Convertire gli omosessuali: tra leggi e domande

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Foto di Delia Giandeini

Gli ultimi sono Canada e Francia. Una legislazione contro le terapie di conversione o terapie curative di lesbiche, omosessuali e transessuali è stata approvata in Canada l’8 dicembre 2021 e in Francia il 25 gennaio 2022. Prima di loro analoghe leggi hanno interessato Malta, Belgio, Olanda, Germania, Gran Bretagna, Spagna, Ecuador, Brasile e Portorico.

In un rapporto dell’ONU del 2020 si dice che queste terapie «sono assimilabili ad atti di tortura». E il Parlamento europeo nel 2018 ha consigliato ai paesi dell’Unione Europea di legiferare in merito (cf. SettimanaNews, qui).

La legge canadese indica le terapie di conversione come «pratiche tese a cambiare l’orientamento sessuale di una persona verso l’eterosessualità o dall’identità di genere (orientamento sessuale accettato) in identità cisgenere (coerenza fra sessualità biologica e orientamento sessuale)».

Nate alla fine degli anni ’70 negli Stati Uniti come cure per guarire gli orientamenti omosessuali o bisessuali, hanno sviluppato tre approcci: biologico (malattia da curare con farmaci o trattamenti ormonali), psicoterapeutico (un disturbo di personalità da correggere), confessionale o religioso (orientamento disordinato da vincere con l’astinenza e gli strumenti spirituali).

Canada e Francia

Le denunce delle vittime negli ultimi decenni hanno acceso l’attenzione su metodi discutibili come esorcismi, elettrochoc, sevizie psicologiche e fisiche, seminari di confessione, iniezioni ormonali, ipnosi.

Gli esiti sono spesso drammatici: depressioni prolungate, idee suicidarie, disturbi psichici. Fino a matrimoni “forzati”. I danni sono personali (perdita di autostima, ricorso a stupefacenti), relazionali (familiari e affettivi), terapeutici (colpevolizzazione).

Difficile valutare i numeri perché le attività curative sono spesso al riparo dalla curiosità pubblica. Nella discussione della legge in Francia si parlava di un centinaio di casi recenti, in Spagna di 600, mentre negli Stati Uniti sarebbero 698.000 coloro che sono ricorsi alle terapie.

Le associazioni più note hanno talora un carattere confessionale: Courage (Canada – USA 1980), Desert Stream Living Water (USA 1980), Exodus International (USA), Torrents de vie (Francia), Verdad y libertad (Spagna) ecc.

G. Bonnet, fondatore di una scuola per la conoscenza dell’inconscio (Epci) ha detto: «Uno psicanalista ascolta per comprendere il desiderio del paziente. Se esso desidera di non vivere la propria omosessualità, tenuto conto delle circostanze della sua vita e del suo contesto, lo aiuterà a verificare se il suo desiderio è profondo e legittimo». Sarà opportuno investire la sua forza interiore nell’arte, nell’amicizia o in altre espressioni. «Non si tratta di una rimozione o di un rifiuto, come si dice. Se qualcuno ha intenzione di vivere diversamente la propria omosessualità non praticandola sessualmente è possibile e questo può rendere sereni».

La questione attraversa le Chiese.

Se 400 responsabili ecclesiastici di 35 paesi, fra cui Desmod Tutu (da poco scomparso), firmano un appello per chiedere la fine delle terapie di conversione, il vescovo presbiteriano di Australia (P. Barnes) condanna le leggi anti-terapie come una dichiarazione di guerra alla Bibbia.

Se l’episcopato polacco in un documento del 2020 promuove i centri di consulenza per aiutare gli omosessuali a modificare il proprio indirizzo e la Chiesa ortodossa russa ritiene l’omosessualità come una perversione, la Chiesa cattolica nei suoi vertici romani si è finora astenuta dal prendere posizione. Anche se il dicastero del clero è intervenute nel caso spagnolo della fondazione Verdad y libertad per confermare il giudizio negativo già emerso nei vescovi. Lo stage di 270 giorni proposto da Sanchez Cordon non poteva e non potrà più fregiarsi del titolo di “cattolico”.

Omosessuali: c’è spazio per noi?

Nelle diversificate informazioni internazionali consultate emergono nel sottofondo le critiche alle legislazioni contro le terapie curative. Alcuni le ritengono giuridicamente non necessarie, espressive solo come marcatore di un interdetto sociale. Altri si interrogano sul perché togliere la libertà ad un adulto di scegliere una terapia (discussa) quando poi – è già successo in Belgio – si permette ad un transessuale minore di ottenere l’eutanasia per la difficoltà di accettare la modifica sessuale del proprio corpo. No alla terapia, sì al suicidio? Vi sono nella vita stagioni (come l’adolescenza) o occasioni in cui la pulsione sessuale non è compiutamente definita: è censurabile qualsiasi accompagnamento che non sia affermativo?

Più comune è l’accusa che accomuna le legislazioni contro le terapie curative alle derive delle teorie di genere (così in Francia). Fino a registrare una sorta di collasso dell’opposizione politica (di solito a destra) come è successo in Canada.

Leo Hausakos, del partito conservatore, ha motivato il consenso alla legge per sottrarre al governo Trudeau un utensile usato come arma politica.

Rimangono la forza e il dramma della domanda degli interessati; c’è per noi uno spazio e un riconoscimento nella società e nelle Chiese?

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