Cristiani e cittadini

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cattolici politica

Il 12 settembre scorso si è tenuta una tavola rotonda online promossa dal Movimento Laudato Si’ sul tema: “Ascolta la voce del Creato – #chiamati alla responsabilità. L’impegno costituente ieri e oggi”. Nel corso dei lavori, iniziati con il saluto del Card. Matteo Zuppi, presidente della CEI, è stata presentata la campagna per il voto responsabile che il Movimento ha lanciato in Italia in vista delle imminenti elezioni politiche. Nell’Appello si legge: «Siamo chiamati ad interrogarci sul delicato momento storico che stiamo vivendo. Oggi la nostra casa comune ha bisogno della responsabilità condivisa dell’intera famiglia umana come avvenne nel 1946 quando, post Seconda Guerra Mondiale, gli italiani furono chiamati a votare per la Costituente. Il voto rappresenta un momento di partecipazione in cui decidere, di fronte alle sfide attuali, in quale direzione vogliamo costruire il futuro delle prossime generazioni». Pubblichiamo qui una sintesi dell’intervento tenuto alla tavola rotonda dal prof. Tiziano Torresi, assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi Roma Tre, docente di Storia delle Istituzioni politiche presso Unimercatorum, collaboratore dell’Edizione Nazionale dell’Epistolario di Alcide De Gasperi e dell’Edizione Nazionale delle Opere di Aldo Moro.  La sua ultima pubblicazione è La scure alla radice, la cultura cattolica e la guerra (1939-1945), Edizioni Studium 2021.

La campagna promossa dal Movimento Laudato sì per il Tempo del Creato 2022, con un intenso richiamo alla responsabilità e alla partecipazione consapevole al voto nelle imminenti elezioni politiche, è un’occasione propizia per riflettere sull’impegno costituente dei cattolici italiani. Si tratta di un argomento particolarmente vasto e complesso, sul quale la storiografia si è a lungo e a fondo interrogata.

Attingendo alla messe di studi sul tema, vorrei offrire soltanto alcuni rapidi spunti di riflessione che aiutino a sottolineare le motivazioni dell’impegno dei cattolici italiani nella fase di destrutturazione e di ristrutturazione del sistema politico italiano dopo la Seconda Guerra Mondiale. In un momento decisivo della storia del Paese, tra la crisi del regime fascista e la fase di elaborazione della carta costituzionale, essi sprigionarono una forza creativa e costruttiva al servizio delle istituzioni di grande significato.

Cattolici e politica

Preparato da una lenta e feconda gestazione di idee nel corso degli anni Trenta, questo lungo itinerario di riflessione e di impegno si era accelerato nel pieno della guerra. Nel radiomessaggio natalizio del 1942 Pio XII dettò lo stile e indicò l’orizzonte: non lamento ma azione era il precetto dell’ora. Lo sguardo e i passi andavano indirizzati non più al passato, a una civiltà perduta, ma al futuro, a un mondo nuovo da costruire.

Questo appello suscitò un diffuso fervore nella cultura cattolica. Si moltiplicarono conciliaboli e cenacoli, da casa Padovani a Milano a casa Paronetto a Roma, sino alla celebre vicenda del cosiddetto Codice di Camaldoli. La riflessione ruotava attorno alla possibilità di conciliare il pensiero cattolico con la democrazia politica e con il regime capitalistico e sull’ipotesi di fondare su queste basi, con le necessarie distinzioni e correzioni, il sistema civile ed economico ormai in cantiere.

Nel frattempo, la partecipazione di tanti giovani cattolici alla Resistenza, pur nella diversità delle scelte personali e delle espressioni della lotta partigiana, era ispirata da un condiviso e profondo senso di partecipazione al destino della patria. Dinanzi allo sfascio della nazione, quella presenza indicava un impegno irreversibile, assunto in piena coscienza come laici credenti, assolvendo il quale, per citare la testimonianza di Ezio Franceschini, i cattolici impararono ad amare, più della vita, la libertà e la giustizia.

