A 60 anni dalla Pacem in terris

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L’11 aprile 1963 Giovanni XXIII firmò l’enciclica “Pacem in terris”. Nel desiderio di una Chiesa che attuasse concretamente il Vangelo, fece sentire la sua voce alla politica internazionale. A partire dal documento, quanto mai attuale nel contesto contemporaneo, un convegno ha sviluppato una riflessione articolata sulla pace con i contributi, fra gli altri, del costituzionalista Giovanni Maria Flick e dello storico Alberto Melloni.

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Il 60° anniversario dell’enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII cade in un contesto internazionale di grave preoccupazione, a motivo della guerra in Ucraina, nel quale la Facoltà teologica del Triveneto, assieme all’Istituto di studi ecumenici “San Bernardino” di Venezia, ha voluto porsi con una riflessione articolata sulla pace, sviluppata nel convegno «La pace, “anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi”. 60 anni della Pacem in terris».

All’insegna di un’apertura universale agli uomini e alle donne di buona volontà – com’era l’intento dell’enciclica – la prima parte dei lavori è stata animata da interventi di carattere giuridico, storico, teologico e pratico, mentre, nella seconda parte, la pace ha assunto la prospettiva del dialogo ecumenico e interreligioso: non può esserci pace tra i popoli se non c’è pace tra le religioni.

Pace e diritti

Punto di partenza è stato un excursus sul tema dei diritti fondamentali, da Giovanni XXIII a Francesco, proposto da Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte costituzionale.

La Pacem in terris, con il suo appello a carattere universale, ha aperto una prospettiva innovativa e oggi più che mai attuale di fronte alla guerra in corso in Ucraina: «Giovanni XXIII sottolinea la necessaria correlazione fra diritti e doveri, fondati entrambi sulla dignità della persona e sull’uguaglianza che dev’essere la base del dialogo in sede nazionale e internazionale, in vista di uno sviluppo sostenibile integrale e della pace come bene universale comune – ha spiegato Flick –. La pace non come assenza di guerra, quindi, ma piuttosto come obiettivo da realizzare fondato su verità, giustizia, solidarietà e libertà».

Giovanni Paolo II, legando strettamente due messaggi: “Mai più la guerra!” e “Non c’è pace senza giustizia”, affermerà «il legame inscindibile fra la pace e il rispetto dell’altro, della pari dignità e libertà, della verità e dei diritti fondamentali della persona».

La sinergia fra carità e verità è il metodo che Benedetto XVI propone di applicare a tutti gli aspetti e i settori dell’esperienza umana, dal mercato all’impresa, dallo Stato alla società civile all’attività finanziaria. «La chiave di ogni approccio etico o giuridico al tema dei diritti fondamentali è la centralità della dignità e della libertà della persona» e la promozione dei diritti umani resta «la strategia più efficace per eliminare le disuguaglianze fra Paesi e gruppi sociali, e quindi per garantire la pace».

Nel percorso compiuto dal cristianesimo nell’interfacciarsi con la realtà storica, papa Francesco ha portato «una riflessione nuova e dirompente al nostro rapporto con la natura e l’ambiente». Nel concetto di “ecologia umana” tutto il mondo è collegato e nella fratellanza universale è espressa una visione veramente inclusiva del mondo.

Memoria e profezia della Pacem in terris

Il retroterra, le discussioni, la storia e le varianti che hanno accompagnato la redazione dell’enciclica – sintomatiche del mondo dei teologi romani, che si muovevano all’insegna di una grande prudenza – sono state messe in luce da Alberto Melloni, storico della Chiesa e specialista del Concilio Vaticano II, ordinario di Storia del cristianesimo all’Università di Modena-Reggio Emilia e direttore della Fondazione per le Scienze religiose di Bologna.

