Ma cosa sta succedendo a questo nostro tempo?

di: Vinicio Albanesi

Come a tutti, leggendo giornali e libri, ascoltando televisione, dialogando con gli amici, sorge spontanea la domanda: che sta succedendo al nostro tempo? Le spiegazioni sono molte, alcune tecniche e autorevoli.

Un abbozzo di risposta è venuto seguendo la stampa locale in questi mesi estivi. Certamente la ricerca non è scientifica, però è probabile.

Tre capitoli di notizie

La stampa locale ha sostanzialmente sempre tre capitoli di notizie: fatti di sangue e di sicurezza, notizie sul divertimento e tempo libero, richieste alle autorità per quel che non va.

Gli articoli per fatti di sangue (rapine, uccisioni, incidenti, vu cumprà, rom…), in base alle statistiche degli stessi giornali, sono i più letti. E più gli episodi sono violenti, più l’attenzione è alta: padre/madre che uccide i figli o compagna/compagno, stupri, catastrofi, furti clamorosi…

La responsabilità dei giornali è alta perché si innesca il meccanismo: più notizie lette, più titoli scandalosi. Non c’è giorno che non sia ricordato qualche episodio. Se non è avvenuto nella propria terra, si cercano eventi nel mondo. Lacrime e sangue sono materiale sempre riciclabile, anche per l’ultimo bollettino di periferia.

Un secondo capitolo di notizie riguarda il tempo libero: spiagge, festival, sagre (anche le più improbabili) sono offerte nei siti più sperduti del territorio. La carne di maiale e o di pecora/agnello vanno alla grande. La musica non è impegnativa. Le parrocchie, per non rimanere indietro, hanno inventato la messa all’alba sulla spiaggia.

Da questo quadro il popolo appare come se fosse affamato da mesi e soprattutto desideroso di volersi divertire.

Infine, appaiono le richieste alle autorità che qualcosa non funziona: l’illuminazione di una via, il parcheggio a pagamento, sacchi di rifiuti abbandonati, le file al pronto soccorso.

I politici si affannano, con i loro modesti uffici stampa, a tranquillizzare, con la sperimentata risposta che i lavori inizieranno tra poco. Ma d’altronde, come diceva già s. Caterina da Siena: dicono, disdicono, stradicono, non dicono niente.

Si dirà che questa è la visione di provincia, fatta di piccole cose e di miseri eventi. Eppure rivelano tratti di una società che mostra caratteristiche preoccupanti: una civiltà stanca, delusa, in decadenza.

I frammenti vissuti ogni giorno possono essere letti – tesi azzardata – come indizi della fine di una civiltà che si diceva illuminata, democratica, moderna, ma che, in realtà, appare stanca, delusa, in declino. Sembra sia diretta da istinti primitivi di sopravvivenza.

Non ci scandalizza più niente

Fatti e misfatti che erano ritenuti ripugnanti ieri non sono più scandalosi. Ne cito tre, di questi ultimi mesi.

Il giorno dopo la morte di Marchionne, amministratore delegato di Fiat, il titolo in borsa della FCA perde il 15%, per poi rimbalzare e recuperare il 5% il giorno dopo.

La reputazione del “grande manager” che aveva salvato la Fiat, che aveva azzerato il debito proponendo obiettivi ambiziosi per l’azienda, risiede nella quotazione in Borsa. Ritornello che si ripete ogni qualvolta le attese di società quotate in borsa sono deluse o premianti. La persona, anche se onorata, stimata e temuta in vita, non solo non è nessuno dopo la sua morte, ma nemmeno in vita perché vale per quel che rende. Come per qualsiasi rifugiato che viene pesato dalla quantità di pomodori raccolti.

Un secondo indizio sconvolgente è l’uccisione di figli per vendetta nei confronti del marito/moglie oppure compagno/compagna.

Una vera perversione perché dettata da vendetta che va a colpire uno degli affetti più preziosi della vita, messa in atto per procurare dolore. È un atteggiamento sub-animale. L’istinto di natura non si vendica, ma agisce per necessità. La preda è attaccata per placare la fame; il cucciolo debole è allontanato perché il numero delle tette non riesce a garantire il latte per tutti.

