1° settembre, una “cura” non più rinviabile

di: Maria Teresa Pontara Pederiva

In Svezia il 28 maggio scorso la temperatura aveva raggiunto i 30°C nella città di Oskarshamn nella contea più a Sud, il che aveva fatto immaginare un’estate in anticipo. In realtà, ormai concluso il mese di agosto, le cose sono andate ben diversamente e la stagione estiva in Scandinavia, di fatto, non è mai arrivata. Per trovare valori così bassi di temperatura, come sono stati registrati quest’anno, i meteorologi devono andare indietro fino al 1862. Così, mentre in altre regioni europee si sono raggiunti autentici record del caldo, in Svezia è accaduto tutto il contrario, tanto che a Sveg, nel centro del Paese, il 6 luglio il termometro scendeva ancora sotto zero (-2,6°C) e un po’ dappertutto le piogge hanno accompagnato le (pallide) giornate estive.

Se non è un fatto eccezionale che a Låktatjåkko, la stazione sciistica più alta della Svezia (1.228 m) a metà agosto sia caduta la prima neve, è innegabile che la situazione climatica sta cambiando.

la situazione climatica sta cambiando

Una responsabilità complice

E non se ne accorgono solo le aziende agricole di mezza Europa – pensiamo alla nostra Pianura Padana – dove la mancanza d’acqua ha creato quest’estate tanti danni, perché il cambiamento climatico è oggetto di monitoraggio e di studio da qualche decennio nei più grossi centri di ricerca del mondo. Se l’Italia è rimasta praticamente l’unica nazione dove capita (per fortuna sempre più sporadicamente) di leggere la bufala del mancato accordo tra gli scienziati, in realtà – distorsioni ideologico-politiche a parte – sono anni che esiste la consapevolezza diffusa della responsabilità umana di quello che ormai anche i ragazzini della scuola primaria conoscono come il “global warming”, vale a dire un riscaldamento globale degli strati più bassi dell’atmosfera (complice l’aumento dei gas serra), che porta da una parte a temperature sempre più alte, mentre altrove aumentano le precipitazioni e, spesso, gli eventi estremi.

Un esempio, purtroppo, lo stiamo seguendo in questi giorni con gli effetti devastanti di Harvey, l’uragano/tempesta tropicale che ha impattato sul Texas portandosi dietro una quantità di pioggia che ha superato 1,5 metri (!) con relative inondazioni e almeno 18 vittime. Una zona, quella del Golfo del Messico, soggetta sì a simili eventi, ma con la differenza sostanziale che questi, negli ultimi anni, sono andati intensificandosi – chi può dimenticare la tragedia provocata a New Orleans dall’uragano Katrina nel 2005? – e aumentando di numero, mentre altre regioni della terra, mai sfiorate da tempeste, ora ne sono soggette.

Ma non si tratta solo di fenomeni atmosferici, perché la responsabilità umana è sempre più pesante (a fronte delle maggiori conoscenze e possibilità tecniche) anche in occasione delle catastrofi naturali. Un terremoto, ormai lo sappiamo da 50 anni, è provocato dallo spostamento delle placche crostali in un pianeta relativamente giovane come la terra (non più di 4,7 miliardi di anni) con un mantello ancora fluido. Quello che non dovrebbe accadere è che, in una zona altamente sismica com’era classificata l’isola di Ischia – 2.313 erano state le vittime nel 1883 che aveva visto salvarsi fortunosamente anche il filosofo Benedetto Croce – un terremoto di magnitudo 4 (che altrove tipo Giappone o California non farebbe neppure notizia) provochi vittime e crolli di questa entità. Agli studenti italiani viene proiettato da quasi 20 anni un documentario dei geologi INGV che parla anche del Monte Epomeo e della forte sismicità della zona: com’è possibile che gli abitanti e soprattutto i loro amministratori non ne abbiamo tenuto conto? Non hanno insegnato nulla le omissioni riscontrate a L’Aquila o ad Amatrice o anche in Emilia? Siamo o no responsabili del territorio in cui viviamo?