Conclusa la guerra, il mondo cattolico si immergeva così da protagonista in un tempo nuovo, difficile e appassionante. Al suo interno le sensibilità, le tensioni, le differenze erano molteplici ma su alcuni aspetti la riflessione e l’azione dei cattolici riuscirono a convergere verso una meta comune, a vantaggio del bene di tutto il Paese. Vorrei provare a richiamare questi aspetti, in rapidi cenni.

Partecipare allo spazio pubblico

Si fece anzitutto strada la crescente consapevolezza della necessaria distinzione tra la sfera religiosa e quella politica dell’impegno dei credenti nel mondo. Certo, è ben noto che la tenzone tra un approccio laico e liberale alla politica e uno più integralista e totalizzante fu molto lenta a scemare e inferse delle ferite affatto superficiali nel tessuto connettivo del movimento cattolico.

Ma, fuori del fuoco della controversia, emerge un progressivo rispetto della natura “altra” della politica, nella convinzione di dover realizzare insieme una comunità civile fondata su principi e su valori riconosciuti e condivisi anche da quanti non appartengono al cattolicesimo.

Da ciò conseguiva il compito, per i cattolici, di porsi nell’arena pubblica alla pari con gli altri, di tessere relazioni, di articolare un dialogo con altre culture e altri orientamenti, secondo la logica evangelica del lievito.

È, in questo, molto eloquente la lettera che Aldo Moro, giovane costituente sottoposto a pesanti pressioni della gerarchia per la difesa di quelli che, in un gergo fortunatamente caduto in disuso, si sarebbero definiti valori “non negoziabili”, inviò il 16 novembre 1946 al presidente dell’Azione cattolica italiana Vittorino Veronese, spiegando l’ardua fatica della mediazione e l’impossibilità di riprodurre nella Costituzione esclusivamente il punto di vista dei cattolici.

Un orizzonte internazionale

Un altro elemento significativo che gli studi hanno permesso di meglio comprendere è il valore del dialogo intergenerazionale nel mondo cattolico durante l’età costituente. Esistevano radicali differenze di vedute tra la generazione degli ex-popolari e la seconda generazione cresciuta durante gli anni del fascismo: il primato assegnato alla politica dai primi e al lavoro culturale dai secondi; l’interpretazione del fascismo come parentesi oppure come risposta sbagliata a problemi vivi e veri; il riferimento ai “liberi e ai forti” dei più anziani e la vivace percezione dei problemi della società di massa dei più giovani; la dialettica tra il dovere dell’agitazione antifascista e la robustezza del vincolo patriottico; tra democrazia liberale e democrazia economica; tra logica partitica e animazione della società civile.

La trasformazione di questi punti di attrito, sotto la sapiente regia di Alcide De Gasperi, da un potenziale motivo di frattura in una risorsa per orientare meglio il percorso verso l’obiettivo di una democrazia sostanziale e partecipata, fu un altro passaggio saliente compiuto dal cattolicesimo politico.

Il pensiero cattolico fu inoltre sensibile al rischio che poteva comportare il cristallizzarsi del confronto politico entro i confini della sola dialettica partitica e dello scontro identitario, che si rivelerà sempre più forte con l’approssimarsi delle logiche della guerra fredda.

Già all’indomani della fine del regime, molti intellettuali cattolici avvertirono infatti come per costruire un’etica civile condivisa grazie alla nuova democrazia rappresentativa, fosse prioritaria non già la distinzione delle identità partitiche, ma la rieducazione del popolo italiano al valore del gioco democratico, la formazione di una coscienza diffusa, capillare della cittadinanza e dei diritti e dei doveri che da essa scaturiscono, il mantenimento della mobilitazione spontanea che segnò i mesi tra il crollo del regime e la liberazione e che però, come noto, non riuscì ad esprimersi nella consapevolezza compiuta di una cittadinanza comune, superiore alle singole appartenenze.

