Coda: sinodalità, grazia e imperativo

di: Lorenzo Prezzi (a cura)

Sguardo complessivo su un documento teologico e sulla riforma ecclesiale. L’imperativo sinodale attraversa l’intera vita della Chiesa e le sue soggettività. Ben oltre le attuali pratiche. Mons. Piero Coda commenta il testo della Commissione teologica internazionale: La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa (cf. SettimanaNews, qui)

 – Il 3 maggio è uscito il documento della Commissione Teologica Internazionale (CTI) col titolo: La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa. Il termine sinodalità è associato al kairós, ad una urgenza non tramandabile, ad una coscienza ecclesiale non più rimuovibile. L’insegnamento di papa Francesco va in questo senso. Secondo lei perché proprio adesso? Vi è la paura di perdere l’occasione di grazia?

Effettivamente il documento sulla sinodalità, più di altri, intercetta una precisa attualità. È un tema d’importanza cruciale nella vita della Chiesa che è maturato con la recezione del Vaticano II e ha acquisito un’imprevista urgenza grazie al ministero di papa Francesco col suo appello alla riforma.

Basti riprendere tra le mani il discorso strategico da lui tenuto in occasione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi da parte di Paolo VI (2015). Se, dunque, c’è stata una progressiva maturazione, c’è ora uno scatto di novità nel prendere sul serio sin nelle sue implicazioni più impegnative il compito di vivere la Chiesa all’altezza della profezia conciliare.

La CTI, quattro anni fa, ha valutato che questo tema (con tutta probabilità sottoposto alla sua attenzione, all’inizio del quinquennio 2014-2019, su indicazione di papa Francesco stesso) fosse d’interesse prioritario, degno pertanto d’essere approfondito con attenzione sia a motivo della sua oggettiva portata sia a motivo della necessità di offrire orientamenti teologici autorevoli e condivisi. Il documento parla di kairós: per sottolineare che si tratta di una realtà discriminante per l’autocoscienza e l’autoconfigurazione della Chiesa, nel senso di un’opportunità o meglio di una grazia che lo Spirito di Cristo fa oggi disponibile.

Molto cammino si è fatto, è vero, ma è sintomatico che questo sia il primo documento ufficiale della Chiesa cattolica che organicamente e programmaticamente tratta della sinodalità. La posta in gioco è tutta qui: quanto e fino a che punto i diversi soggetti ecclesiali s’impegneranno con pazienza, visione e concretezza nell’incarnare la spinta decisiva in questa direzione impressa al cammino della Chiesa cattolica dal magistero e dallo stile pastorale di papa Francesco, che il documento s’impegna a sviscerare e illustrare nei suoi presupposti teologici e nelle sue implicazioni canoniche e pastorali.

Un «fare» trinitario

Il testo è informato di un continuo riferimento alla Trinità e allo Spirito Santo: quanto pesa la tradizione e il pensiero teologico orientale in questo?

L’inquadramento dell’ecclesiologia e in particolare della sinodalità nel riferimento alla Trinità è un’acquisizione della teologia e più in generale della sensibilità ecclesiale odierna. In concomitanza col Vaticano II, senz’altro, la tradizione teologica orientale ha offerto un consistente contributo.

Il fatto è che – come diceva Luigi Sartori nell’ultima intervista a Il Regno – «i principi teologici, trinitari soprattutto, che abbiamo imparato dal Concilio, debbono non solo essere collocati prima – per attuare una sorta di logica deduttiva – ma anche riscoperti dopo. Nella Chiesa di oggi manca la seconda parte: far riscoprire il mistero, i fondamenti, tramite la valorizzazione dei passi compiuti con l’uomo. Come dire: il Regno di Dio lo devi sentire prima (“il Regno è venuto” – dice Gesù), ma lo devi anche scoprire dopo, impegnandoti in quelle piccole, miserabili operazioni in cui cerchi di attuarlo, per poi alla fine farlo riapparire».

coda sinodo chiesa

Il documento sulla sinodalità, nella logica trinitaria non idealistica ma pratica che lo ispira, va decisamente in questa direzione. Del resto, l’attenzione e l’apertura all’azione dello Spirito Santo, artefice creativo della presenza dell’evento Cristo alla storia attraverso la Chiesa – e al di là di essa –, è il punto-forza d’una esperienza e intelligenza della fede che ha superato quel cristomonismo che finiva con l’avere delle conseguenze improprie nel modo di concepire la vita e la missione della Chiesa: ad esempio, sottolineandone unilateralmente la dimensione istituzionale e gerarchica rispetto a quella carismatica e popolare.

