Sinodo: il documento preparatorio

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documento preparatorio

Con la pubblicazione del documento preparatorio (presentato insieme a un Vademecum per i vescovi) si è formalmente avviato il processo del “Sinodo 2021-2023. Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione” – che verrà inaugurato, a livello di Chiesa universale, il 9-10 ottobre a Roma (e la settimana dopo nelle Chiese locali).

Si tratta di un testo agile e, sotto alcuni punti di vista, sorprendente. Una ventina di pagine, con una veste grafica curata e accattivante, senza le ridondanze di un magistero più impegnato a citare se stesso che a istruire l’avvio di un processo del pensare e fare insieme. Poche le note a piè pagina, che nel passato servivano ad assicurare, mediante una continuità costruita artificialmente, che di fatto nel sinodo in via di preparazione non sarebbe successo nulla (o poco).

Un destinatario inedito

Qui inizia la sorpresa del lettore assuefatto da anni di lettura di documenti ecclesiali. Di quello che ha in mano ora, non è più lui il destinatario – lo sono, invece, le comunità locali, le parrocchie, i cristiani e le cristiane comuni. Lo sforzo di redigere un testo per questi soggetti ecclesiali è evidente, e merita di essere sottolineato. Soprattutto perché il documento preparatorio non dice a essi cosa devono fare, ma rivolge delle domande le cui risposte possono giungere solo dalle pratiche quotidiane della fede vissuta insieme in comunità.

Il discernimento non solo dello stile della Chiesa che verrà, ma anche della sua struttura istituzionale, è affidato alle prassi della fede sotto la guida sicura dello Spirito – vero protagonista dell’intenzione redazionale di questo documento preparatorio.

La consegna allo Spirito e alle comunità fa di questo documento un testo che si sottrare alle mani di chi lo ha composto e dell’istituzione che se ne fa carico autorevolmente. Al tempo stesso, le comunità e Chiese locali vengono invitate a ricordare la relatività della loro esperienza di fede ecclesiale – sempre inserita nell’orizzonte variegato e complesso di una cattolicità che non si può che declinare al plurale.

Nella storia comune

Il documento si apre con un “appello a camminare insieme” – indice del fatto che si entra in un territorio desueto, da troppo tempo non praticato nell’edificazione dell’architettura complessiva della Chiesa cattolica. Appello che radica le comunità ecclesiali e l’istituzione nella storia comune degli uomini e delle donne del nostro tempo. In merito, si offre una breve diagnosi della condizione presente: segnata “dalla tragedia globale della pandemia da Covid-19 (…) che ha fatto esplodere le diseguaglianze e le inequità già esistenti” (5).

Davanti a questa condizione, la Chiesa (per poter essere voce profetica nella storia e per la storia comune) è chiamata a “rifondarsi” (termine scelto al posto di quello della riforma) a partire da processi di sinodalità effettiva ed efficaci.

Se così dev’essere, non le rimane allora che consegnare la parola a tutti coloro che abitano i margini del nostro tempo – non solo nella società, ma anche e soprattutto nella Chiesa stessa.

La duplice ammissione che la Chiesa, affermando la fedeltà alla propria missione, genera emarginati e produce vittime è sicuramente doverosa. Se, da un lato, l’intento di consegnare la parola a queste persone non è solo lodevole ma anche profondamente evangelico, dall’altro, bisogna riconoscere che la Chiesa cattolica non è stata ancora capace di farsi dire da loro, recependone l’indicazione, quali trasformazioni delle strutture ecclesiali sono necessarie affinché questo cedere la parola non si trasformi in un’ulteriore ferita, violenza e lontananza.

Il testo sembra esserne quantomeno consapevole, laddove si afferma che uno stile “che non si incarna in strutture e processi (…) degrada dal piano delle intenzioni e dei desideri a quello della retorica” (27).

La convocazione di tutti i credenti, in ascolto delle movenze sorprendenti dello Spirito, desidererebbe mirare esattamente a questa riconfigurazione del corpo istituzionale della Chiesa – che non può prodursi per dettati del magistero, ma solo mediante pratiche effettive del “camminare insieme” fra le molte diversità che compongono il credere cattolico odierno. In quest’ottica, non ci si può attendere immediate ricadute strutturali, perché i processi sono dinamiche a lungo termine che chiedono tempo per approdare a esiti efficaci, stabili e condivisi.

Se il documento preparatorio non si è potuto esimere dal raccogliere il timore diffuso di una confusione tra sinodalità e procedure democratiche (ossessivamente ripetuto da più parti), esso cerca anche di smorzarne i toni: di quelle procedure, nella Chiesa cattolica, non vanno assunte quelle che riducono il processo decisionale a colpi di maggioranza. Il +1 non è segno dello stile con cui procede la comunità cristiana, nella sua versione cattolica, quando si tratta di discernere dove lo Spirito spinge la Chiesa nella storia. Non lo è “perché alla base della partecipazione a ogni processo sinodale vi è la passione condivisa per la comune missione di evangelizzazione e non la rappresentanza di interessi in conflitto” (14).

Sinodalità e principio gerarchico

Se questa è la differenza intesa dal documento preparatorio tra sinodalità ecclesiale e democrazia rappresentativa maggioritaria, non è però evidente perché e come essa possa essere salvaguardata e realizzata solo “in seno a una comunità gerarchicamente strutturata” (14). Non lo è, da un lato, perché anche la moderna forma democratica del vivere insieme ha le sue strutture gerarchiche.

