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“Altra Marea”: sotto questo titolo sono stati raccolti tre eventi di Festivaletteratura 2022 condotti da Giorgio Brizio, giovane attivista torinese di Fridays For Future, che si occupa di crisi climatica e migrazioni, autore del libro Non siamo tutti sulla stessa barca, Slow Food Editore, 2021.

Ha scritto: «Io dalla finestra di casa non vedo il mare, ma penso spesso al Mediterraneo e alla gente che lo attraversa; donne, uomini, bambini e anziani, persone che provano a raggiungere l’Italia per sfuggire dalla miseria, dalla guerra o da un clima ostile; e devo dire che mi conforta sapere che c’è qualcuno che porta in salvo queste persone, qualcuno che, nel mio piccolo, posso aiutare. Così, anche uno scenario di città acquista valore, respira umanità».

Ospite dell’incontro di Altra Marea del 9 settembre era Stefano Liberti, giornalista e documentarista romano, autore di reportage e di libri come Terra bruciata, BUR, 2021, un saggio in cui ha posto in relazione la crisi sanitaria e quella ambientale, sottolineando come entrambe siano causate dal mancato rispetto dell’ambiente.

Crisi del modello di sviluppo

Liberti ha scritto buona parte del suo libro tra il 2019 e il 2020, poco prima del lockdown conseguente all’infezione da Covid-19; il libro è  uscito l’anno dopo. L’obiettivo era quello di vedere gli impatti della crisi climatica sul territorio italiano e sulla nostra società. Poi, alla crisi climatica si è sommata quella sanitaria, due crisi collegate al nostro modello di sviluppo, di tipo estrattivo. Il salto di specie (zoonosi) di virus come il Covid-19 è favorito dall’avvicinamento delle zone urbanizzate a quelle selvagge.

Tra le due crisi, sanitaria e climatica, c’è una differenza. Il Covid rappresenta un evento non trasformativo: una volta risolto – nel caso che ciò accada –, possiamo pensare di tornare alla situazione precedente. Ma per la crisi climatica non è così: ogni anno superiamo i limiti precedenti ed è praticamente impossibile tornare al prima. La crisi climatica è come una pandemia lenta che non ci colpisce in modo improvviso e perciò abbiamo la percezione che non dia problemi immediati; ma non è così.

Brizio immagina la crisi ambientale come un’onda che avanza: ci sono persone (poche) su uno yacht che sanno quello che sta accadendo, ma subiscono conseguenze limitate; altre persone (tante) sono su barchette di legno e sanno poco di quello che succede, ma pagano un prezzo altissimo. Ad esempio, il Bangladesh ha la più bassa quantità pro capite di emissioni di carbonio del mondo, ma è tra i Paesi più colpiti dalla crisi climatica.

Ingiustizia climatica

D’altra parte, solo 100 aziende – tra cui Exxon, Shell, BP, Chevron, Gazprom, China Coal, Saudi Aramco, ENI – producono oltre il 70% delle emissioni globali di carbonio del mondo. L’utile netto di ENI è incrementato del 700% nel 1° semestre 2022 rispetto all’anno precedente. È l’ingiustiza climatica: i meno colpevoli sono i più colpiti.

Liberti ricorda alcune delle buone pratiche per ridurre il nostro impatto sull’ambiente: mangiare meno carne, viaggiare di meno con i mezzi a motore – in particolare l’aereo –, comprare meno vestiti, riscaldare e raffrescare di meno.

Va bene, ma non bastano i buoni comportamenti individuali: occorre cambiare il sistema. Gli stati devono smettere di sovvenzionare le aziende più inquinanti e più climalteranti. Si pensi che il 30% del capitale di ENI è dello Stato italiano. Le grandi aziende energetiche  – ENI e SNAM in Italia – fanno enormi profitti – extra-profitti appunto – in questa situazione di guerra conseguente all’aggressione della Russia sull’Ucraina, mentre non pagano le tasse dovute.

Perché in Italia non si sviluppa un movimento che chieda di rendere pubbliche le aziende del settore energetico come avveniva prima delle privatizzazioni? L’energia è un bene comune, come l’acqua. Brizio precisa che queste aziende comprano il gas a basso prezzo, per poi rivenderlo quando i prezzi sono gonfiati dai giochi speculativi, realizzando enormi extraprofitti.