La sinodalità storicizza in modo pronunciato la dinamica di condivisione e partecipazione che qualifica il cammino del Popolo di Dio in quanto esso – come insegna il Vaticano II – attinge dalla vita del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo il ritmo e lo stile della sua vita.

Forzare lo stallo ecumenico

Più in generale sembra che l’istanza sinodale abbia preso forza nel contesto del dialogo con le Chiese e le Confessioni cristiane. È il momento per la Chiesa cattolica di assumersi una responsabilità nuova nel cammino ecumenico?

Il cammino ecumenico, e in specie il dialogo teologico intrattenuto in questi decenni dalla Chiesa cattolica con le Chiese ortodosse e con le Chiese e Comunità ecclesiali di tradizione anglicana, evangelica e riformata, ha di fatto richiamato l’attenzione sul concetto e sulla pratica della sinodalità come questione chiave per il raggiungimento della piena unità. Il documento della CTI lo richiama espressamente.

Il fatto che la Chiesa cattolica, attraverso i pronunciamenti e i gesti di papa Francesco ed ora anche con questo documento teologico, prenda posizione al riguardo, enfatizzando con equilibrio il significato della sinodalità, riveste pertanto una rilevante portata. È proprio ciò che, in forma evocativa e stimolante, papa Francesco richiama quando dice che l’unità si fa nel cammino, e cioè, possiamo ben dire, in modo sinodale. È un dato di fatto che mettere in rilievo lo stile e il metodo sinodale del cammino ecumenico può rappresentare un incentivo forse anche decisivo per uscire dalla fase di stallo in cui il cammino ecumenico si è quasi arenato negli ultimi tempi.

Non si tratta di mettere tra parentesi le questioni che restano irrisolte, ma d’informare il dialogo teologico di quello stile sinodale che permette di affrontare in modo positivo, nella presenza del Cristo e in ascolto del suo Spirito, i nodi da scogliere. Il che va innanzi tutto promosso a livello di popolo, e cioè nella prassi concreta delle comunità cristiane, imparando a camminare insieme nella testimonianza e nel servizio.

Tutti i soggetti ecclesiali

Vi è un esplicito richiamo alla co-essenzialità fra carismi e ministero elaborato nei confronti dei movimenti e della vita consacrata. È il segnale di soggettività ecclesiali di riferimento petrino, non riducibili alla diocesi e alla Chiesa locale?

Il richiamo alla co-essenzialità fra doni gerarchici e doni carismatici deriva dalla positiva assunzione, nel documento del CTI, del contributo offerto dalla Lettera della Congregazione per la Dottrina della Fede Iuvenescit Ecclesia (2016). Si tratta di una preziosa esplicitazione e maturazione dell’insegnamento proposto dalla Lumen gentium. Come noto, la Lettera Ivenescit Ecclesia è stata disincagliata dalle secche in cui si era arenata, da oltre un quindicennio, per impulso di papa Francesco.

Evidente la sintonia che si percepisce tra la prospettiva in essa disegnata e quella che fa da sfondo al documento della CTI. Promuovere una Chiesa sinodale significa infatti riscoprire e promuovere in concreto tutte le soggettività ecclesiali, valorizzando innanzi tutto la risorsa essenziale del sensus fidei di cui son dotati in quanto tali tutti i membri del Popolo di Dio. Significa poi valorizzare – su questa base – i doni, ministeriali e carismatici, che vivificano la comunità cristiana e ne attualizzano e dinamizzano la missione.

Questo fatto se, da un lato, mette in rilievo senz’altro la dimensione dell’universalità del Popolo di Dio in riferimento al ministero petrino dell’unità, dall’altro, invita le Chiese locali a essere quello spazio entro il quale trovano espressione e dispiegano la loro efficacia missionaria anche quelle soggettività ecclesiali – come la vita consacrata, le associazioni e i movimenti – che avendo per natura propria un respiro universale sono però chiamate a incarnarsi e a dare frutto, con sapiente discernimento e fattiva convergenza, nel contesto situato di ogni Chiesa locale.

coda sinodalità

Teologia: l’indispensabile servizio

Si parla di una teologia come carisma e di forma sinodale. Cosa significa?