La fede e la storia

Infine, un altro elemento che credo si debba sottolineare, tra gli altri, è la docilità che i cattolici rivelarono nel momento costituente nel porsi in ascolto della lezione della storia. Essi non avevano un manuale da rispettare e neppure una solida cultura costituzionale alle spalle.

Nondimeno, con il discernimento degli avvenimenti, con la forza delle idee e il rifiuto della retorica, essi seppero esserci, esserci in quel momento, cogliendone le sfide con creatività e con responsabilità e onorando contemporaneamente con la propria intelligenza e con la propria fede la duplice vocazione di cristiani e di cittadini.

Nel marzo 1946, Aldo Moro prefigurò il compito dei cattolici nella ricostruzione dello Stato, esaltando il valore di pacificazione e mediazione della loro testimonianza e delle loro risorse morali nella dialettica democratica, con parole che illuminano quanto sin qui richiamato.

«Coloro che professano il cristianesimo – scrisse – hanno i doveri più gravi, perché essi rendono testimonianza […] alla vita dello spirito. Essi più che tutti han da essere sereni, obbiettivi, spregiudicati, pronti alla critica, al ravvedimento, al rinnovamento. Essi possono inserire nel complesso delle forze che si contenderanno il potere una forza diversa ed efficace che, senza aspirare al successo immediato, sorregga ed illumini tutti coloro che in buona fede vogliono l’avvenire migliore per la patria italiana.

[La loro azione] è di mediazione non opportunistica, di pacificazione degli spiriti, di approfondimento dei valori morali ed in genere dello sfondo morale di ogni problema politico. La loro azione è la più tenue e sfuggente che si possa immaginare, ma la più presente ed efficace come invocazione a Dio, perché assista nel fecondo travaglio i suoi figli provati dalla sventura e fatti accorti del loro errore.

I cristiani non debbono pretendere naturalmente il monopolio della interiorità e serietà morale, ma hanno da intraprendere arditamente questo cammino, sentendo compagni nella stessa trepidazione e nella stessa attesa tutti gli uomini di buona fede. E ciò naturalmente senza attendere riconoscimenti e compensi, ma per amore di verità e per fedeltà alla vocazione spirituale dell’uomo» (qui).

Ora, se allo storico vien chiesto se questo messaggio sia ancora attuale, egli risponde che la storia va osservata e studiata nella prospettiva che le è propria, sempre contestualizzando pensieri e gesti nel momento che ispirò i primi e vide realizzarsi i secondi.

Davanti alle elezioni

Tuttavia c’è più di una ragione perché alcuni aspetti qui richiamati per sommi capi continuino – o ritornino – a ispirare la riflessione e l’azione dei cattolici in questo tempo che chiama a una nuova e appassionata responsabilità: la distinzione tra la sfera politica e quella religiosa, la capacità di tessere relazioni con altri orientamenti e culture, la risorsa del dialogo tra le generazioni, l’educazione al significato della cittadinanza, la docilità alla lezione della storia posso rappresentare senz’altro, ancora oggi, le motivazioni più autentiche e condivise dai cattolici italiani per la difesa della democrazia, che non è mai un risultato definitivo, ma una fragile, severa, faticosa conquista.

In questo senso, non è estraneo alla realizzazione sempre più piena della vocazione di cittadini che i cattolici si assumono nella doverosa partecipazione al voto, senza alcuna esitazione, l’impegno speso nelle molteplici iniziative del Tempo del Creato.

Oggi la responsabilità che chiama i credenti a esprimere col proprio voto consapevole l’amore per la casa comune li chiama in modo identico a difendere le frontiere più a rischio e più deboli di quella medesima casa.

Lì, insieme a tante compagne e compagni di viaggio, animatori di una nuova, silenziosa, incruenta Resistenza contro le logiche di sopraffazione della creazione e della dignità umana, è possibile imparare di nuovo ad amare la libertà e la giustizia per costruire una comunità di uomini e donne migliori.

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