Don Vinicio: il mio ’68 - SettimanaNews

Don Vinicio: il mio ’68

di: Vinicio Albanesi

Ero sceso a Roma nel 1967, per studiare alla Gregoriana, prima alla Facoltà di teologia e poi di diritto canonico: vi rimarrò fino al 1972, ospite della parrocchia di San Clemente ai Prati Fiscali. Non avendo denaro per alloggiare negli Istituti pontifici, feci la vita di studente-operaio. Per compensare l’alloggio, mi era stato affidato dal parroco l’incarico di costituire e seguire un gruppo di universitari, quasi tutti alunni dell’Università della Sapienza: più che assistente ecclesiastico diventai un loro fratello.

Appena sacerdote, proveniente da un piccolo paese delle Marche, con tredici anni di seminario, dovevo anch’io scoprire “il mondo”.

Come per tutte le vite private, i fatti salienti si riducevano a dettagli che suggerivano il “nuovo”. Gli episodi significativi non furono moltissimi; la messa beat delle ore 10 della domenica, la vicenda dell’abate Franzoni, la conoscenza di don Lutte e don Girardi, professori salesiani, di don Luigi Di Liegro, la “Scuola 725” di don Sardelli all’Acquedotto Felice, i preti operai.

La messa domenicale delle 10 con chitarre e tamburi fu un successo: la Chiesa strapiena non era frequentata solo da giovani, ma anche da persone mature. La liturgia era preparata, partecipata, seguita meglio che in un seminario. Quei canti avevano rotto l’incantesimo di una musica antica che era diventata stantia e superata.

Fino a che rimasi a Roma, fu un momento centrale anche per la coesione dei ragazzi più giovani. L’esperienza era nata nella parrocchia dei Martiri Canadesi a Roma, dove furono fondate, per l’Italia, le prime comunità neocatecumenali.

Solitudini sofferte

Giovanni Franzoni, nel marzo 1964, fu eletto abate dell’abbazia di San Paolo fuori le mura. Attivò l’esperienza della comunità cristiana di base. Le scelte della comunità si diressero, oltre che alla lettura e meditazione della parola di Dio, anche all’esame di situazioni politiche nazionali e internazionali: l’opposizione al Concordato, la condanna della guerra del Vietnam, la solidarietà alle lotte operaie dell’autunno caldo, gli procurarono la contrarietà della gerarchia fino a costringerlo alle dimissioni il 12 luglio 1973. La pubblicazione della lettera La terra è di Dio (un testo bellissimo) non lo salvarono dalla marginalità in cui finì, lontano dalla Chiesa ufficiale. Una vicenda umana tristissima di un uomo sincero, vittima di una situazione di crisi di pensiero e istituzionale.

Altri incontri furono significativi: don Gerardo Lutte e don Giulio Girardi. Il primo era impegnato con i baraccati di Pratorotondo a Roma e poi con la Comunità per giovani ragazze in Guatemala; il secondo con gli studi di teologia, perito al Concilio e poi autore di un libro celebre Marxismo e cristianesimo. Anch’essi vivranno gli ultimi anni da emarginati.

Conobbi don Luigi Di Liegro quando si occupava di pastorale: più tardi fonderà la Caritas a Roma, facendo emergere le contraddizioni della povertà delle periferie.

Nel novembre del 1969, don Roberto Sardelli aveva acquistato una baracca, da una prostituta, lungo l’Acquedotto Felice. Fondò la “Scuola 725” dove insegnerà ai bambini, figli dei baraccati, che alla scuola elementare “Salvo D’Acquisto” venivano spesso messi nelle classi differenziali. Assieme ai bambini, don Sardelli scrive la Lettera al Sindaco, indirizzata all’allora sindaco di Roma, pubblicata dal quotidiano Paese Sera.

L’esperienza della “Scuola” termina nel 1974, quando il Comune di Roma inizia ad assegnare le case popolari ai baraccati dell’Acquedotto Felice.

Infine, i preti operai: nella parrocchia in cui vivevo, il vice-parroco don Nicolino Barra inizia a lavorare, facendo il saldatore. È un uomo molto riservato: non proclama nessuna teoria. Vuole solidarizzare con chi lavora in situazioni di sopravvivenza. Morirà di lì a poco di cancro.

Nel 1959 R. Voillaume, aveva pubblicato Come loro, mettendo in luce la vita di fr. Charles de Foucauld e fondando la fraternità dei Piccoli Fratelli.

In lontananza, don Mazzi dell’Isolotto e don Lorenzo Milani priore di Barbiana.

Nel 1966 era apparso il Catechismo olandese, un testo che si può leggere ancora oggi, come se non fossero trascorsi 50 anni.