Nel documento s’è voluto fare menzione esplicita, sia pure in modo sintetico, del ministero della teologia per rimarcarne il ruolo e lo stile specifico in una Chiesa sinodale. È evidente che il ruolo della teologia – lo ha mostrato il Vaticano II – è strategico nell’approfondimento della verità della fede in relazione ai segni dei tempi e alla sua incarnazione nel qui e nell’ora della storia.

Ciò che si dice a proposito della teologia come carisma vuol sottolineare che la teologia è attuazione di un preciso impulso e ministero conferito dallo Spirito che dispiega appieno e in concreto il suo senso e la sua finalità nel contesto di una Chiesa che cammina e discerne insieme e in dialogo con tutti. Il riferimento alla teologia, nell’intenzione del documento, coinvolge del resto l’indispensabile servizio che l’intelligenza della fede nelle sue sfaccettate espressioni culturali e scientifiche è chiamata a offrire al cammino della Chiesa in un’ora di cambiamento come la nostra.

Circa lo stile sinodale della teologia, s’è voluto rimarcare appunto la dinamica dialogica a tutto campo, e non elitaria e autoreferenziale, che la deve segnare. Posso testimoniare che un’esperienza d’esercizio sinodale della teologia l’abbiamo vissuto come membri della sotto-commissione che ha lavorato in specifico al documento, sperimentando l’arricchimento e la grazia derivanti dallo scambio di sensibilità, culture, competenze: erano rappresentate, nella sotto-commissione, le Chiese del Sud e del Nord America, dell’Africa, dell’Asia e, in minoranza, dell’Europa.

Oltre l’Apostolos suos

Il testo si pronuncia a favore di una responsabilità delle conferenze episcopali in ordine alla dottrina. Siamo oltre il dettato dell’Apostolos suos?

Uno dei guadagni a mio avviso più importanti del documento è da registrare nel fatto che le Conferenze Episcopali sono qualificate come strutture specifiche di esercizio non solo della collegialità ma anche della sinodalità e, in secondo luogo, nel fatto che si dà ampio e argomentato spazio, più in generale, al significato teologico e pastorale dei raggruppamenti di Chiese a livello regionale e continentale.

Si tratta di un’acquisizione che indica un orientamento in sintonia con il proposito di decentralizzazione esplicitato da papa Francesco sin dalla Evangelii gaudium. In questo contesto, il dato teologico più ragguardevole consiste appunto nella valorizzazione delle dinamiche di collegialità e sinodalità nei diversi ambiti geografici e culturali dove la Chiesa una e cattolica s’incarna nella koinonia delle diverse Chiese locali per esercitare con competente incisività culturale e sociale la diakonia della salvezza.

Certamente, la prospettiva concernente il rilievo teologico e pastorale che vengono così ad assumere le Conferenze Episcopali nelle loro specifiche attribuzioni va oltre il dettato, e direi anche il tono generale, di Apostolos suos.

Modulare la conciliarità

La forma più alta della sinodalità è il concilio. È ancora possibile pensare ad un concilio come il Vaticano II? I vescovi e le diocesi si sono moltiplicati, il latino non è più maneggiabile…

Come si evince all’evidenza dal pur breve tracciato storico in cui, nel capitolo secondo del documento, viene ripercorso il cammino dello svilupparsi della sinodalità nella storia della Chiesa, la struttura sinodale del Concilio ecumenico è struttura che ha assunto nel corso dei secoli forme e pratiche anche marcatamente differenti.

C’è un dato teologico, è chiaro, che per sé connota l’universalità di un evento sinodale come il Concilio ecumenico: si tratta del fatto che esso è chiamato a rappresentare – come si legge nel documento – «la comunione tra le Chiese particolari attraverso i loro Pastori, convocati in unum per il discernimento del cammino della Chiesa universale» (n. 98). Ma la forma e la dinamica che questa rappresentazione può assumere va sottoposta al discernimento dello Spirito in riferimento alle situazioni e alle necessità della Chiesa nel momento storico in cui vive.

