Affetti della vita: teologia alla prova

di: Marcello Neri

Il semestre estivo sta finendo. Gli ultimi esami, qualche riunione, e poi finalmente si stacca per un po’. Eppure, nonostante si sia tutti affaticati, questo è uno dei periodi che amo di più qui in università. Si sciolgono molte formalità che l’accademia coltiva con cura, i ragazzi passeggiano per il campus senza la frenesia di dover rimbalzare da un’aula all’altra per le lezioni, qualche collega che magari conosci solo di vista si ferma per fare due chiacchiere inattese. È come se all’improvviso risbocciasse un tratto di gratuita umanità dentro quell’apparato funzionale, fatto di prestazioni misurabili, che sono diventate le nostre università. Come se ogni ufficio, aula, edificio del campus avessero per mesi celato dentro di sé la vita che tutti noi semplicemente viviamo, e che ora fa capolino nei giorni stanchi di un semestre che volge alla fine.

La teologia è disciplina privilegiata, perché non deve aspettare questi giorni per accorgersi che l’impresa del sapere è inevitabilmente invischiata con l’opacità del vissuto quotidiano, con i suoi desideri, le sue sconfitte, le sue attese e molte ferite. Qualsiasi sia il tema della lezione, basta un minimo di sensibilità per accorgersene. Stare ogni giorno in università con i ragazzi, intercettare fugacemente i loro vissuti nel corso delle lezioni, è una benedizione di cui la teologia non appare essere sempre pienamente consapevole. Ciò che a prima vista sembrerebbe essere il disturbo che dirotta altrove il sapere teologico è invece l’àncora di salvezza che permette di intessere un legame reale della lezione teologica con il vissuto concreto della gente. Accondiscendere a queste divagazioni, a questa perdita di tempo per seguire vicende di vita che i ragazzi portano con sé in aula delinea già da sé il profilo pastorale dell’impresa teologica; ben prima di trasformarlo in un campo ben delimitato della disciplina. Operazione, questa, che serve spesso più a immunizzare la teologia dal concreto vivere della gente comune che a rendere onore a esso.

Eppure, ogni giorno e in molti modi, l’esperienza e il vissuto dei ragazzi fanno irruzione nel bel mezzo della lezione teologica. Magari in modo confuso, come se fossero in cerca di qualcosa che solo il linguaggio della fede può mettere in circolo nella drammatica miseria del nostro linguaggio contemporaneo. Raccogliere questa domanda di parole per poter dire di una vita è un compito urgente per una teologia che desideri darsi un qualche profilo futuro. Ed è forse anche una delle ragioni che può legittimare la sua presenza dentro l’università pubblica. Impresa ben più complessa che rendere appetibile alle orecchie dei nostri ragazzi la struttura vetusta dei trattati che continuiamo a somministrare alla loro pazienza.

Ci sono poi temi e corsi in cui questo ingresso del vissuto concreto dei nostri ragazzi nell’accademia teologica non può essere arginato da alcuna anestetica del sapere universitario. Momenti in cui la vita avanza una pretesa irrispettosa davanti a qualsiasi codice ed etichetta. Così è stato per un seminario sulle questioni etiche “speciali” – perché così bolliamo il nascere e il morire, la malattia e la cura, la povertà e l’ingiustizia sociale, la disabilità e l’emarginazione. Con il rischio di pensare come fuori dall’ordinario ciò che quotidianamente accade nel vissuto degli uomini e delle donne. Ma forse quell’aggettivo può essere anche inteso anche come un monito: attento, perché qui ne va dell’umano stesso, di come lo immaginiamo, sentiamo, patiamo. Almeno così è stato per noi in questo semestre. Da un lato le questioni e l’istruzione della riflessione teologica su di esse, dall’altro lo strapiombo della vita vissuta dei ragazzi. Perché non c’è concetto, in questo ambito, che non vada a cozzare con una qualche esperienza vissuta da parte loro. Ed è qui che ti accorgi che la teologia non ha tanto a che fare con un’ideologia del tempo, ma con la matassa degli affetti di una vita – con il loro desiderio, le loro lotte e le loro sconfitte. Dentro a un sistema complessivo, tecno-scientifico, legislativo, e anche teologico, che tende a elidere fin dal principio la dimensione affettiva del vivere umano.

Se ascolti i vissuti, allora inizi a percepire che qualcosa come la “morte assistita” non è solo la rivendicazione di un’ideologia individualista dell’auto-determinazione, che tutti sogniamo come apice della libertà, mentre invece rappresenta la delega della scrittura della nostra biografia a un potere esterno. Quando davanti a te hai dei vissuti che sono passati attraverso il crogiuolo della prova di questa possibilità, ti rendi conto che si tratta di ben altro – di uno scacco degli affetti di cui nessuno si prende la dovuta cura. E ti accorgi anche come il rigore della parola ecclesiale in merito nel discorso pubblico si trasforma in una spada che va a lacerare ulteriormente quella ferita che gli affetti più cari dell’umano stanno patendo. Lo percepisci in ogni parola dei ragazzi, quando per dire del loro vissuto e del loro sentire affettivo devono preporre “so che non è la dottrina della Chiesa…” – come se solo questo scarto potesse fare spazio a ciò che provano o hanno provato. E così è stato per molte delle questioni che abbiamo affrontato nel corso del nostro seminario.

Inutile elencarle qui, le potete benissimo immaginare da voi. I ragazzi hanno fatto il loro esame, senza rendersi conto che sotto esame stava la teologia stessa e la parola autorevole della Chiesa. L’esame che a esse pone il semplice vissuto umano, la vicenda degli affetti di una vita. Intendiamoci bene, in quello scarto delle parole dei nostri ragazzi non si annida affatto un relativismo epocale, ma un sincero desiderio di verità. Di una parola che sappia alludere alla verità di un’umana esistenza senza risolverla in una frase, in un oggetto, in una determinazione anestetizzata rispetto all’intricata complessità del vivere umano. Desiderio di una verità che non ferisca ulteriormente gli affetti di una vita messi alla prova, ma che sappia prendersi cura di essi con mani delicatamente attente.

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