Dottor Cairo, perché è rimasto in Afghanistan?

di:

– Dottor Alberto Cairo, attualmente dove si trova?

A Kabul.

– Può dirci da quanto tempo si trova in Afghanistan e come ci è arrivato?

Sono qui dal 1990, quindi da 31 anni. Allora ci arrivai quasi per caso. Mi piaceva viaggiare, conoscere i Paesi del mondo e mi piaceva rendermi utile come fisioterapista, benché io sia laureato in legge. La fisioterapia l’ho appresa dapprima da autodidatta.

A 28 anni mi sono chiesto che cosa fosse più importante per me, per la mia realizzazione, per sentirmi contento nella vita. Ho fatto un’esperienza in Africa, in Sudan, precisamente a Giuba, con una Ong italiana – OVCI – legata alla Scuola di fisioterapia La nostra famiglia che avevo frequentato per prepararmi al salto. Dopo due anni e mezzo trascorsi là, sono stato evacuato insieme ad altri per motivi di sicurezza. Tornato in Italia, ho scritto una lettera al Comitato internazionale della Croce Rossa, a Ginevra, presentando la mia disponibilità. Mi hanno preso e mi hanno mandato subito a Kabul, in Afghanistan, di cui allora sapevo pochissimo.

Anno dopo anno, ho trovato il mio lavoro sempre più interessante. Sentivo che avevo trovato ciò che stavo cercando, perché mi sentivo utile a qualcuno – o persino a molti – che venivano negli ambulatori della Croce Rossa per affrontare problemi evidentemente molto seri. Cercavo la mia felicità nel modo di rendere felici – o meno infelici – altri. Così sono rimasto sino ad oggi. Rimango, anche in questi giorni, con la stessa gratificazione.

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– Di che cosa si occupava e di cosa si occupa tuttora?

Negli anni ’90 c’era un solo Centro della Croce Rossa in Afghanistan, a Kabul. Ora sono sette distribuiti nei capoluoghi di varie province. Il lavoro, per certi versi, è cambiato molto da allora ad oggi. Ci si occupava solo di feriti di guerra, per il 90% di vittime di mine antiuomo. Nel tempo, abbiamo considerato che non potesse essere solo quello l’intervento. Abbiamo aperto quindi i nostri Centri a tutte le persone con disabilità motorie di qualsiasi origine e natura. Il numero dei pazienti è così incrementato moltissimo nel corso degli anni. Sul nostro registro contiamo ormai 210.000 pazienti, di cui almeno la metà torna ogni anno per gli aggiornamenti alle protesi. Parlo di persone amputate, parlo di bambini in crescita che ogni 6 mesi hanno bisogno di nuove protesi. Parlo di persone e di problemi che durano per la vita intera.

Proprio per queste evidenti ragioni, ho avvertito crescente l’esigenza di andare al di là delle protesi, al di là delle cure intese in senso solo medico, per tentare l’inserimento sociale e lavorativo dei nostri pazienti. Ho insistito con Croce Rossa a Ginevra: così oggi seguiamo interi percorsi di persone disabili: dalla loro infanzia all’adolescenza, all’età adulta; dalla scuola, alla formazione, all’inserimento lavorativo. Pratichiamo – qui e altrove – un metodo che io definisco di “discriminazione positiva”, il che vuol dire favorire le persone disabili, dando loro la precedenza sulle persone abili in ogni ambito, compreso quello lavorativo.

Oltre ai Centri di assistenza – di cui ho detto in breve –, Croce Rossa ha aperto in Afghanistan una Scuola per fisioterapisti e una Scuola per tecnici ortopedici, con corsi della durata di 3 anni al fine di fornire personale, sia maschile che femminile, alle strutture sanitarie: le nostre e altre.

– Il personale della Croce Rossa in Afghanistan che numeri conta e quale composizione ha?

Nei sette Centri citati – attivi anche in questo momento – sono complessivamente 815 le persone impiegate, di cui circa 220 sono donne. Si tratta di personale totalmente afghano! Gli stranieri – me compreso – sono solo tre: da sempre pochissimi. Ma la cosa importante che tengo a dire è che tutte queste persone non solo sono afghane, non sono solo donne, ma sono pure disabili, secondo il principio di “discriminazione positiva” che ho anticipato. Le abbiamo assunte.