Direi che è al tempo stesso duplice e convergente la direzione lungo la quale sembra snodarsi dopo il Concilio il cammino della Chiesa in proposito: da un lato, la promozione della collegialità e sinodalità a livello locale e macro-regionale, dall’altro, la messa in opera di strutture agili, incisive e realmente rappresentative per discernere questioni di rilevanza universale e proporre con autorevolezza indirizzi generali.

Sinodalità, comunione, collegialità

L’opportuna distinzione dei termini (comunione, sinodalità, collegialità ecc.) e delle strutture (elaborare la decisione – prendere la decisione) quale difficoltà ha conosciuto nel dibattito della sottocommissione e nelle sessioni plenarie?

La difficoltà fondamentale incontrata nell’impostazione prima e poi nell’elaborazione del documento è stata quella di precisare il significato teologico specifico del concetto di sinodalità rispetto ai concetti di comunione e di collegialità. All’inizio del percorso non era nemmeno chiaro, per tutti, il fatto che la sinodalità costituisse un concetto teologico pertinente, con un significato specifico e distinto.

La precisazione concettuale dei termini (Introduzione) e poi la messa in evidenza dello svilupparsi della dimensione sinodale come intrinseca alla missione della Chiesa lungo la storia, a partire dall’attestazione della Rivelazione (capitolo primo), seguita dalla messa a tema, in modo organico, dei fondamenti teologici e dei contenuti teologali della sinodalità (capitolo secondo, con riferimento alla confessio fidei che contempla la Chiesa «una, santa, cattolica, apostolica», da un lato, e all’ecclesiologia del Popolo di Dio e della comunione del Vaticano II, dall’altro) ha progressivamente e risolutivamente chiarito le questioni.

francesco elezione

Tanto che un indubbio guadagno del documento consiste nella precisazione che la sinodalità, se per un verso esprime il modus vivendi et operandi della Chiesa come Popolo di Dio chiamato all’esperienza della comunione in Dio Trinità e al dialogo con tutti, per l’altro verso costituisce l’humus vitale, coinvolgente tutto il Popolo di Dio, per l’esercizio della collegialità dei Vescovi, in quanto essa è posta a servizio della crescita del Popolo di Dio e della missione della Chiesa. Di particolare significato sono poi le due chiarificazioni che vengono illustrate a proposito di «partecipazione e autorità nella vita sinodale della Chiesa», ai nn. 68 e 69 del documento.

La prima concerne il significato del valore consultivo degli organismi sinodali che, nel diritto canonico a differenza del diritto civile, esplicita con deciso rilievo teologico la partecipazione attiva di tutta la comunità all’esercizio del discernimento sinodale; la seconda riguarda la funzione di governo propria dei pastori, per cui – si sottolinea – «l’elaborazione è un compito sinodale, la decisione una responsabilità ministeriale». Di fatto, il percorso di chiarimento ed esplicitazione di queste distinzioni e di queste articolazioni è stato più lineare e condiviso di quanto forse all’inizio si poteva prevedere.

I crucci della storia

Quali sono stati i punti più critici e discussi nel lavoro di elaborazione del testo?

I punti più critici e discussi, dopo la chiarificazione concettuale basilare di cui sopra, sono stati quelli a carattere storico: sia in riferimento al discernimento e alla valutazione delle forme che la sinodalità ha assunto nella vita della Chiesa lungo il corso dei secoli, sia in riferimento alla qualifica teologica da attribuire alla comprensione e all’esercizio della sinodalità vissuti, in modi diversi, nelle Chiese d’Oriente dopo la rottura della comunione con Roma e nelle Comunità ecclesiali nate dalla Riforma protestante.

È significativa in ogni caso l’opzione, alla fine prevalsa nella strutturazione del documento, di dar conto nella sezione storica degli sviluppi conosciuti dalla prassi sinodale lungo i secoli da tutte le confessioni cristiane in un quadro d’insieme. Il che non toglie che vi sia ora la necessità d’importanti chiarificazioni, come esplicitato nel n. 117: in primis, il rapporto tra partecipazione alla vita sinodale di tutti i battezzati ed esercizio dell’autorità propria dei pastori; e poi l’interpretazione della comunione tra le Chiese locali e nella Chiesa una e cattolica espressa attraverso la comunione tra i loro pastori e il Vescovo di Roma, con la determinazione di quanto pertiene alla legittima pluralità delle forme espressive della fede nelle diverse culture e di quanto invece inerisce alla sua identità perenne e alla sua unità cattolica.