La Pacem in terris – firmata da Angelo Giuseppe Roncalli e generata da un’idea e una prima traccia di un teologo romano (ma trevigiano di nascita) poco noto, mons. Pietro Pavan – ha suscitato «passioni e dispute come accade solo per i più grandi atti di quello che la Chiesa latina chiama magistero ordinario».

Essa apre una stagione nuova rispetto alla dottrina sociale della Rerum novarum: una profezia diversa, che prendeva posizione come mai era accaduto prima sulla dignità della coscienza, sulla distinzione fra movimenti e ideologie, sulla mentalità della “guerra giusta”.

«Papa Giovanni, che è il più grande diplomatico della Santa Sede di tutto il Novecento, interviene nella crisi di Cuba, tra Kennedy e Chruščёv, perché capisce che l’attesa di pace è un segno dei tempi – ha affermato Melloni – e che, nell’era atomica, la guerra non può più essere strumento di giustizia».

È questo uno dei punti fissi, e più delicati, dell’enciclica, così come delicata è la questione del diritto della coscienza a onorare Dio e quella della subordinazione della donna nella vita domestica come sposa. «L’enciclica ha avuto e ha un significato che dipende, più che in altre circostanze, dall’intenzione originaria; così come fu per Rerum novarum e per Lumen gentium, l’iter redazionale di quel documento spiega a quali obiezioni sono sopravvissute parti oggi essenziali del testo e a quali ha finito per cedere qualche brano, inclusi (ad esempio, l’obiezione di coscienza) quelli che, di lì a poco, la vita vissuta del popolo cristiano s’incaricherà di ripristinare nella pratica».

La fraternità forma della pace, dono e compito per l’annuncio del vangelo

Sul tema della fraternità nella Fratelli tutti di papa Francesco si è soffermato Franco Gismano, docente di Teologia morale all’Istituto superiore di Scienze religiose di Gorizia, Trieste, Udine – Facoltà teologica del Triveneto.

Si tratta di una questione oggetto di dibattito fra i commentatori dell’enciclica e i teorici delle politiche di dialogo e di riconciliazione, alcuni dei quali preferiscono non ricorrere alla fratellanza quale categoria universale, convinti che la fraternità trovi il proprio fondamento solamente all’interno di un’opzione religiosa.

«Il fondamento della fraternità – ha affermato Gismano – è dato solo all’interno di una concezione religiosa che riconosca un Padre creatore, da cui i figli/fratelli ricevono la loro dignità, che non può essere tolta e quindi deve essere riconosciuta. Mentre il riconoscimento della fraternità come valore (a differenza del fondamento), è frutto di una conoscenza storica contingente, condizionata dalla disponibilità dell’uomo, dalla sua buona volontà, frutto di educazione e di prassi più o meno virtuose. È frutto di questa prassi il riconoscimento dell’uguale dignità di ogni essere umano, insieme al rispetto di ogni altro essere vivente e della creazione tutta, da cui deriva l’affermazione dell’irrazionalità dell’uso della violenza per contrastare ogni altra forma di violenza».

Con riferimento alla guerra e alla pena di morte, Fratelli tutti (nn. 258 e 263) richiama al superamento della giustizia retributiva per una giustizia riconciliativa, a cui è coessenziale la dimensione del perdono. «Il perdono non elimina né diminuisce l’esigenza della riparazione, che è propria della giustizia, ma punta a reintegrare sia le persone e i gruppi nella società, sia gli stati nella comunità delle Nazioni». Nessuna punizione può mortificare l’inalienabile dignità di chi ha compiuto il male.

«Nel fallimento dell’uomo – ha concluso Gismano – Dio agisce gratuitamente per ridare una strada, secondo la misura dell’amore fino all’accettazione della croce, dove l’espiazione non è la sofferenza patita, ma la testimonianza di amore, unica alternativa salvifica al male».

Fare pace

Una rilettura della Pacem in terris con le lenti dello studioso di diritto è quanto ha proposto Mirko Sossai, professore associato di Diritto internazionale all’Università degli Studi Roma Tre e coordinatore per la Comunità di Sant’Egidio dei servizi alle persone senza fissa dimora in Veneto.

