Spigolature sinodali /1

di: Armando Matteo

papa e giovani

Con prontezza, ma non senza qualche trepidazione, ho accolto la proposta del direttore di SettimanaNews, p. Lorenzo Prezzi, di raccogliere settimanalmente qualche “spigolatura” di questo Sinodo sui giovani, entrato ormai nel vivo dei lavori dallo scorso 3 ottobre.

La procedura scelta per comunicare all’esterno ciò che avviene all’interno dell’Aula del Sinodo non rende certo facile il lavoro a chi, interessato al tema dell’assise, intende seguirne il dibattito e le possibili linee di sviluppo. Diventa così sufficientemente probabile sottolineare cose che potrebbero essere state già discusse ampiamente o attendersi svolte di qualche tipo che invece non stanno né nella mente né nel cuore dei padri sinodali.

Ci vuole, dunque, una certa dose di coraggio per raccogliere qualche spunto sul tema «I giovani, la fede ed il discernimento vocazionale», che potrebbe essere sfuggito in questi primi giorni di già abbondante mietitura. In questo spirito, condivido una prima spigolatura.

La domanda rimossa

Ma è proprio così difficile, nella Chiesa, dire che abbiamo un problema con l’universo giovanile? È proprio così complicato ammettere che la maggior parte dei ragazzi e delle ragazze, di questa Chiesa e di come ancora oggi organizza il suo annuncio del Vangelo, non si attende quasi più nulla? Che per moltissimi di loro, a parte papa Francesco, il resto è più o meno tutto “politica”? E che, più in generale, diventare oggi adulti credenti, in mezzo ad una massa di adulti più o meno tutti rimbecilliti dietro il mito della giovinezza, è un’impresa davvero ardua per le nuove generazioni?

Non più di qualche giorno fa, sono stato invitato a commentare un’ultima indagine a carattere mondiale sulla popolazione giovanile, nella quale ancora una volta emerge con grande evidenza il fatto per il quale il tema della religione risulta tra gli ultimi posti negli interessi dei giovani e delle giovani. Insomma, un’ulteriore conferma della tesi per la quale, lì dove i giovani e le giovani decidono della propria identità futura, della propria identità adulta, non scatta più quasi alcun interesse per la proposta e le promesse di vita che vengono dalla parola di Gesù.

Questo non significa, dovrebbe andare da sé, che non ci siano valori e valori importantissimi nei giovani e nelle giovani. Dice solo – solo? – che tra quei valori, tra quegli orientamenti, tra quelle istruzioni di vita, non c’è un posto d’onore per la religione cristiana.

E lo ribadisco: non si tratta che di un dato di fatto. Non è la sentenza definitiva. Non dice cioè che le cose non possono cambiare, che non si possa inventare un modo nuovo di dire e fare cristianesimo in grado di smuovere questo fatto. Ma quello che deve dire, lo dice.

E dice appunto che le nostre chiese sono frequentate sempre da meno persone e da persone sempre più vecchie, che c’è rimasta appena qualche pecorella giovane e che le altre novantanove, dopo tanto ma tanto catechismo, sono altrove; dice che i seminari sono luogo dove non c’è tanto da seminare, che i noviziati non hanno molte novità da annunciare, che il clero diventa sempre più vecchio, stanco e depresso. E cosa dire della vita consacrata? Piccoli eroi ed piccole eroine in un tempo di grande incertezza per il loro futuro destino.

Si dirà che questo è solo lo scenario occidentale. Ma siamo proprio sicuri che quello che sta accadendo qui da noi possa restare ben confinato solo qui da noi?

L’Occidente espanso

Nel frattempo, si rileggano un paio di passaggi dell’Instrumentum laboris di questo Sinodo: «Nonostante le differenze regionali, l’influsso del processo di globalizzazione sui giovani dell’intero pianeta risulta evidente e richiede loro di articolare livelli diversi di appartenenza sociale e culturale (locale, nazionale e internazionale; ma anche intra ed extra-ecclesiale).

In generale assistiamo, come riferiscono alcune Conferenze episcopali, alla richiesta di spazi crescenti di libertà, autonomia ed espressione a partire dalla condivisione di esperienze provenienti dal mondo occidentale, magari mutuate dai social media. Altre Conferenze episcopali paventano il rischio che, a prescindere dai desideri profondi dei giovani, finisca per prevalere una cultura ispirata a individualismo, consumismo, materialismo ed edonismo, e in cui dominano le apparenze.

Molte Conferenze episcopali non occidentali si chiedono come accompagnare i giovani ad affrontare questo cambiamento culturale che scardina le culture tradizionali, ricche dal punto di vista della solidarietà, dei legami comunitari e della spiritualità, e sentono di non avere strumenti adeguati. Inoltre, l’accelerazione dei processi sociali e culturali aumenta la distanza tra le generazioni, anche all’interno della Chiesa».

Ma, senza riconoscere di avere un problema, si potrà mai iniziare a cercare degli strumenti e degli “strumenti adeguati” per porvi una qualche soluzione?

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