Cambia il clima, cambino i comportamenti

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Si può negare tutto, compresa la nostra stessa esistenza. Dall’altra si può credere agli asini che volano. Non sto scherzando: basterebbe aver la pazienza (e lo stomaco) di scorrere alcuni siti ideologici per scoprirne, anche in questi giorni, delle belle.

Ma se prendiamo sul serio il lavoro di centinaia e centinaia di scienziati che nel mondo si preoccupano di monitorare lo stato del pianeta, allora la settimana scorsa avremmo dovuto allarmarci di fronte ai dati contenuti nell’ultimo Rapporto Onu sullo stato dell’atmosfera, il «Greenhouse gas Bulletin».

CO2 sempre più in crescita

Per la prima volta nella storia della Terra la concentrazione media di diossido di carbonio (CO2, ancora chiamata anidride carbonica ignorando la nuova nomenclatura IUPAC entrata in vigore quasi 60 anni fa) ha raggiunto la soglia di 400 parti per milione (ppm). Non che il valore non si fosse mai raggiunto prima, ma si trattava di fenomeni circoscritti a livello locale: ora stiamo parlando di un dato globale che si è mantenuto per un intero anno. E indietro non si torna. L’Organizzazione meteorologica mondiale che fa capo alle Nazioni Unite spiega l’evento come solo in parte collegato al fenomeno di «El Niño» (che ha indotto diversi cambiamenti sul pianeta) tanto che il segretario generale, Petteri Taalas, ha dichiarato che il 2015 resterà nella storia come l’anno in cui le concentrazioni record di gas a effetto serra «annunciano ormai una nuova realtà climatica».

Il clima sta cambiando, o per meglio dire, è già cambiato: un mutamento nel suo intero complesso. È significativo come l’espressione nelle diverse lingue sia al singolare «climate change», «changement climatique», «cambio climático», «Klimawandel», mentre in italiano traduciamo ancora al plurale «cambiamenti climatici» (e chi scrive altrimenti magari non si fa capire …) quasi che, se ce ne sono stati tanti, questo non è altro che uno in più. E invece no: oggi assistiamo al «cambiamento climatico» in assoluto.  Un cambiamento che non ha precedenti: non si tratta di eventi naturali, come ad esempio periodi glaciali o interglaciali, siamo di fronte ad un mutamento della composizione chimica stessa dell’atmosfera.

Aumentano i gas serra e non per cause naturali (certo che c’è anche il rilascio dalle eruzioni vulcaniche, ma la percentuale prodotta non giustifica la crescita): siamo noi ad esserne responsabili, non altri. Al punto che il premio Nobel per la chimica, l’olandese Paul Crutzen (che ad oltre 80 anni lavora ancora al Max Plank di Mainz in Germania e all’Oceanografico di San Diego in California), ha coniato da anni il termine Antropocene, per indicare una nuova Era, quella in cui l’uomo è stato in grado di modificare lo stato stesso del pianeta.

È noto che, di per sé, l’effetto serra è il fenomeno che ha permesso la nascita e il permanere della vita sulla terra (siamo ad una distanza ottimale dal sole e l’effetto serra mantiene pressoché costante la temperatura dello strato più basso dell’atmosfera, il nostro), ma oggi assistiamo ad un aumento incontrollato dell’effetto tale da comportare un innalzamento graduale e costante della temperatura della troposfera.

Se non si ridurranno le emissioni di diossido di carbonio, non saremo in grado di mantenere gli impegni presi dai vertici internazionali (l’ultimo è stato COP 21 a Parigi nel dicembre scorso), vale a dire l‘aumento di temperatura entro i 2°C.

In aumento anche il metano

Diversi sono i fronti di preoccupazione. La quantità di diossido di carbonio ha raggiunto ormai livelli tali che una riduzione delle emissioni, da sola, non risolverebbe il problema alla radice in quanto il gas oggi presente è destinato a restare nell’atmosfera per decenni. CO2 non è l’unico gas killer, anche il metano (CH4) non scherza, nonostante permanga solo 12 anni, 1/20 rispetto al diossido di carbonio.

Il recente boom di emissioni arriva soprattutto dal Nord America: a rivelarlo è uno studio pubblicato su «Geophysical Research Letters» dal gruppo che fa capo ad Alexander J. Turner, dell’università di Harvard: il 40-60% delle emissioni di metano complessive a livello globale degli ultimi 10 anni provengono da Stati Uniti e Canada, in misura minore anche dal Messico. Non solo il permafrost che scongela attivando il proliferare di batteri metanogeni, non solo l’allevamento di bovini o la diretta estrazione per uso domestico e commerciale: la principale causa sembra essere la nuova tecnologia del fracking, la fratturazione degli scisti argillosi per estrarre idrocarburi, una vera e propria «corsa all’oro blu» che ha accelerato la crescita delle emissioni di CH4 (ed è significativo che le Chiese della Riforma abbiano denunciato questa tecnica già da tempo …).

