Cerco una lingua universale

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Cerco una lingua universale che traduca a tutti e per tutti il significato di questa pandemia.

Non è l’esperanto, né può esserlo, come un “puzzle”, per bello che sia, mai potrebbe essere la fedele riproduzione della Sistina, o della Primavera. Neppure può essere l’inglese, erede della grande potenza della Great Britain, Gran Bretagna, ora più di ieri “isola” cioè isolata dalla universale realtà del mondo, ma non dal virus. Beffardamente si chiama Corona.

Pandemia vuol dire che è di tutti, questa malattia è ora di tutti, proprio di tutti: la forma più democratica, più diffusa di un male che colpisce il carcerato e il principe Carlo, l’immigrato sui barconi verso l’Italia e il prelato in Vaticano.

Con diverse lingue materne, tutti pregano il proprio Dio: liberaci dal male.

Anch’io prego, o provo a pregare. E per la mia pochezza, guardo dove sono giunto, sino ad oggi “libero dal male”, da quello del corpo, per ora (solo per ora!), dimentico di come e di chi mi liberò, da bambino che ero, prossimo a morire, e mi condusse sino alla vecchiaia

Allora desidero pensare, meditare, riflettere su quel grido: liberaci dal male.

È quello dell’anima, certamente. È infatti preceduto da: Non ci indurre in tentazione, oggi: Non ci abbandonare alla tentazione.

La tentazione di oggi è quella di negare l’aiuto un tempo promesso alle nazioni più povere (Tunisia e Bolivia) perché «prima gli italiani». In questi tristi momenti è spontaneo, capisco, capisco bene. Che posso fare? Come posso porgere il pane, o la mascherina, a chi è lontano e negarli a chi è qui, al mio vicino di casa?

Sprovveduti e incoscienti siamo, anzi siete, così un parlamentare di «Fratelli d’ Italia» (prima gli italiani) che invoca questa fraternità territoriale, solo e tutta territoriale. E il ministro degli esteri che si giustifica: eravamo obbligati contrattualmente. È una questione legale, giuridica? A me pare una giustificazione debole e incongrua.

Perché sì, qualcosa so di contratti, di obblighi legali; quanto basta per ricordarmi che Churchill laicamente insegnava: «I regolamenti servono a e per chi non sa regolarsi da se.»

Gridano contro la Germania e l’Olanda i nostri parlamentari di destra, che additano quei politici ottusi, chiusi nel loro locale egoismo, che rifiutano l’aiuto all’Italia e alla Spagna, le nazioni più colpite da questa crudele pandemia. Dov’è l’Europa? È quella che se ne frega dello spread o ora della pandemia? Salvini e Meloni esigono l’aiuto dell’Europa, da loro identificata in Angela Merkel, dimentichi delle felpe sino a ieri l’altro indossate con la scritta «No Europa».

Giganteggia il nostro presidente Mattarella «Serve ed è utile a tutti l’aiuto, prima che sia troppo tardi». Cioè prima che la malattia collettiva, non debellata dalla sola preghiera (Liberaci da male), dilaghi ovunque e sommerga: noi, i più aggrediti, i più deboli, e domani, forse loro, o altri. Il virus non rispetta i confini, è giunto anche in Brasile, e negli USA, dove Bolsonaro e Trump negavano la gravità del male.

Anche in Tunisia, anche in Bolivia può giungere o è già giunto: catastrofiche le immagini che giungono dall’Ecuador. Ne sconsiglio la visione, ci vuole uno stomaco forte.

Chiedere aiuto, o anzi esigerlo, e negarlo a chi lo chiede è una antica millenaria tradizione. Leggiamo la parabola del servo spietato: doveva diecimila talenti al suo padrone, ma gli furono condonati; era creditore di cento, e mandò in prigione il suo debitore, impossibilitato a pagarlo.

Anche la follia di dare denari a Tunisia e Bolivia è narrata nel Vangelo: anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola del padrone.

Eppure la tentazione di gridare contro i poveri più poveri di noi, più disperati di noi, indegni di mangiare le briciole è grande, è dilagata.

Ignoro l’obbligo contrattuale menzionato da Di Maio. Io desidero come e con tutti pregare «Liberaci dal male»; libera tutti noi, debitori e creditori dalla tentazione, perché possiamo far sì che venga il Regno, dove possiamo riconoscerci figli d’uno stesso Padre e possiamo essere tutti fratelli. Tutti, non solo «Fratelli d’ Italia».

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