Domande sul “padre”

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violenza sulle donne

Le storie raccapriccianti di molte donne nascono dall’incrocio con uomini che hanno compromesso il loro ruolo di padri, mariti e compagni.

Queste storie nascono in epoche diverse e si svolgono in luoghi e culture differenti, con variabili a volte simili, a volte diverse.

Le sante Fosca e Maura

Lo scorso 13 agosto, mentre visitavamo l’isola di Torcello, a nord di Venezia, abbiamo percepito l’intreccio di due storie di questo tipo, a distanza di diciannove secoli, con agghiacciante coincidenza.

Nella chiesa di Santa Fosca dell’XI secolo, costruita a croce greca, magnifico esempio di stile veneto-bizantino, proprio accanto alla gloriosa cattedrale di Santa Maria dell’Assunta del VII secolo, in tutta questa bellezza, abbiamo venerato le reliquie e considerato la tragica storia delle sante Fosca e Maura.

Nell’anno 250, Fosca, giovane figlia di una famiglia pagana, conobbe il cristianesimo, ne seguì l’insegnamento e fu battezzata. Maura, nutrice di Fosca, seguì il suo esempio.

Il padre di Fosca cercò di convincere la figlia a tornare alla fede pagana, ma quando entrambe si rifiutarono, egli le denunciò al leggendario Quinziano, prefetto romano sotto l’imperatore Decio. Quinziano, famoso per la barbara tortura e il martirio di sant’Agata nel febbraio 251, martirizzò Fosca e Maura con la spada nello stesso anno.

In piedi, considerando la loro storia e venerando le loro reliquie, Autiero ha osservato che solo qualche giorno prima, a Salerno, un padre aveva accoltellato la figlia lesbica di 23 anni, Immacolata, e la sua compagna di 39 anni. Non poteva sopportare che le due donne avessero deciso di andare a vivere insieme. Per lui era inconcepibile, inaccettabile.

Poiché non avevano ascoltato il suo avvertimento di stare lontane l’una dall’altra, ha cercato di accoltellarle entrambe, gridando: «Meglio che io passi trent’anni in prigione, così morirete insieme».

Immacolata e la sua compagna Francesca se la cavarono solo con ferite superficiali.[1]

Sia Fosca che Immacolata erano sulla soglia di importanti decisioni per un Altro, per un’altra, segno della loro maturità nelle scelte di fede religiosa o di relazioni affettive.

Piuttosto che dare ascolto alle richieste dei padri, esse andavano avanti per la loro strada. Eppure, i loro padri hanno cercato (e uno ci è riuscito) di distruggere la vita delle loro figlie perché la loro volontà non era stata ascoltata. Hanno compiuto queste azioni proprio in quanto “padri”, un ruolo che pensavano desse loro il diritto di denunciare o distruggere le figlie. Questa loro concezione della paternità è purtroppo tanto diffusa.

Femminicidio: l’uccisione delle donne

A Torcello abbiamo visto il lungo arco del femminicidio e, in particolare, come questo arco sia plasmato dalla comprensione che i padri hanno del proprio ruolo.

Autiero ha osservato: «Il loro non è un dare la vita, come genitore, ma un dominare la vita come padrone e despota; un mettere la propria rappresentazione del modello e della funzione al di sopra della scelta delle persone che ne sono i veri soggetti responsabili. È come mettere le mani sull’anima e sulla vita di qualcuno».

I padri di Fosca e Immacolata credevano di essere qualcuno o di contare qualcosa come uomini solo in quanto potevano imporre la loro volontà sulle donne. L’espressione di questa malsana e pericolosa concezione di sé va dalla quotidiana, latente tendenza a dominare la vita degli altri (figlie, mogli, amanti, compagne di vita) al condizionamento delle loro scelte, fino al crudele esercizio della violenza che spegne addirittura la loro vita.

Due giorni dopo la nostra visita a Torcello, il Ministero degli Interni italiano pubblicava, come ad ogni festa dell’Assunta, il dossier annuale sulla sicurezza, menzionando anche il problema del femminicidio.[2] I dati di quest’anno riportano un aumento da 108 omicidi di donne a causa del loro essere donne a 125, uccise nel contesto «familiare o affettivo», cioè da padri, zii, fratelli e, più comunemente, da partner o ex partner.

Le scienze antropologiche e sociali, così come gli studi di genere, negli ultimi decenni ci hanno offerto strumenti di analisi e percorsi di approfondimento per riconoscere la genesi e la portata di questi fenomeni. E i più recenti «studi sulla maschilità» ci insegnano a liberare il maschile dalle smanie tossiche del dominio.

Qui è in gioco la consapevolezza di tutto il peso culturale e delle molteplici incrostazioni che hanno generato una visione distorta del rapporto tra i generi e della consapevolezza dei ruoli basati sul dominio.

Le religioni hanno avuto un ruolo decisivo e non sempre liberatorio in tutto questo. Piuttosto, esse hanno contribuito a legittimare la superiorità del maschio, ricorrendo inequivocabilmente a espressioni maschili e dominanti delle immagini di Dio. La teologia morale, sacramentale e sistematica deve riconoscere la propria parte di responsabilità in tutto questo. E i nostri vescovi, in particolare, a causa della loro funzione di leadership nella chiesa, devono essere molto più sensibili a questa pericolosa realtà.

Indagine sul padre

Negli ultimi anni, Autiero e Keenan hanno esaminato l’idea di padre nell’etica teologica cattolica.