«In una ricerca del 2011 avevamo già mostrato come impiegando il fracking per estrarre gas naturale una quantità di metano fuoriuscisse dal suolo entrando in atmosfera», va spiegando Robert W. Howarth, docente di biologia ambientale alla Cornell University. «I nuovi dati sono ancora più preoccupanti: nell’estrazione tradizionale si disperde in atmosfera circa il 3,6% del metano; per lo shale gas, prodotto con la tecnica del fracking, si sale a oltre il 12% ». Il 28 giugno scorso il presidente americano Obama, il suo omologo canadese Justin Trudeau, ed Enrique Peña Nieto del Messico, hanno sottoscritto l’obiettivo comune di ridurre le emissioni di metano del 40-45 % entro il 2025 in tutto il Nord-America, oltre che puntare a raggiungere il 50% della produzione di energia da fonti rinnovabili, ma il Congresso (forti come sempre le lobby dei carburanti) sbarra ancora la strada.

Una nota positiva: l’accordo di Montreal

Intanto la concentrazione di diossido di carbonio non dovrebbe subire flessioni per tutto il corrente 2016 e resterà tale anche per la prossima generazione. D’altro canto, per vedere i benefici del passaggio alle fonti rinnovabili di energia (o della riduzione dei consumi) si dovranno attendere anni e anni. Esiste un limite che i fisici dell’atmosfera definiscono il «punto di non ritorno»: una soglia di concentrazione di 450 ppm superata la quale sarebbe impossibile mantenere l’aumento di temperatura entro i 2°C. Di questo passo diventa indispensabile l’applicazione rigorosa degli accordi presi a Parigi l’autunno scorso e un po’ di coraggio in più al prossimo vertice di Marrakech (COP 22) che si terrà dal 7 al 18 novembre prossimi.

Una novità in positivo è dei giorni scorsi: a Montreal in Canada è stata raggiunta un’intesa per compensare le emissioni di gas serra in tutto il comparto aereo. L’Icao, l’organizzazione mondiale dell’aviazione civile ha approvato una risoluzione secondo la quale le compagnie aeree di 65 Paesi al mondo, a partire dal 2021, garantiranno un meccanismo di compensazione per le emissioni prodotte, grazie a modifiche tecniche di costruzione degli aerei e l’applicazione di una nuova filosofia del piano dei carburanti. Verrà avviata una prima fase, su base volontaria (2011-2014) per poi andare a regime obbligatorio dal 2027 (eccezioni per i paesi in via di sviluppo non in grado di sostenere i grossi costi tecnologici o per quegli stati con un tasso esiguo di trasporto aereo).

Si tratta di un risultato atteso da oltre 20 anni, «un accordo senza precedenti» l’ha definito Violeta Bulc, commissaria ai trasporti dell’Unione Europea che ha partecipato ai lavori di Montreal (i 65 paesi firmatari, compresi tutti i membri UE, rappresentano l’80% delle emissioni di diossido di carbonio da navigazione aerea e gestiscono l’86% dei voli internazionali).

Solo nel 2013 si sono calcolate 700 milioni di tonnellate di emissioni provenienti dalla navigazione aerea e, senza l’accordo di Montreal, il valore sarebbe destinato a triplicare entro i prossimi 35 anni. Tra il 1990 e il 2014 il numero di voli è aumentato dell’80% e di prevede ulteriore crescita tra il 2014 e il 2035 (di almeno il 45%) e a tutt’oggi si imbarcano 2,27 milioni di passeggeri al giorno.

Notevoli sono già oggi le differenze tra le compagnie aeree. Secondo il rapporto ICTT in testa con le emissioni più basse stanno quelle scandinave: per ogni passeggero la Norvegian percorre 40 km con 1 litro di carburante. Sono anche in corso ricerche su carburanti sostenibili, ma non si prevedono risultati a tempi brevi. La Commissione Europea ha predisposto l’Emission Trading System a tutti i voli in partenza e in arrivo in un aeroporto comunitario, ma tanto è ancora affidato alla coscienza dei singoli.

Come dire: a volte potrebbe essere più in linea con una coscienza che si preoccupa del creato prendere un mezzo pubblico invece che la propria auto (è questione di un cambiamento di abitudini, non sempre l’uso della macchina è di stretta necessità, diciamo piuttosto «comodità») o recarsi alla stazione dei treni invece che all’aeroporto …

O, in vista della stagione invernale, impegnarsi, al di là degli obblighi di legge, a ridurre la temperatura nelle nostre case o luoghi di lavoro …

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