Aspettando Bonn COP 23

di: Maria Teresa Pontara Pederiva

COP 23

Brucia la California. Il “Golden State”, la meta degli antichi pionieri, la terra che ancora oggi viene scelta da tanti americani che a migliaia ogni anno si spostano verso Ovest facendo sorgere nuove cittadine e ingigantire quelle nate solo un pugno di anni fa, lo Stato dell’innovazione al top in ogni ambito della scienza, la terra con un clima (finora) straordinario per l’uomo, l’agricoltura e la zootecnia. E in questo territorio di sogno il fuoco ha trovato facile esca per via della siccità che negli ultimi anni si è fatta sempre più pressante ad ogni estate. Le contee di Napa e Sonoma, splendido territorio arricchito dai vigneti che si estendono a vista d’occhio (molti grazie agli emigranti italiani), sono in fiamme e, nonostante le enormi risorse dal punto di vista tecnico ed economico, il numero delle vittime ha già superato la ventina e i dispersi si contano a centinaia.

E se questo accade in uno dei 50 Stati della nazione americana, la situazione è davvero di un’inedita gravità al punto che il governatore ha dichiarato lo stato di emergenza (fatto più raro che da noi) in ben 7 contee con la richiesta di relativi aiuti federali. Ma per il democratico Jimmy Brown si tratta di un disastro annunciato: da mesi infatti proprio lui è uno dei capifila degli amministratori locali – perlopiù sindaci di grosse città come New York – che si oppongono, con tutti i mezzi consentiti dalle leggi, alle politiche (che considerano “sciagurate”) della Casa Bianca in materia ambientale. Sono anni che agli studenti della California viene insegnato il cambiamento climatico e cosa significa responsabilità per l’intero pianeta, sono anni che nelle parrocchie delle diocesi più occidentali della Chiesa americana si sono anticipati i contenuti della Laudato Si’ di papa Francesco (grazie anche allo studio teologico dei gesuiti di Berkeley). E non solo i cristiani, ma si può dire tutti gli abitanti della California han sempre guardato un po’ più lontano del loro territorio – 4° produttore di vino al mondo, meta turistica molto di più – perché preoccupati dei troppi disastri annunciati in territori meno fortunati, sia in patria (pensiamo poche settimane fa in Texas) sia all’estero dove sono i poveri a subirne le conseguenze.

Il ritorno americano al carbone

E nelle stesse ore dell’inferno in California (mentre continua a salire il numero dei morti e dispersi) a Washington si dichiara «La guerra al carbone è finita!». La frase ad effetto, pronunciata da Scott Pruitt il capo dell’Agenzia federale per l’Ambiente (EPA) uno dei pochi scettici riguardo al cambiamento climatico e collocato appositamente dal presidente Trump nella stanza di controllo ambientale, preannuncia quanto si temeva da mesi: l’accantonamento definitivo del «Clean Power Plan», il programma predisposto dalla precedente amministrazione Obama per la difesa dell’ambiente che conteneva sensibili restrizioni in materia di emissioni da combustibili fossili. Ancora una volta quanto aveva costituito una promessa elettorale diventa realtà: accontentati i minatori e le imprese del carbone, alle stelle i grandi petrolieri (neppure Bush figlio di petrolieri era giunto a tanto).

Il Piano di Obama, secondo i calcoli degli esperti, avrebbe impedito, solo negli Stati Uniti, dai 3 ai 6 mila morti l’anno, causati dall’inquinamento dell’aria, entro il 2030, almeno 90.000 nuovi casi di asma infantile nelle zone prossime alle centrali a carbone, ma soprattutto avrebbe drasticamente abbattuto le emissioni di gas serra da parte del Paese che nel mondo è al 2° posto dopo la Cina nella triste lista dei grandi inquinatori (per protesta l’ambasciatore cinese a Washington si è dimesso, consapevole degli sforzi compiuti dal suo Paese che pure aveva sottoscritto le decisioni di COP 21).

A novembre la Conferenza ONU sul clima a Bonn

E questo a neanche un mese di distanza dalla prossima Conferenza delle Nazioni Unite che si aprirà a Bonn a partire dal 6 novembre (COP 23) dove i rappresentanti degli stati intendono verificare il rispetto degli accordi di Parigi e, se occorre, migliorare le strategie per l’obiettivo di “emissioni zero” entro il 2050 con lo scopo di mantenere sotto i 2°C l’aumento di temperatura media mondiale (accordo ormai rottamato oltreoceano).