Sottolineando come alcuni passaggi dell’enciclica furono capaci di anticipare successivi cambiamenti e rimangono di strettissima attualità, ha evidenziato anzitutto il riconoscimento della funzione del diritto nel contribuire a creare le condizioni di un ordine internazionale fondato sulla pace. «La Pacem in terris, già nel 1963, intravvedeva la trasformazione del diritto internazionale verso la tutela di alcuni valori fondamentali come la pace, il rispetto dei diritti umani, la protezione dell’ambiente: è l’esistenza di alcuni interessi generali non riconducibili ai singoli interessi individuali degli Stati che rende la società degli Stati una comunità, la comunità internazionale. È il “bene comune universale”».

Affrontando la questione del conflitto in Ucraina, Sossai ha affermato che «la lettura della Pacem in terris, in continuità con l’insegnamento dei papi nel Novecento, ci propone di cambiare il punto di vista sul conflitto ucraino, invitandoci a guardarlo a partire dalle sofferenze della gente e andando oltre il contingente».

La solidarietà è uno dei volti della pace, «per questo l’accoglienza di chi scappa dalla guerra e gli aiuti umanitari (che purtroppo stanno diminuendo) sono un’esigenza prioritaria e inderogabile».

Qui si inserisce l’impegno della Comunità di Sant’Egidio, che ha fatto del lavoro umanitario un impegno prioritario a livello globale, insieme all’azione diplomatica e politica e al dialogo; ha inoltre dato vita ai corridoi umanitari, modello concreto e praticabile di integrazione, strutturata come accoglienza diffusa che, da febbraio 2016, ha portato nel nostro paese 5.849 persone – siriani in fuga dalla guerra e rifugiati dal Corno d’Africa e dalla Grecia.

Dialogo ecumenico e guerra in Ucraina

«La guerra in Ucraina, combattuta fra cristiani della stessa Chiesa, manifesta il fallimento dell’ecumenismo e forse del cristianesimo. Le Chiese sono state incapaci di una parola comune in difesa della pace, restando divise al pari delle linee di divisione geopolitica».

Così ha esordito Adalberto Mainardi, ricercatore della Fondazione per le scienze religiose di Bologna. A partire dalle radici della divisione delle Chiese in Ucraina – la concessione dell’autocefalia ucraina come nodo attorno a cui si stringono i problemi dell’ortodossia contemporanea – e scorrendo le reazioni delle diverse Chiese ortodosse all’intervento armato russo del febbraio 2022, Mainardi ha proposto alcune considerazioni sull’impatto del conflitto nei rapporti interortodossi ed ecumenici.

«La guerra in Ucraina, paradossalmente, ha ridato attualità all’ecumenismo e rinnovato l’urgenza della riconciliazione fra le Chiese cristiane. Il Consiglio ecumenico delle chiese, riposizionato al centro del dialogo ecumenico, appare oggi importante come luogo aperto di dialogo anche fra posizioni che sembrano irriconciliabili. Inoltre, il riavvicinamento dei cristiani in una sorta di unione sacra, sia pure con molte ambiguità, sta avvenendo sulla base del senso di appartenenza alla nazione Ucraina e sulla comune opposizione alla Chiesa ortodossa, di cui viene denunciata la connivenza con Mosca».

Il modello di Chiesa che la Scrittura ci consegna «non è Babele, ma Pentecoste: una pluralità di lingue e culture che sanno comprendersi. L’unità ecclesiale non potrà mai essere modellata sul totalitarismo del pensiero unico, ma solo e sempre come movimento di una diversità riconciliata. Quanto prima taceranno le armi, potrà forse scorgersi la vocazione autentica delle Chiese in Ucraina: ricomporre le tessere impazzite del dialogo tra Oriente e Occidente, tra Russia ed Europa, grazie al paziente lavoro della traduzione e della riconciliazione della memoria. L’ortodossia ucraina – ha concluso Mainardi – è forse il crogiuolo dell’unità cristiana futura».