Il tributo pagato dai poveri

E in questo triste elenco non possiamo dimenticare quanto accaduto a metà agosto in Sierra Leone dove un intero quartiere – guarda caso il più povero – della capitale Freetown è franato rovinosamente ed è ancora incerto il numero delle vittime, ma il loro numero si aggira attorno al migliaio. «I nostri cuori – scrive la Conferenza episcopale in una dichiarazione del 22 agosto – e le nostre preghiere sono rivolti alle famiglie dei defunti e a tutti coloro che sono rimasti senza casa, così come a coloro che sono stati gettati nella squallida povertà da questo disastro».

Ma i vescovi non si limitano a questo e con grande coraggio hanno denunciato una situazione che in Africa purtroppo è frequente e spesso induce ad abbandonare una terra diventata invivibile (mentre da noi si continuano ad ignorare le cause delle migrazioni): alla base dei disastri sono la negligenza, la deforestazione selvaggia e l’abusivismo edilizio, l’uso e l’abuso della terra, come l’utilizzo sbagliato o per fini privati delle dighe e dei corsi d’acqua, gli agglomerati disorganizzati e non regolati e la gestione impropria dei rifiuti, lo sfruttamento del territorio da parte del ricco Nord … «Siamo convinti che la responsabilità del disastro sia largamente ascrivibile all’uomo e all’esaurimento indiscriminato delle risorse oltre al degrado nell’uso delle fonti di energia che la natura ci fornisce».

Gli sforzi di Francesco e Bartolomeo

Ce n’è abbastanza in quest’estate 2017 per una riflessione seria (per i cristiani anche un esame di coscienza) alla vigilia della Giornata mondiale di preghiera per il creato istituita 2 anni fa da papa Francesco a poche settimane di distanza dalla pubblicazione della prima enciclica sociale sul tema.

«Condividendo con l’amato fratello il patriarca ecumenico Bartolomeo le preoccupazioni per il futuro del creato (cf. lettera enciclica Laudato si’) – scriveva Bergoglio ai cardinali Turkson e Koch presidenti rispettivamente dell’allora Pontificio consiglio Giustizia e pace e per la Promozione dell’unità dei cristiani – ed accogliendo il suggerimento del suo rappresentante, il metropolita Ioannis di Pergamo, intervenuto alla presentazione dell’enciclica Laudato Si’, desidero comunicarvi che ho deciso di istituire anche nella Chiesa Cattolica la “Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato”, che, a partire dall’anno corrente, sarà celebrata il 1° settembre, così come già da tempo avviene nella Chiesa Ortodossa». Il motivo lo spiegava subito dopo: perché «come cristiani vogliamo offrire il nostro contributo al superamento della crisi ecologica che l’umanità sta vivendo» nella convinzione che «vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana» (LS 217).

E, a riprova, che il tema rappresenta fin dall’Assemblea di Basilea (1989) uno dei temi di convergenza ecumenica, all’udienza generale di mercoledì 30 agosto è arrivato l’annuncio di un Messaggio congiunto dei due leader cristiani che verrà diramato il 1° settembre. «In esso – ha detto il papa – invitiamo tutti ad assumere un atteggiamento rispettoso e responsabile verso il creato. Facciamo inoltre appello, a quanti occupano ruoli influenti, ad ascoltare il grido della terra e il grido dei poveri, che più soffrono per gli squilibri ecologici».

Se aggiungiamo che nella stessa data in Italia dal 2006 i nostri vescovi, come già altri episcopati, avevano istituito la Giornata del creato e che ogni anno ci hanno ricordato con un messaggio diverso la nostra responsabilità nei confronti del dono della creazione («Viaggiatori sulla terra di Dio» è il 12° tema dedicato quest’anno al turismo sostenibile in omaggio all’Anno internazionale delle Nazioni Unite), nessuno può ora dire di non essere informato circa l’urgenza di una “cura” non più rinviabile e promuovere un’educazione in tal senso, ad ogni età, si rivela sempre più necessario.

Un motivo in più per decidersi tutti quanti alla “conversione ecologica” invocata già dai due pontefici precedenti. Ma (forse) non è mai troppo tardi.

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