Berardi, una storia rara

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C’è un calciatore dell’Italia per cui faccio il tifo più degli altri. Si chiama Domenico Berardi. Domenico mi sta simpatico perché non gioca e non ha mai giocato in nessuna delle squadre più ricche del campionato, ma anche perché la sua carriera da professionista si è consumata finora tutta con la solita maglia e, infine, perché i due avvenimenti più importanti della sua vita da calciatore (l’approdo in una squadra professionistica e la consacrazione come punto fermo dell’attacco della nazionale) sono stati frutto di itinerari stranissimi e inconsueti, come in una favola.

Forse chi sta seguendo gli Europei in questi giorni ma non si interessa abitualmente al calcio non saprà che Domenico è un ragazzo calabrese che da ragazzino minorenne giocava in una squadretta insignificante in provincia di Cosenza, il Castello.

Domenico aveva un fratello più grande che frequentava l’università a Modena e che lui, di tanto in tanto, andava a trovare attraversando l’Italia in treno.

In una di queste visite, il fratello di Domenico organizzò una partita di calcetto in cui, fra i partecipanti, segno del destino, c’era un allenatore delle giovanili del Sassuolo, squadra di serie B. L’allenatore rimase estasiato dalle qualità di Domenico, e dimostrando grande fiuto da talent scout fece buttare nel cestino al ragazzo il biglietto del treno di ritorno, invitandolo a un provino in una delle squadre giovanili della società neroverde.

Provino superato, Domenico tesserato, e il Sassuolo si trovò così in squadra quello che, nel giro di un paio d’anni, sarebbe diventato l’attaccante più forte in assoluto della società emiliana di proprietà di Giorgio Squinzi.

I gol di Domenico Berardi hanno trascinato il Sassuolo in serie A, nel 2013, e poi hanno scritto le pagine più belle di questa squadra di provincia nella massima serie, in un ininterrotto ciclo di salvezze tranquille e piazzamenti di prestigio con tanto di due qualificazioni nelle coppe europee.

Rimanere in provincia

Di solito, i giocatori di talento come Domenico restano nella squadra di provincia che li ha lanciati per due massimo tre stagioni, e poi spiccano il volo per andare a conquistarsi un contratto più ricco in una squadra più ambiziosa. Perché invece Berardi è rimasto al Sassuolo per dieci anni consecutivi, dalle giovanili fino a oggi?

I più maliziosi risponderanno: perché è un mezzo giocatore; bravo ma incostante, e poi è una testa calda, uno che protesta sempre, che una volta a San Siro con l’Inter si fece espellere e prese 7 giornate di squalifica facendo uno show da fuori di testa con arbitro e avversari.

Messa così, sembra la storia di uno dei miei ragazzacci del professionale: istintivi, passionali, ingenui. E, in effetti, le stroncature di cui sopra corrispondono a verità. Però non bastano a giustificare il fatto clamoroso (per il calcio di oggi) di un attaccante forte, che ha segnato con regolarità in serie A, che non ha mai avuto gravi infortuni, e che pure è rimasto sempre in una squadra di provincia.

L’altro motivo alla base del matrimonio Berardi-Sassuolo è la serietà del presidente Giorgio Squinzi e dei suoi due figli, che hanno da poco ereditato la proprietà della squadra dopo la morte del padre: un presidente vecchia maniera che pensava ai bilanci ma che era ancora attaccato al significato dello sport come senso di appartenenza, e alla concezione di una squadra non come un porto di mare ma come un gruppo consolidato fatto di diversi punti fermi (oltre a Berardi, vedi i vari Magnanellli, Consigli, Peluso, Rogerio…).

Infine, la storia di Berardi bandiera del Sassuolo è anche una storia in cui la parola riconoscenza ha ancora un valore forte. A volte è stato il ragazzo a rifiutare sul più bello il trasferimento in una grande squadra, come quando nel 2018 Domenico smise di rispondere al telefono del suo procuratore che aveva già avviato una cessione alla Juve, in modo da far terminare la finestra di calcio mercato e restare a Sassuolo a dispetto della logica e delle previsioni.

Da osservatore attento della serie A, ho visto Berardi migliorare molto negli ultimi due anni. Il suo ruolo non è mai cambiato: ala destra nel tridente d’attacco (la stessa posizione che ricopre in nazionale), ruolo ideale per valorizzare al massimo il suo piede sinistro sopraffino, partendo dalla linea del fallo laterale e poi accentrandosi per scagliare in porta dei diagonali spesso imprendibili.

Al suo fianco in questi 10 anni si sono alternati tanti centravanti: da quelli più fisici, come Matri e Zaza, a quelli più leggerini e di movimento, come Defrel e Caputo.

Negli anni Domenico è migliorato non solo a livello di testa (più concentrato, meno polemico, più pronto ad aiutare i compagni in fase difensiva) ma anche a livello tecnico: l’azione che ha portato all’autogol contro la Turchia non è casuale, ma frutto della sua capacità affinata negli ultimi anni di usare bene anche il piede più debole, il destro; cosa che lo rende più imprevedibile e difficile da marcare.

E poi nelle ultime stagioni il mister del Sassuolo, De Zerbi, gli ha insegnato a svariare per tutto il fronte d’attacco, pur partendo da destra, per partecipare anche a triangolazioni e giocate di prima nello stretto, meno cross e più rasoterra, come è successo anche in Italia-Turchia con quella palla di prima deliziosa servita a Immobile nel primo tempo.

La storia di Berardi fa sognare i tifosi come me perché dimostra che anche le squadre meno ricche della serie A possono regalare a un calciatore il palcoscenico più importante. E che le squadre meno ricche, se ben organizzate, possono andare oltre il solito ruolo di trampolino di lancio per giovani calciatori.

Ma possono diventare degli ambienti dove chi non è affamato di soldi facili e vive la sua squadra di calcio come una seconda famiglia può scrivere un’epopea romantica e controcorrente, arrivando a giocarsi la coppa più ambita nel bel mezzo di una carriera tutta spesa indossando una maglia strana che la maggior parte delle persone non sa nemmeno riconoscere.

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