Ben diverse (per fortuna nostra e del pianeta) le decisioni politiche a livello europeo: è della settimana scorsa una risoluzione del Parlamento di Strasburgo contenente una serie di raccomandazioni in vista di Bonn. L’Unione Europea intende implementare la strategia per ridurre le emissioni entro il 2050 attraverso lo stanziamento di finanziamenti aggiuntivi, sollecita la Commissione a preparare entro il 2018 la strategia comune per l’obiettivo del 2050, con la drastica riduzione delle emissioni di gas serra da combustibili fossili, ma anche da un miglioramento dell’uso di suolo e silvicoltura. Non manca nel testo la «delusione» per le scelte compiute dagli Stati Uniti in merito agli accordi di Parigi, già sottoscritti, con convinzione, a firma del vicepresidente Kerry. Scelte che vengono tacciate senza scampo come «un passo indietro».

La presidenza alle Isole più sfortunate

Un bel gesto è stata invece la scelta di Angela Merkel che ha ceduto volentieri la presidenza dell’incontro, che pure si svolge in quella che fu la capitale della ex Germania Ovest, al suo omologo delle Isole Fiji, l’arcipelago del Pacifico a forte rischio di sopravvivenza a causa dell’innalzamento del livello oceanico. Una scelta dal valore altamente simbolico che valorizza i Paesi già oggi più colpiti dalla situazione ambientale, definiti dalle Nazioni Unite nel complesso come «Pacific Islands»: tra essi la repubblica di Kiribati, già costretta da anni ad evacuare abitanti di alcuni atolli perché inesorabilmente sommersi dal mare.

Ma non c’è solo l’Europa tra quanti avvertono la responsabilità che grava sulle spalle dei Paesi ricchi: Frank Bainimarama dalle Fiji è stato accolto nel mese di settembre dal Primo Ministro canadese Trudeau (il Canada è su una sponda ben diversa riguardo alle scelte ambientali più a sud) e insieme hanno ribadito la necessità di onorare gli accordi di Parigi per contenere non solo la temperatura entro i 2°C, bensì sotto1,5°C.

«In qualità di prossimo Presidente di COP 23 ritengo che esista un riconoscimento generale della necessità di costruire una resilienza per le nazioni più vulnerabili del pianeta, offrire loro un migliore accesso a fonti energetiche alternative e fornire loro i mezzi non solo economici, ma anche culturali e tecnologici, per far fronte ai disastri procurati dal cambiamento climatico» ha detto Bainimarama che aggiungeva «È un problema di equità, giustizia e responsabilità collettiva che il mondo intero deve affrontare. I mezzi li abbiamo tra le mani e sono gli accordi di Parigi COP 21. Chiedo a tutte le persone di buona volontà di aderire a questa grande coalizione di governi, società civile e settore privato. Lavoriamo insieme, prima che, per i nostri figli, sia troppo tardi. Saremo giudicati tutti quanti su quanto era nelle nostre possibilità».

Stati Uniti contro tutti

A tutt’oggi gli Stati Uniti sarebbero l’unica nazione industrializzata a defilarsi dalla firma apposta a Parigi, ma non è solo l’accordo di COP 21 a venir rottamato: chiusa definitivamente la partita ambientale, resta il nodo dell’immigrazione con la sorte dei Dreamers (e la promessa elettorale della costruzione del Muro con il Messico, anche sul territorio di California) e l’abolizione dell’ObamaCare, l’introduzione della sanità pubblica ottenuta dopo decenni di sforzi dei predecessori democratici. Su questo versante, nonostante le numerose riserve espresse dai vescovi preoccupati per i milioni di cittadini che resterebbero senza copertura sanitaria (come pure per il destino dei ragazzi immigrati dal Centroamerica o delle conseguenze del cambiamento climatico), il presidente ha incassato in questi giorni l’appoggio del presidente della Conferenza episcopale, card. Daniel Di Nardo arcivescovo di Galveston-Houston che preme perché, come sempre chiesto ufficialmente in passato anche con toni molto forti da alcuni vescovi, venga tolto il contributo sanitario che i datori di lavoro sono tenuti a versare per legge, in nome della libertà religiosa sancita dalla Costituzione.

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2 Commenti

  1. architects in coimbatore 11 ottobre 2018
  2. Luigi Antonio Pezone 8 novembre 2017

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