Esercizi di speranza

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Trovare note di speranza anche nel tempo difficile di questa pandemia non è un esercizio di ottimismo a buon mercato. Credo invece corrisponda a un compito e a una responsabilità che riguarda tutti in vista della ricostruzione che ci attende nei prossimi mesi e anni. Saper interpretare il tempo della crisi, offrire una parola sensata e disegnare un orizzonte realista, ma non rassegnato, rimane anche in questo tempo una responsabilità per il bene di tutti alla quale non possiamo e non vogliamo sottrarci.

Pratiche di solidarietà

Il primo e più evidente dei segni di speranza che indicano una risorsa per il tempo a venire credo si possa cogliere nel grande movimento di solidarietà scaturito dal basso, che ha visto protagonisti tante persone le quali hanno dato prove di dedizione per il bene altrui che sono state sicuramente superiori al solo dovere professionale – e si sono spinte in molti casi fino a mettere a rischio la propria salute (e comunque hanno comportato sacrifici importanti per sé e per le persone care).

Il papa le ha ricordate spesso nei suoi interventi: abbiamo avuto «tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. (…) È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo».

A questo si può aggiungere che nel farsi carico dell’emergenza e delle necessità più urgenti – soprattutto dei più bisognosi e dei «meno attrezzati» – si sono registrate nel tessuto sociale un’ammirevole creatività e una prontezza di reazione considerevole. Anche il coordinamento e la collaborazione tra mondi abituati ad agire separati (servizi sociali, Caritas parrocchiali, associazioni di volontariato ecc.) credo sia degna di menzione.

Da una crisi come la presente usciremo sicuramente molto diversi: se anziché il «si salvi chi può» riuscissimo a difendere e coltivare l’atteggiamento ispirato alla consapevolezza che «nessuno si salva da solo» (di cui siamo stati testimoni nelle migliori espressioni di umanità registrate in questo tempo) potremmo forse «uscirne migliori».

«Se non riusciamo a recuperare la passione condivisa per una comunità di appartenenza e di solidarietà, alla quale destinare tempo, impegno e beni, l’illusione globale che ci inganna crollerà e lascerà molti in preda alla nausea e al vuoto. Inoltre, non si dovrebbe ingenuamente ignorare che “l’ossessione per uno stile di vita consumistico, soprattutto quando solo pochi possono sostenerlo, potrà provocare soltanto violenza e distruzione reciproca”. Il “si salvi chi può” si tradurrà in fretta nel “tutti contro tutti”, e questo sarà peggio di una pandemia» (FT 36).

Una nuova architettura del mondo

Il secondo spunto più che un segnale di speranza è un pensiero scaturito dalla considerazione che si va verso un mondo che dovrà essere ricostruito dopo l’esperienza della pandemia. Ed è facile prevedere che sarà un mondo attraversato (anche) da rabbia, frustrazione e disperazione (di chi ha perduto tanto o tutto) e che questi sentimenti alimenteranno spinte divisive e laceranti dentro il tessuto sociale.

In queste crisi epocali (la storia insegna), non è raro che la gente finisca per dare credito a chi individua, con cinismo e studiata strategia, gruppi responsabili e colpevoli della situazione di disagio verso i quali dirigere la rabbia, il risentimento, la violenza aggressiva.

Dovremo dunque avere consapevolezza che questo può accadere (amplificato dalla potenza pervasiva dei nuovi linguaggi, capaci di creare false notizie e diffonderle nelle coscienze con una forza e una rapidità inedite). Dovremo dunque impegnarci a comporre fratture e divisioni e a resistere a questo tipo di letture, sviluppando fiuto, ma soprattutto senso critico e sapienza evangelica.

Questo però va fatto ora, preventivamente, senza cedimenti. Sia attraverso i servizi di assistenza alle povertà; sia attraverso la conoscenza dei nostri territori e di tutti coloro che sul territorio rischiano di divenire oggetto di colpevolizzazione. Ma anche attraverso la formazione delle coscienze secondo istanze genuinamente solidali.

Politiche di fraternità

Colpisce, infine, il riferimento insistito, quasi un appello che il papa ci rivolge a rivalutare la dimensione politica come espressione alta della carità (secondo la felice intuizione che fu già di Pio XI, cf. qui). Credo sia una chiara espressione della coscienza che problemi strutturali e profondi, addirittura di dimensione mondiale, come quelli che il tempo presente sta in parte creando e in parte soltanto rendendo più evidenti − perché erano già presenti prima della pandemia −, si possono affrontare in modo incisivo e possono trovare soluzioni capaci di imprimere una svolta duratura soltanto agendo sul livello politico e sul piano culturale (non solo assistenziale).

Condivido senza riserve l’appello a rivalutare – anzitutto nella sua reputazione, piuttosto compromessa presso le generazioni più giovani – l’arte politica come dedizione seria e onerosa per il bene comune.

Trovo come sempre efficaci le parole di Francesco: «È carità stare vicino a una persona che soffre, ed è pure carità ciò che si fa, anche senza avere un contatto diretto con quella persona, per modificare le condizioni sociali che provocano la sua sofferenza. Se qualcuno aiuta un anziano ad attraversare un fiume – e questo è carità –, il politico gli costruisce un ponte, e anche questo è carità. Se qualcuno aiuta un altro dandogli da mangiare, il politico crea per lui un posto di lavoro, ed esercita una forma altissima di carità che nobilita la sua azione politica» (FT 186).

Scrivendo a proposito delle attese verso il prossimo Sinodo della Chiesa italiana, Giuseppe Savagnone annotava: «In un recente passato la vitalità del mondo cattolico ha costituito per la politica un riserva spirituale ed etica fondamentale. (…) La domanda è se la città terrena può ancora sperare di fruire delle risorse spirituali della comunità cristiana. La risposta dipende da noi» (cf. SettimanaNews). Mi auguro, dunque, che nelle nostre comunità si riesca (tra le tante attività educative) a ritrovare lo spazio adeguato per una sollecitazione alla bellezza e alla qualità alta dell’impegno politico. È un servizio prezioso che dobbiamo ai più giovani.

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Un commento

  1. Caritas 1 marzo 2021

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