Il contributo delle religioni alla pace

La tavola rotonda che ha completato il convegno ha coinvolto rappresentanti delle religioni islamica, ebraica e buddista.

«Indubbiamente, un rilevante sostegno alla soluzione pacifica dei conflitti può giungere dall’azione delle autorità delle diverse religioni. Ma, considerando come oggi appaia necessaria la creazione di un mondo in cui una cultura della pace sia centralmente operante, è lecito attendersi dalle religioni un contributo più profondo e pervasivo» – ha osservato Mohammed Khalid Rhazzali, vicedirettore del Centro interuniversitario per la cultura, diritto e religione e docente dell’Università di Padova.

Il maggiore contributo dell’islam alla pace «potrebbe consistere nell’esplicitare come essa sia elemento indispensabile alla comprensione stessa del suo complessivo messaggio. La sua immensa risorsa simbolica non può ridursi all’elaborazione di mere difese identitarie, dove la verità perenne della rivelazione si riduca ad arroccamento attorno alle forme di un passato immodificabile e nella separatezza della comunità musulmana. Essa andrebbe invece investita nel confronto con un reale che oggi richiede che la verità di sempre si riproponga attraverso l’invenzione innovativa che ne mostri l’inesauribile vitalità».

La parola shalom (pace), in uso da qualche millennio nei testi della cultura ebraica, si sviluppa da un termine che indica un augurio di benessere privato in un’espressione di carattere politico-sociale che esprime l’assenza di uno stato di guerra – ha spiegato Joseph Levi, rabbino capo emerito di Firenze. Con lo sviluppo del monoteismo biblico ebraico, shalom assume il significato teologico di una armonia celeste e terrena, personale e collettiva, sotto la guida di un’unica divinità che regna in cielo e in terra. Nella letteratura rabbinica il concetto si sviluppa come ricerca di armonia fra i principi base di una società: la giustizia, la verità e la pace, dove la pace diventa meta e condizione umana da ricercare con impegno continuo. Nel pensiero ebraico moderno la pace divina rappresenta la perfezione della divinità e il modello prototipo della moralità umana (cit. Hermann Cohen)».

«Il concetto della pace rappresenta – ha concluso rav Levi – l’immagine di un mondo divino armonioso che emana benedizione e speranza in una possibile armonia fra il cielo e la terra, fra l’uomo e suo fratello, e fra l’uomo e le contrastanti tendenze emotive e razionali in sé stesso».

«Per perseguire un cammino di pace, nella pace, il primo passo è fare pace con sé stessi e aprire il cuore, la mente, alla compassione e all’accettazione verso di sé e verso gli altri» ha detto Anna Maria Shinnyo Marradi, maestra Zen, fondatrice e guida spirituale del tempio Zen Shinnyoji di Firenze.

Se non troviamo pace in noi stessi, «ogni azione dimostrativa di volontà di pace rimane puro esercizio di forma, mentre il nostro cuore, il nostro intendimento, rimangono in una zona d’ombra dove i semi della guerra possono continuare a germogliare. Non può esserci pace intorno a noi se non c’è pace dentro noi».

Secondo la tradizione buddista della scuola Sōtō Zen, abbandonare il proprio ego nella meditazione (zazen) porta a impegnarsi per il bene di tutti, riconoscendo che la natura di Budda è comune a tutti gli esseri viventi. Entrare in risonanza con la pace che riverbera tutto l’universo, dà la possibilità di vivere una vita in armonia e rispetto degli altri.

«Se vogliamo costruire un mondo di pace – ha concluso – dobbiamo testimoniarla nel nostro comportamento, muovendoci con rispetto e compassione, armonizzandoci con tutto ciò che ci circonda». Un paese vivrà in pace e serenità, se gli uomini sono in pace.

 

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