Non lo è, d’altro lato, proprio perché di fatto è il principio gerarchico a essere l’ostacolo principale all’attuazione effettiva di una Chiesa sinodale – dove l’ascolto non è mero esercizio retorico, ma luogo di discernimento e verifica che porta con sé una sua normatività che il corpo gerarchico della Chiesa non può semplicemente ignorare in forza dell’ordinazione sacramentale.

La tensione fra forma sinodale e principio gerarchico, che è costitutiva nella Chiesa cattolica la quale sussiste esattamente in essa, rischia di risolversi in una contraddizione di fondo a motivo della paura di un’inserzione di dinamiche democratiche nella vita della Chiesa. Mentre, molto probabilmente, proprio questa è una sfida dell’ora presente per il cattolicesimo – anche in vista di quel dovere profetico davanti a una società civile, più volte richiamato dal documento, le cui procedure democratiche sono sempre più in crisi e deboli.

Nonostante tutta la buona volontà del documento preparatorio, non si riesce a liberarsi dall’impressione che la Chiesa cattolica, così come essa è adesso, sia ancora immatura e incapace di configurare secondo lo Spirito la tensione fra forma sinodale e principio gerarchico. La forma mentis diffusa, e spesso invocata anche e proprio dai settori progressisti del cattolicesimo, considera il principio gerarchico come una sorta di giudice tutelare di quello sinodale (che non sarà mai troppo grande per camminare e decidere da solo). Questa impressione rimane perché, in fin dei conti, il documento stesso affida alla buona volontà e all’eventuale obbedienza allo Spirito da parte della gerarchia (che non è istituzionalizzabile) la concretizzazione reale della sinodalità nella Chiesa.

Se il principio gerarchico rimane la conditio sine qua non di quello sinodale, allora “Chiesa e Sinodo” non sono sinonimi – come affermava Giovanni Crisostomo, chiamato in causa in sede di ricostruzione storica per affermare la struttura costitutivamente sinodale della Chiesa cattolica; e se, di fatto, l’ordinamento gerarchico è ciò che storicamente impedisce una rifondazione sinodale della Chiesa stessa, allora il rischio dell’allestimento di una farsa retorica è serio e reale – e come tale dovrebbe essere preso in dovuta considerazione.

La Scrittura contro la retorica

Il richiamo alla Scrittura vorrebbe offrire una chiave di lettura e, forse, una via d’uscita da questo rischio della retorica. Da un lato, At 10, il racconto della cosiddetta conversione di Cornelio”, viene letto come la “narrazione della conversione di Pietro” (22) – ossia, come quella “esperienza dello Spirito in cui Pietro e la comunità primitiva riconoscono il rischio di porre limiti ingiustificati alla condivisione della fede” (16).

Dall’altro, troviamo il rimando alla “scena comunitaria” fondante delle narrazioni evangeliche, con tre attori che possono essere protagonisti solo se agiscono insieme: Gesù, la folla, gli apostoli – a cui si aggiunge quella dell’antagonista alla buona circolazione del Vangelo. Si tratta della “costante apertura di Gesù all’interlocutore più ampio possibile (…), il ‘popolo’ della vita comune, il ‘chiunque’ della condizione umana” (18). Davanti a questo dato “l’elezione degli apostoli non è il privilegio di una posizione esclusiva di potere e di separazione, bensì la grazia di un ministero inclusivo di benedizione e di comunione. Grazie al dono dello Spirito del Signore risorto, costoro devono custodire il posto di Gesù, senza sostituirlo: non per mettere filtri alla sua presenza, ma rendere facile incontrarlo” (19).

Spunti, appunto, che vorrebbero indicare una pista per non degradare il principio sinodale che fa la Chiesa cattolica a mera retorica che conferma lo status quo. Ma di spunti si tratta, in una Chiesa che non si è ancora liberata dall’abitudine secolare secondo la quale sono le strutture date a dettare le prassi future, e non le pratiche della fede a generare le forme istituzionali del credere insieme. La convocazione di tutti al processo sinodale, certo attraversato da queste permanenti ambiguità, vorrebbe proprio rappresentare lo slancio per un cambio di rotta: chiedendo al cristiano comune e alle comunità di esprimere un giudizio sull’esistente cultura sinodale all’interno delle loro Chiese locali (cf. l’ultimo capitolo del documento “Dieci nuclei tematici da approfondire”).

Un giudizio che già circola, più volte espresso – francamente finora con scarso ascolto da parte istituzionale. Un giudizio certo chiamato anch’esso al discernimento e all’auto-critica, che però non sopporterebbe più di essere convocato e disatteso al tempo stesso.

L’ultima chiamata

Mancare l’attuazione del giudizio delle pratiche quotidiane della fede, proprio in un’occasione in cui soggetto, oggetto e metodo del sinodo coincidono fra loro, vorrebbe dire chiudere una volta per tutte il cantiere di una cattolicità reale, concreta e condivisa della Chiesa. La quale finirebbe così col consegnarsi definitivamente a quel suo settarismo che già oggi conosce, che non sembra essere poi così diverso dal tribalismo identitario che circola nelle nostre società contemporanee.

Se così fosse, la Chiesa spoglierebbe da sé le vesti di quella profezia da rendere all’interno di una società che non riesce a darsi un disegno comune, mancando quello che è un vero e proprio mandato evangelico nel tempo presente – kayros certo di Dio nella storia umana di tutti.

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3 Commenti

  1. Felice 21 settembre 2021
  2. Stefania Manganelli 15 settembre 2021
  3. Tobia 15 settembre 2021

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