Donne di pace in tempo di guerra

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Tavolo di presidenza del primo Congresso internazionale femminile

Sui palcoscenici teatrali stanno finalmente ritornando rappresentazioni  per scolaresche in cui vengono presentati ottimi contenuti culturali e storici, a volte con intensità maggiore di quel che le lezioni scolastiche e i libri di testo possano offrire.

Ho spesso frequentato platee di giovani che seguivano monologhi ben recitati e così – anche con scarne scenografie e allestimenti ridotti – studenti e studentesse entravano nel passato, coglievano fisionomie di personaggi non più viventi ma vivificati dalla forza della parola, della voce e di una curata gestualità.

Di fronte all’orrore della guerra in corso, ricordo (anche auspicando una prossima replica) lo spettacolo Figlie dell’epoca, che l’attrice marchigiana Roberta Biagiarelli porta in scena dal 2015, proprio a cent’anni di distanza da un evento di storia femminile poco noto.

L’azione delle donne per la pace

Il 28 aprile 1915 si autoconvocò all’Aja il primo Congresso internazionale femminile per diffondere e difendere la cultura della pace. Decisamente fallimentare nell’immediato – la I guerra mondiale avrebbe perpetrato “l’inutile strage” per alcuni anni ancora – ma certamente non secondario per la coscienza femminile nella sua evoluzione storica.

Sullo stesso sfondo bellico sono presentati pensieri e agiti di varie donne: crocerossine, braccianti, pacifiste, intellettuali, operaie, nonché mogli, madri, fidanzate, amiche e sorelle.

Ma ritorniamo a quel convegno: vi parteciparono  più di 1.000 delegate che raggiunsero l’Olanda da dodici Paesi – belligeranti e non – intraprendendo viaggi anche rocamboleschi e pericolosi. Una bella foto d’epoca ha immortalato alcune di loro sedute ad un lungo tavolo i cui sostegni si alternano ad alti e snelli vasi di fiori. Sono le rappresentanti di tali Stati che siedono al tavolo della presidenza della sala olandese.

Hanno accurate e anche fantasiose acconciature, abiti eleganti e volti non facilmente distinguibili. Tra questi anche quello di una donna italiana. l’unica rappresentante al Congresso: è la socialista Rosa Genoni, valtellinese di nascita (Tirano 1867), trasferita a Milano, sartina prima e stilista affermata poi.

Una vita che è un’icona del femminismo, del pacifismo, dell’assunzione di responsabilità. Qualche mostra a lei dedicata negli scorsi anni (anche grazie all’ importante e sentito contributo della sua diretta nipote, Rosa Podreider), convegni e testi interessanti per la ricostruzione storica della sua figura ci hanno consentito di vederla insegnare alla Scuola Professionale Femminile dell’Umanitaria di Milano; di apprezzarla per disegni, abiti e per la sua attiva presenza nell’organizzazione del laboratorio sartoriale per le detenute del Carcere di San Vittore.

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Rosa Genoni

Veniamo anche a conoscenza delle relazioni che ha intessuto con varie personalità della cultura e della società del tempo. Sia con la famosa “dottora” Anna Kuliscioff (sua cliente oltre che amica), sia con altre personalità del primo femminismo italiano attivo in ambito sociale e educativo.

Sia con chi, invece, ella decise di non avere più alcun contatto. Come già i più famosi 12 docenti universitari, anche Rosa diede le dimissioni dalla Scuola dove insegnava, nel 1933, per non giurare fedeltà al Fascismo. Raccontando di lei, l’attrice Biagiarelli si muove rapida e sola sul palco, presta la  voce a varie figure femminili, travestendosi rapidamente.

Basta un cappello d’epoca, uno scialle  e poco altro per cambiare personaggio. Con un cellulare finge di chiamare la nipote della Genoni alla quale aveva chiesto (veramente) di raccontare i segreti di questa nonna vivace e straordinaria. I volti delle ragazze e dei ragazzi non si staccano da quell’unica scena dove pochi oggetti insieme a tante parole consentono di ricordare e convivere con una vicenda che ora non appare più così lontana nel tempo e nello spazio.

Giovani donne di oggi

Quando l’attrice ricorda un’altra figura femminile, Margherita Parodi Kaiser Orlando – unica crocerossina medaglia di bronzo al valore e sepolta tra i 100.000 soldati nel Sacrario di Redipuglia – viene evocato un verso della poetessa Patrizia Valduga: “Lascia che guardi più addentro nel mio cuore, lasciami vivere del mio passato (…) in questo buco buio e senza uscita… ho un tal bisogno di grande poesia” (Donna di dolori, Milano 1991).

La memoria – illuminata dalla poesia – invita ad altre ricerche. Nel 2017, dopo aver assistito al monologo nell’Auditorium del loro Liceo, due studentesse – Sara e Veronica – decidono di partecipare a un concorso di storia approfondendo la biografia di Sita Meyer Camperio (1877-1987), infermiera e crocerossina milanese attiva nella I guerra mondiale.

Leggono alcune pagine del suo diario, ritrovano la sua lapide in un cimitero della zona e filmano il percorso della loro ricerca con un commento vocale scritto e recitato insieme ad una compagna di classe. Ne nasce un breve saggio di storia contemporanea che riceverà l’onore di un premio.

Un convegno internazionale di donne di inizio 900 forse scomparirà nella polvere del tempo, ma la coscienza di altre “piccole donne” è stata e – ci auguriamo – continuerà ad essere arricchita. Piccoli semi per grandi e buoni frutti che persino la guerra più atroce non potrà calpestare.

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