Questi eroi solitari non nascono dal nulla. Sullo sfondo ci sono avvenimenti ben più corposi e significativi. Per la politica le tre figure che emergono sono J. Kennedy, Krusciov, papa Giovanni. Ciascuno, nel proprio ambito, rivoluziona la situazione precedente, per la politica americana, per lo stalinismo dell’Unione Sovietica, per l’impostazione gerarchica della Chiesa.

Non solo: negli anni ’60 il mondo era cambiato, con l’acquisizione dell’indipendenza di molti paesi africani. Per il cattolicesimo italiano basti pensare alla rivista Nigrizia e alla nascita della Caritas in Italia (1971) voluta da Paolo VI e affidata a mons. Nervo. Fui coinvolto direttamente all’inizio e nel prosieguo con mons. Pasini.

Mano ai problemi

Il ’68 cattolico è immerso nel cambiamento: quasi prevalentemente con figure solitarie, ma anche collettive: si pensi alle Acli o alle vicende dell’Azione cattolica degli anni ’70, con la tensione con i vescovi italiani. Un mondo tutto da riscostruire. Il cambiamento riguarda la cultura, la politica, il mondo ecclesiale.

Per la Chiesa l’epicentro è il Concilio: iniziato l’11 ottobre 1962, concluso l’8 dicembre 1965, gli effetti delle sue dichiarazioni non saranno immediati, ma la vita della Chiesa viene riflettuta e proposta in modo nuovo. Le costituzioni sulla liturgia, sulla Chiesa, sulla parola di Dio, sulla Chiesa nel mondo contemporaneo diventano pietre miliari per il futuro della concezione della cristianità.

Un gruppo di giovani (l’abbiamo chiamato ’68 minore) si dedica al sociale. Le scelte politiche di altri, fino alle forme estreme della lotta armata, sono diverse da chi invece crede nel cambiamento dei rapporti sociali.

I problemi salienti sono quelli degli immigrati, delle carceri, dei manicomi, della devianza giovanile, della prostituzione, della disabilità. È di quell’epoca il sorgere di tentativi “nuovi” di dare risposte a problemi sociali.

Lo schema è sempre lo stesso: singole persone, quasi sempre sacerdoti e religiosi, ma anche religiose, insieme a volonterosi e volenterose, iniziano l’esperienza delle “comunità”. Un pensiero che si contrappone all’istituto. La dignità della persona, il rispetto della sua storia, la fiducia del riscatto sono i fondamenti delle iniziative. Si incomincia ad usare la parola “condivisione”, che significa affiancamento e relazione.

Nel decennio 1980-1990 le iniziative si moltiplicheranno. Non tutte hanno un fondatore, ma si raggrupperanno in federazioni: il Coordinamento delle comunità di accoglienza (C.N.C.A.), il C.e.i.s di don Mario Picchi, più tardi la F.I.C.T., la Comunità Giovanni XXIII di don Benzi.

Nel 2000 erano associati, nel solo CNCA, 147 sacerdoti e oltre 90 suore. Una diocesi sparsa in Italia.

Al di là delle differenze di metodologie utilizzate, gli obiettivi sono quelli di sostenere un welfare nuovo, rispettoso e soprattutto propositivo. Tali spinte si tradurranno in nuove visioni e nuove leggi: riforma delle carceri (1975), la nuova legge sulla tossicodipendenza (1975), la chiusura dei manicomi e l’istituzione del servizio sanitario nazionale (1978).

La novità del nuovo modo di esprimere “carità” non riesce a diventare cultura cattolica. Nessuno dei pionieri viene redarguito o perseguitato, ma lasciato in solitudine, addetto ai problemi che esigono risposte concrete: la stessa fine, anche se appena attutita, della Caritas nazionale e delle Caritas parrocchiali.

Il mondo associazionista cattolico svilupperà altri obiettivi: il movimento neocatecumenale, i focolarini, i ciellini, S. Egidio non riusciranno, nemmeno loro, a influire sul sentire della popolazione, ma resteranno isolati nel proprio mondo.

Cos’è rimasto?

Difficile comprendere, ancora oggi, che cosa ha determinato le tendenze della Chiesa italiana degli ultimi 40-50 anni. Forse era iniziata già da allora la crisi della secolarizzazione, oggi esplosa in tutta la sua evidenza. Si credeva ieri che il “nemico” sorgesse da deviazioni della dottrina. La crisi era invece esistenziale; verteva sui valori fondanti della vita: la nascita, la morte, la famiglia, la convivenza.

Fare recriminazioni – o peggio ancora – sentirsi vittima non serve. Dal ’68 minore la lezione del voler bene al prossimo come a se stessi è servita a molti, preservando le vittime da umiliazioni e sconforto e anche gratificando chi ha fatto del bene. Saranno altri a dare giudizi: a chi ha seguito la strada della condivisione non resta che continuare perché «chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (1Gv 4,8).

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