Agamben, una risposta / 4

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risposte ad agamben

All’inizio dell’epidemia mi confrontavo con due amici di cui ho la massima stima e raccoglievo le loro perplessità su alcuni interventi del filosofo Agamben in proposito.

Perciò, sono rimasto stupito quando ho scoperto che SettimanaNews riportava coraggiosamente il suo intervento, “Una domanda“, per dare spazio al dibattito che, inevitabilmente, aveva già suscitato. Il suo scritto, infatti, circola ampiamente anche in altri siti e sui social, con il confronto acuto e spesso polemico che provoca.

Non sfuggire alla provocazione

La “domanda” di Agamben ha polarizzato il dibattito. Tuttavia, in questo caso, considero una tentazione quella di accontentarsi di argomentare se abbia ragione oppure torto. Al di là di alcuni limiti che anch’io riscontro nel testo, trovo invece molto stimolante approfondire le due provocazioni principali.

Mi sembra che trascurare quelle per rimanere nella polemica, sarebbe come guardare il dito a chi sta indicando la luna.

baraldi agamben

Occasione di riflessione

Ritengo ingeneroso il giudizio di Agamben sull’«intero paese», dal momento che il paese-nazione è composto di tante parti e, se è «crollato» per alcuni aspetti istituzionali e morali, ci sono prove luminosissime su tanti altri.

Non avrei chiamato in causa il papa, che lui – se avesse potuto “abbracciare i lebbrosi” – lo avrebbe fatto volentieri; e non è corretta – come ha lucidamente segnalato la redazione di SettimanaNews – l’identificazione in toto tra Chiesa istituzionale e fede cristiana.

Nonostante ciò, a me sembra che Agamben ci chieda una riflessione serissima su queste due questioni che, al netto delle critiche, non possono essere eluse:

  1. l’emarginazione dello spirituale religioso dall’antropologia, che il filosofo indica come «la radice del fenomeno»;
  2. la riduzione della libertà personale.
La dimensione spirituale e l’antropologia

Risulta effettivamente gravissimo che lo spirituale sia stato completamente espulso dall’interpretazione antropologica, tanto più se si considera la retorica dell’“essenziale” e “indispensabile”. In altre parole, definire ciò che è ritenuto essenziale e indispensabile è uno specchio di cosa si pensa che sia l’essere umano nella sua umanità. Ebbene, essenziale è stato definito: le dimensioni sanitarie; procurare cibo; portare fuori gli animali; andare dal tabaccaio e dal giornalaio (e tutta la filiera più o meno estesa relativa a queste esigenze).

Non è stato ritenuto indispensabile, ad esempio, mantenere la dignità del saluto funebre e delle sepolture (cf. Abbiamo bisogno di storie di salvezza; Funerale, ultimo tratto di vita). Laddove per il corpo vivo si corrono giustamente rischi, non si è ritenuto necessario correre quei medesimi rischi per il corpo morto. Agamben nota giustamente e con sgomento che una simile cosa non avveniva da Antigone (aggiungo dal Libro di Tobia) in poi.

Non si è levata una voce autorevolmente istituzionale a difesa del fatto che le dimensioni religiose più profonde potessero essere considerate essenziali e indispensabili per la vita delle persone, anche in condizione di emergenza sanitaria, e non solo per la tenuta psicofisica.

baraldi agamben

Se avevi bisogno di andare dallo psicologo – essendo una branca dell’ambito sanitario – potevi fare l’autocertificazione ed era valida. Se avevi bisogno di andare in chiesa da solo, o di andare a confessarti, l’autocertificazione invece non era valida.

Stato-Chiesa

La riprova di questo colpo di mano contro il religioso (nascosto e forse involontario, ma effettivo) è nel dettato della risposta delle autorità alla richiesta di chiarimento della CEI: si può andare in chiesa, solo se già fuori per altri motivi e se ci si passa davanti. La Nota del Ministero dell’Interno, data di protocollo 27-03-2020, afferma, infatti, che «è necessario che l’accesso alla chiesa avvenga solo in occasione di spostamenti determinati da “comprovate esigenze lavorative”, ovvero per “situazioni di necessità” e che la chiesa sia situata lungo il percorso».

Tale nota è stata integrata il 15-04-2020 sul sito della Presidenza del Consiglio dei Ministri da una piccola aggiunta che dimostra quanto fosse problematica la prima versione: «È possibile raggiungere il luogo di culto più vicino a casa, intendendo tale spostamento per quanto possibile nelle prossimità della propria abitazione».

Non ho alcuno spirito di contesa: mi interessa solo attirare l’attenzione sul punto cruciale.

Si potrebbe eccepire che per ciascuno le cose essenziali e indispensabili sono diverse, per alcuni – ad esempio – lo sport, e che quindi la componente spirituale della nostra umanità fa parte degli aspetti soggettivi e accessori. È una riprova di questa riduzione dell’umano al corpo biologico, che è il vero nodo della questione.

Un’altra obiezione è che lo spirituale possa essere vissuto anche in quarantena, ed è vero. Io stesso ho fatto più volte riferimento alle parole di Gesù: “Prega nel segreto della tua stanza” (Mt 6,6), ma la definizione dell’umanità è fatta anche di simboli e di spartiacque concreti, che riflettono la comprensione di fondo che si ha dell’antropologia.

Controllo e limitazione della libertà

La limitazione quasi totale della libertà personale, ai limiti delle regole costituzionali e sicuramente non nell’ortodossia delle procedure democratiche, è stata decisa come un provvedimento indispensabile.

Per evidenziare dove si annodano i problemi, mi lego alla provocazione di Agamben, il quale evidenzia come le limitazioni impediscano a un uomo o una donna di incontrare la persona amata.

Un conto è limitare le aggregazioni e le grandi manifestazioni; un conto è impedire uno spostamento fisso in un rapporto stabile uno a uno, laddove tutte le altre interazioni sono state annullate e quindi si riducono comunque moltissimo i rischi di moltiplicare il contagio.

baraldi agamben

Sì è detto che, poiché molti facevano i furbi, era una misura necessaria per il controllo.

Il controllo, appunto. Abbiamo l’occasione di riflettere sul tema del controllo totale (basti pensare qui agli studi di M. Foucault sul tema) . In realtà, è solo la manifestazione di una tendenza che per molti aspetti è già stata accettata nelle nostre società, quindi si potrebbe obiettare che non è coerente, né costruttivo, preoccuparci proprio in un momento di manifesta emergenza.

Dobbiamo essere avveduti che è stato compiuto un passo in più: al controllo è seguita la limitazione della libertà.

Di fronte alla pervasività con cui siamo seguiti e tracciati, molti erano tranquilli teorizzando il detto: “Male non fare, paura non avere”; oppure rimanevano liberi dalla pressione della pubblicità e del “Grande Fratello”. Ora per porre un argine giusto, si è accettato il rischio di limitare (e di essere limitati) troppo.

Vigilanza e responsabilità

Nella conclusione Agamben enuncia un principio dell’etica su cui i suoi interlocutori si sono confrontati a colpi di fioretto. Lui lo espone in termini filosofici, molti lo hanno riportato al livello pratico. La questione, probabilmente, è di misura, col rischio che sia scappata di mano.

Se volontariamente e negligentemente lo potremo stabilire solo nei prossimi mesi. Di certo, la vigilanza del pensiero e della riflessione è quanto mai utile e ci chiede tanta responsabilità.

In dialogo con Giorgio Agamben, Una domanda:

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