I cristiani e la croce

di: Antonio Cecconi
Jacques Hamel

Jacques Hamel

Negli anni ’80, di fronte alla violenza che insanguinava l’Italia, quel grande poeta che era padre Turoldo parlò di uno «scialo di morte». Terribile veritiera definizione che adesso vale per l’intera Europa, per questa catena interminabile di follia omicida con l’epicentro in Francia.

Il fatto che la violenza dei due assalitori – dichiarati prontamente dall’Isis come propri “soldati” – abbia colpito un prete cattolico dice quanto questo tipo di terrorismo sia salito di livello: dopo i luoghi “laici” e gli affollamenti di persone indistinte, è toccato a una persona e a un momento simbolo: padre Jacques Hamel, preso in ostaggio mentre celebrava l’eucaristia e poi sgozzato.

Nella storia della Chiesa, anche recente, non è raro il martirio, cioè la testimonianza fedele fino in fondo. Anche il vescovo Romero, proclamato beato da papa Francesco, fu ucciso all’altare. E don Pino Puglisi, don Peppino Diana, don Popielusko… Fatti uccidere da mandanti diversi, ma tutti perché fedeli senza compromessi al Vangelo.

Ma nella chiesa di Rouen è stato ucciso un ministro di Dio da parte di chi si è dichiarato credente in un “altro” Dio. Così avvenne per don Andrea Santoro assassinato in Turchia nel 2006 e per i sette monaci francesi trucidati a Tibhirine (Algeria) nel 1996.

I governanti e i politici di ogni colore, al di là degli esercizi retorici di rito, appaiono impotenti, disarmati, smarriti. Gli unici con le idee chiare sembrano quelli che si dichiarano certi di risolvere il problema con ricette autoritarie, guerrafondaie e (perché no?) razziste.

La ricerca di soluzioni (difficili, faticose, costose non solo finanziariamente) appare tentabile soltanto su scala europea e con l’impegno e l’onere di tutti e di ciascuno.

E quale può essere l’apporto delle Chiese e dei cristiani? Credo consista in alcune parole da tradurre in gesti concreti, da condividere con tante persone di fedi e idee diverse, accomunate dalla passione per il bene comune.

La prima parola è dialogo, cioè volontà di incontro e ascolto verso ogni persona, ogni gruppo umano, nella ricerca di reciprocità. Dialogo con ogni religione, a cominciare dall’islam per tentare quello che avvenne in Italia quando gruppi politici estremisti smisero di chiamare le BR «compagni che sbagliano»: confrontiamoci sul rifiuto della violenza con tutti i musulmani di cui siamo conoscenti o amici. Che poi sarebbe uno sviluppo coerente dell’incontro ecumenico di Assisi, voluto da san Giovanni Paolo II nell’ottobre ’86.

La seconda è inclusione sociale, e quindi lotta alla povertà e all’emarginazione, pensando a tutti coloro che in Europa continuano a sentirsi “stranieri”, ancorché di seconda o terza generazione. Non sarà la panacea contro il terrorismo, ma la via perché sia sempre meno tentato dalla rivolta estrema chiunque si sente non accolto o sfruttato.

La terza parola che oso pronunciare è croce: parola dura per gli stessi cristiani perché vuol dire sacrificio, dono di sé, rinuncia all’odio e alla vendetta. La croce è il segno di una sconfitta, ma non della rinuncia a lottare. Gesù di Nazaret ha combattuto, però con armi “non convenzionali”: perdono, nonviolenza, amore perfino del nemico.

dal Il Tirreno 27 luglio 2016.

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