Un terzo indizio è l’attenzione al cibo, diventata ossessiva, fuorviante e inutile. Prima si esaltano ricette e intrugli, per poi suggerire diete, massaggi, nutrimenti che… fanno dimagrire! Vero sintomo di doc (disturbo ossessivo compulsivo).

Il tutto condito in un enclave composto da solitudine, rabbia, rancore, privilegi, lamentele.

All’imbrunire

I parametri per misurare il proprio benessere si è talmente ristretto fino a ridursi al proprio io. Non c’è misura, né proporzione. Quel che si ha non basta. Il grave è che non si riesce ad esprimere ciò che si cerca. Genericamente – come sempre – sicurezza economica, affetti, stima. Significativo il ritornello di una pubblicità di un nuovo modello di automobile: “lui dice… lei dice” per concludere “Fai di testa tua”. Sono ritornate le esigenze “primitive” che hanno accompagnato la storia dell’umanità fin dall’inizio: il cibo, il lavoro, l’eros.

Il tutto condito dalla modernità ridotta al desiderio di non voler morire.

Non sempre la famiglia è diventata sostegno alla propria pace, perché spesso risulta disarticolata nei rapporti marito/moglie, genitori/figli, nucleo/parentela.

Sono molte le spiegazioni suggerite per comprendere la disgregazione: scuola, amicizie, comunicazioni, mancanza di lavoro, necessità. Credo che, alla base delle difficoltà, sia la chiusura del proprio io all’altro, dimenticando le esigenze del territorio, del contesto, della propria storia. Un’ansia di prestazioni che fa dimenticare ciò che si ha, in attesa di un non meglio sconosciuto.

L’orizzonte del proprio vivere è legato all’interno delle mura castellane: lo straniero è il nemico assoluto, senza pietà e senza condivisioni. Si invoca il principe che tuteli, provveda, sia poco esigente e non faccia pagare dazi. Accordi con i vicini possono essere fatti se sono convenienti.

Esempi moderni sono le badanti, i lavoratori sottopagati, i lavori usuranti. La postmodernità è un ritorno alle regole medioevali, abbellita dalla scienza (sempre rassicurante), dall’illusione della mobilità, dalla libertà del proprio agire, dall’interpretazione personale della legge morale, e anche, civile e penale.

La notte che segue all’imbrunire sarà lunga. I sistemi si irrigidiranno facendo prevalere i poteri che meglio gestiscono i propri interessi: ricchezza, salute, legami sociali solidi. La regole della prevaricazione diventeranno feroci. Si sottrarranno a queste regole coloro che hanno più risorse: per tutelare la salute, per abitare in luoghi salubri, per nutrirsi di cibo biologico, per svolgere lavori gratificanti. Il resto del popolo si azzufferà perché ogni gruppo farà prevalere la propria forza. Gli ultimi e penultimi si arrangeranno, diventando scarto con prospettive di vita limitate.

Dove nasce la speranza?

Credo che la speranza per un nuovo giorno nasca dal ritrovare ciò che contraddistingue la civiltà occidentale, almeno dalla nascita del cristianesimo. Si può riassumere nel rispetto della persona e nell’amare l’altro come se stessi.

Sono rimasto colpito da un lungo elenco di “virtù dimenticate” che pongono la vita di ognuno in prospettiva relazionale. L’elenco è tratto da un manuale di “corso di morale”.[i]

Le virtù dimenticate sono caratterizzate dalla relazione e non dall’identità. O meglio la propria identità è connessa con l’attenzione all’altro: lo stesso principio che permette la vita sociale. Non è un dovere, ma un’opportunità, per non ricadere in una guerra che produce feriti e morti. Si potrebbe dire che tali virtù dovrebbero essere perseguite per “interesse”, prima che per dovere.

Esse sono: la comprensione, la sollecitudine, la benevolenza, la cortesia, la mitezza, la gratuità, la gratitudine, il perdono, la testimonianza.

Sembra di descrivere un altro mondo rispetto a quello che si vive ogni giorno. Eppure è ciò che ci aspettiamo quando viaggiamo, andiamo dal medico, in treno, ai giardini, al lavoro.


[i] Cf. T. Goffi – G. Piana, Koinonia, Etica della vita sociale, Vol. III, tomo I, Queriniana, Brescia 1984, pp. 81-108

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