Culture mediche al plurale /3

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medicina

La medicina può essere intesa come l’ambito complesso che si occupa delle malattie, dell’interpretazione delle cause e delle pratiche terapeutiche collegate.

Nel nostro Occidente, a partire dal secondo dopoguerra, trionfa la medicina scientifica – la biomedicina – mentre in restanti parti del mondo sono ancora praticate medicine tradizionali.

Ciò che distingue le cure tradizionali dal trattamento biomedico è, in particolare, l’enfasi posta sulla guarigione spirituale quale parte inseparabile della cura che ha tra i suoi obiettivi sia il sollievo dai fattori di sofferenza intra-familiare, interpersonale e comunitaria, sia il sollievo dai sintomi dolorosi della malattia. È dato per certo che i risultati della cura sono migliori quando c’è condivisione dell’attribuzione delle cause e riconoscimento culturale del trattamento tra chi la eroga, il paziente, la sua famiglia e i membri della comunità circostante.

Le medicine tradizionali fra le popolazioni del Sud del mondo colgono sistematicamente i legami che uniscono individuo, società e tradizione culturale, sia in riferimento al sintomo biologico del male, sia rispetto alla scelta delle procedure terapeutiche che mobilitano dinamiche di ordine familiare, parentale, sociale, rituale, culturale latu sensu: simultaneamente intervengono sulla psiche e sul corpo.

La malattia è un “significante” per il soggetto sofferente e, insieme, per la società nativa. In tali contesti si può parlare quindi di una vera e propria ricerca del “senso del male” attribuito alla malattia dalla stessa comunità locale. Il guaritore tradizionale opera per stabilire un rapporto immediato e globale col malato, ripristinando quell’unità fra “spirito” e corpo che la nostra medicina scientifica di solito trascura o infrange.

Dobbiamo ricordare che sino agli inizi del ’900 – quindi nel secondo quarto del secolo e sino al secondo dopoguerra – il ricorso al carismatico o al guaritore era praticato anche in Italia ed era prassi corrente e popolare ricorrere contemporaneamente a due tipologie mediche. Mentre ora vige ormai – in Occidente – una demarcazione netta fra normale e anormale, fra norma e devianza.

Dalla medicina scientifica occidentale il soggetto malato viene assolutamente distinto dal suo contesto comunitario, il soma viene isolato e spesso arbitrariamente disgiunto dalla sua psiche: l’organo dall’organismo. Il significato attribuito alla malattia – e alla morte – tende a non comprendere e a non avere più alcun interesse per gli aspetti affettivi, spirituali, emotivi, ancora centrali nei sistemi terapeutici locali delle società tradizionali.

Il fatto – come ha scritto Luigi Frighi in Patologia psichiatrica, magia e religione nella società occidentale di massa, pp. 21-35 – è che “le basi epistemologiche della scienza medica non sono sufficienti a spiegare la situazione antropologica della persona malata”. Questo vale sempre, ma, in particolare, nel lavoro di cura della salute mentale: forte è perciò la domanda di aggiungere al sapere psichiatrico una conoscenza socio-antropologica.

In psichiatria ha perciò grande peso la struttura dei rapporti interindividuali – e le dinamiche conseguenti – nel rapporto medico-paziente, ossia lo studio del “ruolo” del malato divenuto “paziente” e dei collegati pesi e contrappesi costituiti dalle attese psico-culturali, dai problemi di comunicazione, dalle dinamiche affettive.  Sappiamo che un gran numero di processi sociali agiscono, attraverso la mediazione della personalità, quali fattori patogeni non solo nella determinazione di malattie specifiche, ma anche su un terreno aspecifico, favorendo, ad esempio, la caduta nella malattia come evasione dalla responsabilità e come fuga da una situazione personale troppo stressante.

È di conseguenza molto importante il modo in cui le istituzioni sanitarie sanno strutturarsi quali luoghi deputati alle diagnosi e alle cure, in particolare per l’attenzione che sanno – o non sanno – dedicare alla “dimensione affettiva” nella relazione fra medico e paziente, all’intensità emotiva della stessa e alle attese carismatiche indotte dal curante nel verso della guarigione.

A dimostrazione delle gravità e delle risorse che sono rappresentate dall’attesa della diagnosi, dall’ansia per la guarigione, dal timore di una grave disabilità permanente e persino dalla morte, basta considerare il fatto che in tutti nostri ospedali, ossia nei “templi” della medicina scientifica, sussistono le cappellanie della Chiesa cattolica e templi di culto. Questo è stato anche nei manicomi finché furono aperti in Italia.

È noto quanto la speranza – certamente un concetto che non appartiene alla dimensione della clinica scientifica – costituisca un fattore di resilienza e un elemento terapeutico di straordinaria efficacia.

Per questo si può affermare che la spiritualità e la religiosità svolgano un ruolo importante nel modellare credenze e comportamenti, specie in ordine al senso da dare alla propria sofferenza e alla ricerca dei trattamenti ritenuti accettabili ed efficaci: non è detto che siano solo e soltanto da individuare negli ospedali, nelle cliniche e negli ambulatori: possono stare anche nei santuari e in altri luoghi particolarmente significativi per il paziente.

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