semplice e schietto appello:

Noi giovani non vogliamo dei vescovi o ministri amiconi, ma amici.
Non vogliamo vescovi e ministri bravi nel fare analisi sociologiche, ma pastori di cui fidarci.
Noi giovani non vogliamo vescovi e ministri che indichino con il loro indice la via vera, buona e bella, ma rimangono al palo.
Non vogliamo vescovi e ministri come farisei che “legano pesanti fardelli sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito”, ma come Cristo che sapeva guardare e amare il giovane anche se ricco e triste.
Nulla maior est ad amorem invitatio quam praevenire amando, scrive Sant’Agostino all’amico che gli chiedeva come educare i difficili ragazzi dei suoi tempi – “Non c’è invito più grande all’amore che prevenire amando”.

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