– Dottor Alberto, in più di trent’anni, lei ha attraversato e conosciuto tutte le transizioni di questo Paese: che cosa è cambiato?

Chiaramente ho visto cambiare tante cose. Tuttavia, il mio punto di vista – quello che voglio portare anche in questa intervista – è quello delle persone disabili. È pure il punto di vista di una grande organizzazione umanitaria come Croce Rossa. Perciò francamente dico che, per le persone disabili, in fondo non è cambiato molto: le difficoltà, i problemi, le discriminazioni – in negativo – delle persone disabili hanno attraversato i tempi e i regimi che hanno governato questo Paese. Peraltro, non dico niente di strano o di diverso da quanto si possa dire in altri Paesi.

Non voglio essere frainteso: non ho mai visto in Afghanistan che la società abbia rifiutato le persone disabili in quanto tali. Anzi: la pietà esiste abbondantemente insieme alla solidarietà in questa popolazione! Mancano invece reali opportunità e mezzi per ricostruire la vita, in un Paese decisamente povero. Certo: negli ultimi 20 anni i livelli di istruzione si sono accresciuti, soprattutto per le bambine e per le ragazze. Anche i disabili ne hanno beneficiato. La società è risultata più libera – o meno controllata –, c’è molta più informazione, ci sono più opportunità un po’ per tutti. Ma grandi cambiamenti – specie per le persone disabili e fragili – direi che non ce ne sono stati.

– In questi ultimi giorni che cosa è cambiato e cosa sta cambiando, con il ritorno dei Talebani?

Mi pongo ancora dal mio punto di vista, quello dei disabili, della Croce Rossa, del nostro personale afghano impiegato nei sette Centri: ebbene, anch’io ho temuto che molte persone potessero decidere di andarsene dal nostro ambiente, ma non è stato così! Pochissimi se ne sono andati. Forse qualcun altro ci ha pensato. Forse qualcuno ci ha pure provato senza riuscire. Ma non per paura: direi piuttosto per opportunità. I lavoratori impiegati nella Croce Rossa sanno di avere una buona protezione per il lavoro che fanno. Semmai il loro timore è che la loro vita – diciamo privata – possa cambiare.

Io stesso non mi sento in pericolo. Certo, siamo in un Paese in guerra e non da oggi: l’incidente può accadere. Ma non mi sento un bersaglio che qualcuno voglia colpire.

È importante dirlo in Italia: il fatto di essere utili – qui – ci sta proteggendo. I Talebani non sono degli sprovveduti. Sanno ciò che stiamo facendo da anni. Se ce ne andassimo, chi resterebbe ad occuparsi dei feriti e dei disabili? Peraltro, come Croce Rossa, non abbiamo mai interrotto la comunicazione con loro, così come con qualunque altro soggetto di qualsiasi etnia ed appartenenza in Afghanistan.

Per chi ha collaborato con gli eserciti occidentali o non ha mai avuto rapporti con i Talebani il discorso può essere effettivamente diverso. Ma ripeto qui non ho percepito alcun pericolo o minaccia.

Afghanistan

– Non ha assistito dunque a combattimenti?

Le città in cui si trovano i nostri Centri sono cadute ad una ad una, in sostanza, senza colpo ferire, grazie agli accordi che, di fatto, venivano stipulati tra Talebani e Governo. Non posso che rallegrarmi, di per sé, di questo fatto: posso solo immaginare con orrore la situazione della gente se si fosse ovunque combattuto!

Quel che posso testimoniare è che i nostri Centri sono rimasti tutti aperti e funzionanti. Solo un Centro nel sud del Paese, nella provincia di Helmand, è stato chiuso per due settimane e mezzo: lì c’erano dei combattimenti e i pazienti e gli operatori avevano paura a spostarsi. Ma appena la città è passata ai Talebani ed è tornata la calma sulle armi – dopo due giorni –, abbiamo ripreso l’attività. C’era il problema delle mine antiuomo. Gli stessi Talebani ci hanno chiesto di riprendere a lavorare perché avevano loro stessi numerosi feriti da curare. Ci hanno rassicurato: «Uomini e donne – nelle strutture mediche – possono lavorare in sicurezza e serenità». Sanno benissimo, ad esempio, che solo le donne possono prendersi cura di altre donne.