Emissioni e clima

Fridays For Future ha appena presentato la sua Agenda Climatica articolata in cinque temi per affrontare la crisi climatica e sociale: trasporti e mobilità, energia, lavoro, edilizia e povertà energetica, acqua. L’estensione dei diritti alle persone porta a ridurre le emissioni climalteranti. Oggi abbiamo la possibilità di agire, subito, in questa direzione. Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, chiede di fare scelte radicali.

Liberti fa presente la grande opportunità data all’Italia dal PNRR, con fondi mai visti prima. Ma il piano del governo per utilizzare questi fondi non segna un vero cambiamento, tanto meno i programmi dei partiti in vista delle elezioni del 25 settembre. Il programma di Fridays For Future è il più radicale e il più sensato. È la situazione attuale che chiede cambiamenti radicali.

Liberti porta ad esempio il suo recente viaggio in Pakistan: ad aprile il termometro registrava 45°C e questo rendeva la vita molto difficile, con i condizionatori spinti al massimo e con frequenti blackout, dovuti alla scarsa disponibilità di energia elettrica ottenuta dalla combustione di gas da rigassificatori. Prima o poi anche noi avremo problemi analoghi, come il caldo e la siccità dell’estate ci hanno fatto capire, con il Po all’asciutto e i ghiacciai che si frantumano. Bisogna cambiare radicalmente il nostro modello di sviluppo, la moderatezza non serve più.

Mediterraneo

Il Mediterraneo è uno dei luoghi della terra dove si muore di più, a causa soprattutto delle migrazioni verso l’Europa, come ricorda Brizio. Ma è anche uno spot climatico: nell’area mediterranea si registra un aumento della temperatura media di 1,58°C, mentre la media mondiale è di 1,2°C. I movimenti per il clima e l’IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change – invitano fortemente a mantenere l’aumento medio sotto 1,5°C, ma nella nostra zona abbiamo già superato questa soglia. Occorre una mobilitazione generale. Lo sciopero mondiale per il clima del prossimo 23 settembre, organizzato da Fridays For Future e da altri soggetti, dovrebbe coinvolgerci tutti, compresi i lavoratori, i sindacati e i partiti. Perché tanti lavoratori non ci saranno?

Liberti risponde osservando che gli agricoltori sono tra i più colpiti dal cambiamento climatico: siccità, alluvioni, grandinate, diffusione di specie aliene rendono problematico il loro lavoro. C’è una forte sensibilità su questo tema, come dimostra un recente sondaggio. Ma non porta alla mobilitazione: le richieste ai politici sono indirizzate ad avere dei rimborsi per i danni subiti.

La politica, invece, dovrebbe cambiare il paradigma dell’agricoltura. In piena crisi idrica non ci si dovrebbe concentrare solo sulle grandi coltivazioni di mais che richiedono molta acqua. Va cambiato il modello perché non funziona più. C’è grande rassegnazione, ma non nelle nuove generazioni, il che fa ben sperare.

Brizio constata che la curva delle emissioni ha ripreso a salire dopo i due anni critici del Covid. Le fonti fossili sono sostenute da un sistema verticistico, dominato dalle grandi aziende del settore. Le rinnovabili, invece, si coniugano con l’economia circolare. Ma il cambiamento è difficile da accettare, si preferisce mantenere lo status quo.

Il mondo dell’informazione (GEDI, RCS, Mondadori) spesso non si mostra favorevole alla transizione ecologica. Eppure, potremmo veramente cambiare le cose. La battaglia climatica è una sfida sociale, che ci chiede di ripensare i nostri rapporti internazionali e interni. Vogliamo ancora fare accordi con la Libia per i migranti? Come sostenere le disponibilità di grano per i Paesi più poveri? Quale scuola e quale Paese vogliamo?

Liberti riprende la questione del grano. Non dobbiamo dimenticare che le primavere arabe del 2011 sono iniziate con il prezzo del grano alle stelle. Il problema non è tanto la scarsità, quanto il prezzo del grano, che ora si aggira sui 500 $ alla tonnellata: un costo non sostenibile per i paesi africani. Il prezzo del cibo, così come quello dell’energia, è frutto di speculazioni finanziarie. Per questo bisogna sostenere le produzioni locali.

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