Il disagio dei nostri giovani

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Non c’è dubbio che i bambini e i giovani siano la generazione che sta pagando un prezzo emotivo alto a questa pandemia. Giustamente bisogna preoccuparsi di loro, cercare di lenire fino dove è possibile la fatica che stanno facendo e che sta lasciando segni profondi nei loro animi.

Poco si sta facendo, mi sembra, per sostenerli nei loro vissuti che, come quelli di tutti, sono stati privati di tante consuetudini intorno alle quali avevano creato il loro senso di normalità. Ossia, poco si fa per introdurli a vivere e apprezzare il tempo lungo che sta scombussolando la loro quotidianità.

Eppure, forse, da esso si può anche apprendere; si possono trarre lezioni di vita che permetteranno loro di uscire cresciuti e maturati anche dal disagio provato – e non solamente segnati e sconfortati da esso.

Di certo è che non li abbiamo preparati a una rottura improvvisa degli stili di vita abituali; anzi, li abbiamo fatti diventare il volano di una macchina vorticosa che ne sfruttava voracemente il desiderio e le aspettative. Abbiamo ingiunto loro di abbandonarsi senza riserve al consumo dei giorni e delle relazioni, senza imparare a farne tesoro per i tempi difficili.

Così hanno iniziato a credere che la vita light, spensierata, iper-mobile, senza limiti, fosse l’unica vita con cui avrebbero dovuto avere a che fare. Non è stato così, come altre generazioni anche loro hanno dovuto fare i conti con il fatto che la vita non sempre è fair (altrove questa è la condizione quotidiana in cui si nasce, vive e muore – a dire il vero).

Ma non abbiamo dato loro alcuno strumento che li potesse guidare nella stagione difficile del vivere; non lo abbiamo fatto perché da decenni la nostra cultura occidentale è latitante quando si tratta della formazione dell’animo – quella che ti permette di attraversare i disagi del vivere senza soccombere a essi. Imbevuti di libertà garantite, si sono trovati a mal partito quando si è trattato di custodire e conquistare brandelli di una libertà possibile – minimale, verrebbe da dire, scarnata fino a un nocciolo essenziale che deve fare quotidianamente i conti con i limiti che la circondano.

Soprattutto, non abbiamo insegnato a loro a gioire di queste piccole conquiste di una libertà minimale ma del tutto reale – frutto del loro concreto impegno, senza protezioni previe di un rivolo di garanzie (tanto dovute fino a essere ritenute scontate). E, credo, non lo stiamo facendo neanche adesso – quando più ce ne sarebbe bisogno. Anche come Chiesa.

E, proprio come Chiesa, emerge in questo frangente la nostra decennale colpevolezza di non essere stati capaci di entrare discretamente nelle loro vite – limitandoci a biasimare la loro assenza dalle nostre assemblee e dai nostri recinti. Abbiamo aggiornato un po’ i mezzi, ma non stiamo cambiando la nostra forma mentis – e, soprattutto, non ci accorgiamo che i mezzi di questo allargamento a cui ci siamo dovuti piegare non sono né innocenti né neutrali.

Non ci sono ricette pronte, perché stiamo attraversando un inedito come comunità cristiana – per la prima volta da tempo così del tutto simile a quella comunemente umana. L’unica differenza è che noi, come comunità cristiana, non dovremmo sentirci completamente spiazzati dall’inedito imprevedibile – e il fatto che così sia anche per noi, dice in quale misura abbiamo addomesticato il Vangelo e la Scrittura per decenni, fino a renderli innocui, abituali, inerti.

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