Spigolature sinodali /2

di: Armando Matteo

giovani

Provare a seguire il sinodo sui giovani, nella settimana appena trascorsa, è stata un’impresa davvero complicata. Le conferenze stampa che ogni giorno hanno riferito dei lavori hanno messo in campo una tale quantità di argomenti che mi è risultato semplicemente impossibile individuare un qualche orizzonte comune.

In ogni caso, lo spunto iniziale delle discussioni, prima in aula e poi nei diversi gruppi linguistici, è stata la seconda parte dell’Instrumentum laboris, che porta il titolo Interpretare: Fede e discernimento vocazionale. Per cui coglierò direttamente da qui qualche spigolatura.

Vocazione: parola problematica

In altri scritti ho argomentato che la scelta della categoria del discernimento vocazionale – e dunque più in generale di quella della vocazione – per parlare della vita di tutti i giovani (e non solo di quelli chiamati ad una specifica consacrazione religiosa) mi pare una scommessa che abbia poche possibilità di riuscita. E questo per diverse ragioni.

La prima. Le parole hanno una storia e non si lasciano facilmente risignificare a piacimento di chi le usa. Non sono meri strumenti vuoti. Ed è così che se, per un periodo lunghissimo, abbiamo usato quella parola – la parola: vocazione – solo per parlare di giovani uomini chiamati al sacerdozio o alla vita consacrata e di giovani donne chiamate anch’esse a quest’ultima, è impresa, a mio avviso, difficilissima provare a dare ora alla parola vocazione e al costrutto discernimento vocazionale un significato universale, in grado di dire qualcosa alla vita di tutti – ripeto: tutti – i giovani.

Si aggiunga che quella parola, poi, non è stata usata come una parola accanto alle altre, ma è sempre stata accompagnata da un alone speciale, da una carica di forte sacralità, che tendeva a penalizzare quelli e quelle, che, appunto, una vocazione non avevano ricevuto!

La seconda ragione. Se ad utilizzare oggi “vocazione” e “discernimento vocazionale”, pure intesi in termini più generali, sono comunque vescovi, preti, religiosi, suore, al fine di entrare in contatto e in dialogo con il mondo giovanile, le cose non migliorano. Non c’è, infatti, chi non sa che, da sempre, una delle principali ragioni per la quale noi (dico: noi preti, suore, religiosi, vescovi) ci siamo occupati dei giovani era quella di “scovare” qualcuno, qualcuna da far entrare nei nostri “eserciti”, oggi sempre più scalcinati e appena presentabili dopo i tanti scandali che abbiamo miseramente provocato.

Siamo davvero sicuri che la memoria collettiva abbia del tutto dimenticato questo fatto?

Il giovane è vocazione

Come procedere, allora, ad interpretare l’attuale condizione dei giovani?

A mio avviso, per prima cosa, si tratta di restituire la parola vocazione (e discernimento vocazionale) alla sua storia e di lasciare che essa indichi proprio quelle specifiche chiamate che il Signore continua a fare per una vita dedicata pienamente alla sua sequela.

In secondo luogo, ci si dovrebbe finalmente convincere che, in verità, già nella realtà stessa del giovane è iscritto qualcosa come una specifica destinazione, un progetto, un appello, un rinvio ad altro: il giovane è tale, cioè non più bambino, proprio perché è forte, proprio perché è genuino e dunque geniale e, in virtù di tutto questo, egli è l’erede del mondo! È colui che deve al più presto ricevere dalle generazioni che lo precedono questo mondo per rigenerarlo con nuovi figli, per rinnovarlo con nuove idee, per riumanizzarlo con un nuovo ethos.

E io penso – terza cosa di cui tutti dovremmo convincerci – che i giovani siano già pronti per tutto questo: basta vederli, ascoltarli, seguire i loro interessi, i libri che leggono, i film che guardano, le musiche che ascoltano, le lotte che ingaggiano, la forza con cui scappano e migrano, provando a cambiare destini che sembrerebbero segnati per sempre…

L’idea che siano fragili o bisognosi di un orientamento è la più grande bufala inventata da noi adulti per tenerli in una condizione infinita di minorità e per non riconoscere quel diritto di ereditare il mondo che spetta loro per natura.

Il problema sono gli adulti

E qui si inizia a scorgere l’altra faccia della luna di questo sinodo sui giovani. Il vero punto problematico, nel nostro tempo, restiamo noi adulti, in particolare le generazioni del dopoguerra: tutti quegli uomini e quelle donne nati tra il 1946 e il 1980.

Il problema dei giovani siamo noi, sempre più cinici, crudeli, illusoriamente giovani, attaccati al nostro potere, ai nostri soldi, ai nostri privilegi, capaci di amare la giovinezza più dei giovani. Più dei figli.

Noi siamo il problema dei giovani: noi che non permettiamo ai giovani di essere/fare i giovani, perché noi per primi non vogliamo fare quel che dobbiamo fare: gli adulti, cioè i traghettatori della vita.

Noi adulti siamo il problema dei giovani: noi che non siamo più capaci di quel gesto d’amore che è proprio di chi è chiamato ad una responsabilità educativa, come ricorda giustamente Hannah Aredt: «L’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani. Nell’educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balìa di se stessi, tanto da non strappargli di mano la loro occasione d’intraprendere qualcosa di nuovo, qualcosa d’imprevedibile per noi; e prepararli invece al compito di rinnovare un mondo che sarà comune a tutti».

Una domanda, infine. Perché papa Francesco continua a sollecitare un’alleanza unicamente tra i giovani e i vecchi? Perché continua a non citare gli adulti? L’idea che mi sono fatto è che ci dia per spacciati, che, a suo avviso, per noi adulti non ci sia più alcuna possibilità di redenzione e che sia il caso di lasciarci proprio da parte, quando c’è da rimettere in moto questo mondo e questa Chiesa. Temo cha abbia ragione.

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