Tradizione ed eucaristia

I riferimenti principali sembrano essere il concilio di Gerusalemme da un lato e i momenti dell’eucaristia dall’altro. La spinta (esangue) della democrazia c’entra qualcosa?

Sì, questi sono i due riferimenti centrali a livello teologico. La sinassi eucaristica è colta ed espressa – a partire dall’esperienza unanime della tradizione della Chiesa – come il luogo genetico e la forma originaria da cui promana e su cui è forgiato ogni esercizio pertinente della sinodalità a partire dallo spirito che lo deve informare.

Il Concilio di Gerusalemme, con ampiezza e puntualità rivisitato nei numeri 20 e 21 del capitolo primo, assume un ruolo centrale nell’economia del documento perché descrive – per dirla con Papa Benedetto ad Aparacida – il metodo con cui si opera nella Chiesa non soltanto a livello procedurale, ma in obbedienza alla sua natura e vocazione trinitaria.

Ovviamente, il tema della democrazia, nel senso moderno del termine, costituisce un riferimento imprescindibile nella rinnovata presa di coscienza della dimensione sinodale della Chiesa nella contemporaneità, pur potendosi dire anche l’inverso: e cioè che le forme in cui si è espressa, lungo i secoli, la dimensione sinodale della vita della Chiesa, hanno costituito un lievito importante per la maturazione di una coscienza civile impegnata nella partecipazione e nella corresponsabilità.

È evidente – e oggi ce ne rendiamo sempre più conto costatando la disaffezione nei confronti dei metodi e delle strutture di partecipazione nelle società democratiche – che altra cosa è la sinodalità, altra cosa è la democrazia nel senso moderno del termine.

La sfida e la chance sono oggi quelle d’individuare percorsi percorribili e pertinenti in cui s’esprima lo specifico della sinodalità ecclesiale: in modo che essa, nella sua incidenza a livello anche civile, aiuti a individuare strade nuove di implementazione dell’esercizio della coscienza democratica in risposta alla tentazione di chiudersi nei particolarismi e indulgere ai rigurgiti autoritari, col pericolo di soccombere sotto la dittatura strisciante dei poteri economici e della tecnocrazia. Ma questo discorso è tutto da sviluppare.

coda sinodalità

Discernimento comunitario

Torna spesso l’indicazione nel processo sinodale di «uno – alcuni –tutti» e il richiamo ad una pericoresi ecclesiale oltre che trinitaria. A quale fine? A evitare quali pericoli?

L’invito a realizzare una dinamica «pericoresi ecclesiale» tra tutti i soggetti della vita ecclesiale ha di mira la realizzazione di quella conversione pastorale che è chiamata ad archiviare – come recita il documento – «alcuni paradigmi spesso ancora presenti nella cultura ecclesiastica: la concentrazione della responsabilità della missione nel ministero dei Pastori; l’insufficiente apprezzamento della vita consacrata e dei doni carismatici; la scarsa valorizzazione dell’apporto specifico e qualificato, nel loro ambito di competenza, dei fedeli laici e tra essi delle donne» (n. 105).

A tal fine risultano indicazioni strategiche, nel capitolo quarto del documento, l’invito alla formazione di tutti i soggetti della vita ecclesiale a uno stile sinodale, e l’invito a praticare con determinazione il metodo del discernimento comunitario. Sono questi i due banchi di prova decisivi perché si possa effettivamente attivare oggi, come grazia e come impegno, la sinodalità quale dimensione qualificante della vita e della missione del Popolo di Dio.

Il che – dobbiamo averlo ben chiaro – non è per nulla scontato. Siamo solo agli inizi di un lungo e impegnativo cammino. Occorre che il dono sempre nuovo dello Spirito plasmi nei cuori una nuova coscienza, ispiri nelle menti una nuova visione, sostenga nei progetti e nelle opere una nuova prassi. Alla sorgente di tutto – come lo indica papa Francesco – vi è la conversione affascinante ma evangelicamente costosa da una mistica individuale alla «mistica del noi».

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