Autiero, ad esempio, ha curato con Marinella Perroni Maschilità in questione. Sguardi sulla figura di san Giuseppe,[3] in risposta alla recente iniziativa di papa Francesco che il 19 marzo 2021 aveva indetto l’Anno di san Giuseppe, proponendolo come modello di maschilità, oltre che come marito e padre esemplare che, accettando di rimanere in seconda fila, è riuscito a stabilire relazioni sane.

Nella sua lettera apostolica intitolata Patris corde[4] («Con cuore di padre»), Francesco ha scritto che «padri non si nasce, ma si diventa», aggiungendo che «un uomo non diventa padre semplicemente mettendo al mondo un figlio, ma assumendosi la responsabilità di prendersene cura». In particolare, egli promuove Giuseppe che «ha accolto Maria incondizionatamente», un gesto importante «nel nostro mondo, dove la violenza psicologica, verbale e fisica nei confronti delle donne è così evidente».

Stando a Torcello, guardando le reliquie di Fosca e Maura, pensando a Immacolata e alla sua compagna e riflettendo sulla relazione del Ministero degli Interni, Autiero ha riferito come Perroni apra la raccolta dei saggi che compongono il libro sopra citato con l’appello a ripensare la maschilità in modi più concreti.

Notando che otto dei dodici studiosi che hanno contribuito al suddetto volume sono donne, Autiero ha sottolineato come la tenerezza, il riconoscimento reciproco e la cura responsabile siano le qualità vulnerabili emerse dalle loro indagini.

Etica della vulnerabilità

Keenan aveva appena terminato le lezioni di D’Arcy a Oxford (Campion Hall) che saranno pubblicate l’anno prossimo dalla Georgetown University Press.[5] Lì egli ha sviluppato un’etica della vulnerabilità, sotto l’influenza di Judith Butler.

Keenan sostiene che la vulnerabilità non è uno stato di bisogno, ma piuttosto la capacità umana, ontologica, di rispondere all’altro. Nella parabola del Buon Samaritano egli vede il vulnerabile non nella vittima ferita ai bordi della strada, ma nel Samaritano che risponde in modo singolare all’indigenza del malcapitato. E, nella parabola del Figliol prodigo, egli mette in evidenza il padre vulnerabile che riaccoglie il figlio sulla via del ritorno.

A Keenan piace citare l’osservazione di Butler del 2012: «Tu mi chiami e io rispondo. Ma se rispondo, è solo perché ero già in grado di rispondere; cioè, questa suscettibilità e vulnerabilità mi costituisce al livello più fondamentale ed è presente, potremmo dire, prima di qualsiasi decisione deliberata di rispondere alla tua chiamata. In altre parole, bisogna essere già in grado di percepire la chiamata prima di rispondere. In questo senso, la responsabilità etica presuppone la capacità etica di rispondere».

Keenan sostiene che la vulnerabilità è la nostra capacità di risposta, ciò che ci permette e ci spinge a riconoscere, a rispondere, a comunicare, in una parola, ad amare.

Come la nota scrittrice italiana Giusi Quarenghi, che chiude il libro curato da Autiero e Perrone, interrogandosi su come siamo influenzati dalle immagini di Dio Padre, così Keenan studia l’immagine di Dio Padre nel famoso motivo del Trono della Grazia. Egli nota che, quando il trono viene raffigurato per la prima volta nel XII secolo, il Padre, nel sorreggere il corpo crocifisso del Figlio, è visibilmente addolorato.

Ma col passar del tempo i capi della Chiesa, nel timore che una simile raffigurazione potesse nuocere all’idea della natura immutabile di Dio, costringono gli artisti a rappresentare il Padre piuttosto nella sua impassibilità. Ma Keenan si chiede: il Vangelo di Giovanni non suggerisce forse più volte che, se il Figlio è vulnerabile, lo sarà anche il Padre? Colui che si è sottomesso vulnerabilmente alla croce non sarebbe stato accolto vulnerabilmente dal Padre?

E allora, quando proclamiamo la nostra fede in Dio, Padre onnipotente, forse dovremmo fermarci un istante e chiederci se il nostro Padre non tragga il “suo potere” dalla sua vulnerabilità e non da una qualche immagine latente di dominio tossico.

  • La versione inglese dell’articolo viene pubblicata sul sito della rivista The Tablet.

Antonio AUTIERO, professore emerito di Teologia morale, Università di Münster, Germania; James F. KEENAN sj, Canisius Professor, Boston College, USA.


[1] https://www.corriere.it/cronache/22_agosto_12/salerno-padre-accoltella-figlia-lesbica-insieme-fidanzata-cosi -morite-together-c31b4618-1a78-11ed-a4ca-24dcb38fef4d.shtml

[2] https://www.elle.com/it/magazine/women-in-society/a40904581/femminicidi-italia-2022/

[3] https://www.queriniana.it/libro/maschilita-in-questione-4380

[4] https://www.vatican.va/content/francesco/it/apost_letters/documents/papa-francesco-lettera-ap_20201208_patris-corde.html

[5] https://www.campion.ox.ac.uk/news/darcy-lectures-2022

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4 Commenti

  1. Franco 21 settembre 2022
    • Adelmo Li Cauzi 21 settembre 2022
  2. Adelmo Li Cauzi 19 settembre 2022
  3. Carmela Allegretto 18 settembre 2022

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