Voglio raccontare in proposito una scena a cui ho personalmente assistito pochi giorni fa nell’ambulatorio. C’erano alcuni signori che conosco da tempo e altri che non conoscevo. C’era un vecchio comunista del passato accanto ad un mujaheddin e ad un uomo di etnia hazara: tutte persone amputate da tempo. C’era pure un soldato governativo amputato ad entrambe le gambe, oltre che ferito nel corpo, recentemente. Sono arrivati dei Talebani, amputati anche loro. Stavano insieme nella stessa sala di attesa, tranquillamente a discutere. Si sono fatti persino un selfie. È stato interessante notare come i comuni problemi, o gli stessi dolori, appiattiscano e stemperino le diversità e i contrasti. Fuori dall’ambulatorio non so cosa sia poi successo. So che nei nostri Centri la gente si sente al sicuro, perché qui tutti possono venire accolti; e tutti avvertono che vogliamo renderci utili, senza differenze e prese di posizione per gli uni o per gli altri.

– Dalle nostre parti, in Occidente, si teme il grande esodo di centinaia di migliaia di profughi afghani verso l’Europa e quindi verso l’Italia: cosa ne pensa?

Il desiderio di partire da parte di molti sicuramente c’è. Se questo si tradurrà in un esodo, non saprei dire. Ma sono abbastanza sicuro nel dire che non c’è sempre paura per la vita. I timori – certamente forti – riguardano la qualità della vita che sarà.

Nelle interviste di chi è già arrivato in Italia o in Europa sento dire: «Se non fossimo fuggiti, ci avrebbero ucciso». Io penso che questo non si possa ovviamente escludere. Queste persone hanno avuto la possibilità di scegliere, di esercitare il proprio diritto alla libertà; dei Talebani non ne vogliono sapere. Mi sembra tuttavia di cogliere un po’ di enfasi, amplificata dai media.

– Quanto “pesa” effettivamente la religione nei contrasti e nelle questioni della società afghana?

Gli afghani si dichiarano tutti musulmani praticanti a prescindere da chi comanda. È rarissimo trovare qualcuno che si qualifichi diversamente. Essere musulmano è connotazione necessaria dell’essere afghano, per tutti. Religione, tradizione e società sono strettamente intrecciate.

I Talebani vorranno probabilmente dar luogo a una nuova teocrazia. Daranno probabilmente potere, ovunque, ai mullah: ma quanto questi saranno effettivamente tali – ossia formati religiosamente – sarà tutto da vedere. La religione continuerà comunque a giocare un ruolo importantissimo, da una parte o dall’altra, da qualsiasi parte.

– Cosa può dire della minuta presenza della Chiesa cattolica e delle sue prospettive di permanenza in Afghanistan?

La Chiesa qui si è mossa con estrema discrezione. All’interno dell’ambasciata italiana a Kabul c’è una cappella che è stata punto di riferimento per la messa e la preghiera. C’era un sacerdote che ora se n’è andato per motivi precauzionali. C’erano anche delle suore che si occupavano di bambini disabili gravissimi. Ora pure loro se ne sono andate e hanno portato i bambini in Italia.

Ricordo che nel 2001 proprio queste suore si erano rivolte a me per capire come muoversi. Le avevo avvertite che l’unico problema della loro presenza e attività poteva risiedere nel sospetto di voler convertire i bambini: cosa vietata per legge. È risultato in breve ben chiaro che le suore non avevano intenzioni di quel tipo. Chi avrebbe potuto pensare che volessero convertire bambini disabili mentali gravissimi? Sono state di fatto sempre apprezzate e protette, sempre ringraziate per quello che stavano facendo.

Ora è un po’ presto per poter dire se queste esperienze – espressamente cattoliche – potranno tranquillamente ritornare. Personalmente sono fiducioso.

Dottor Alberto, le posso chiedere perché sta qui da più di trent’anni, chi glielo fa fare, con quale “spinta” di fondo?

Io sono cattolico. Vengo da una famiglia cattolica. L’educazione e la cultura cattolica sono ben presenti in me. Sicuramente nelle scelte che ho fatto e che sto facendo hanno la loro parte. Sono altrimenti molto critico nei confronti della Chiesa cattolica istituzionale. Ma, se qualcuno mi chiede se sono credente, io rispondo di sì.

* Alberto Cairo è responsabile del Programma di riabilitazione fisica del Comitato internazionale della Croce Rossa in Afghanistan.

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