Facebook è contro la democrazia?

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Ai funzionari dell’Unione Europea è stato consigliato di non usare il cellulare per comunicare con gli uffici, ma i più affidabili telefoni fissi. Gli ambasciatori e i nunzi in alcuni paesi non comunicano per posta elettronica, ma attraverso la tradizionale “valigia diplomatica”. Ai partiti occidentali, alla vigilia di importanti elezioni, è stato detto di garantire la riservatezza dei propri archivi elettronici ricorrendo ad apposite agenzie, anche private. Il reiterato furto di dati dalle agenzie più difese consiglia prudenza. Gli stati autoritari disciplinano da tempo Internet e sono meglio collocati per attivare hacker a detrimento delle altre nazioni.

L’idea che Internet e i social (Twitter, Facebook, Instagram…) siano per natura un alimento alla democrazia è sempre meno un’evidenza. La loro forza è indiscutibile. Solo Facebook ha un miliardo e ottocento milioni di abbonati. Le “primavere arabe” non ci sarebbero state senza di loro e molte manifestazioni libertarie (da Istanbul a Varsavia) non avrebbero avuto luogo prive del loro sostegno. Tuttavia non mancano le inquietudini.

Chi manipola e perché

A. Juppé, candidato sconfitto alle primarie della destra francese, è stato indebolito da false notizie amplificate a dismisura da centrali di hackeraggio circa il suo inesistente assenso alla costruzione di una mastodontica moschea a Bordeaux. E Hillary Clinton si è vista addebitare una rete pedofila e il sostegno alla corrente fondamentalista dei Fratelli musulmani. Tentativi di manipolazione informatica sono stati registrati durante la campagna elettorale della Brexit (l’uscita dell’Inghilterra dall’Unione Europea) e sospettati nel voto italiano sul referendum costituzionale. Hackeraggi illeciti nelle elezioni presidenziali americane sono stati apertamente denunciati dal presidente degli Stati Uniti, Obama, sulla base delle conclusioni dei servizi segreti (FBI e CIA).

In Francia, l’Agenzia nazionale per la sicurezza dei sistemi d’informazione ha messo in guardia da possibili attacchi “digitali” nel dibattito politico, sulla base di un disegno strategico per indebolire la credibilità delle istituzioni e rafforzare i partiti populisti. Anche in Germania, il direttore dell’ufficio informativo del Ministero degli interni, Hans Georg Maassen, ha denunciato il possibile moltiplicarsi dei cyberattacchi nelle prossime elezioni. E Angela Merkel ha indicato in alcuni gruppi di hacker collocati in Russia il ricorso a questa sorta di conflitto ibrido.

Lo strumento dei social, guidato da algoritmi, si presta a manipolazioni politiche. Il 35% delle quali, secondo uno studioso dell’Università di Lovanio, N. Vanderbiest, è addebitabile all’estrema destra in Europa e altrove. Le false notizie non sono facilmente bloccabili: troppo rapida la trasmissione e difficile identificare e denunciare la fonte. Il ricorso alle informazioni dei social ha superato quello all’area del giornalismo professionale. Ci sono interessi commerciali che guidano flussi di contatti, anche se sono più facilmente riconoscibili. Google, Twitter e Facebook agiscono costruendo attorno all’utente una bolla in cui veicolano informazioni e suggestioni consentanee all’utilizzatore, dando l’illusione che tutti siano d’accordo con l’interessato. Inoltre, la forma emozionale della comunicazione privata-pubblica scatena le aggressività verbali più incontrollate, mettendo a dura prova il senso critico e le forme di argomentazione più ragionata e plurale.

L’ultimo cyberattacco è stato contro l’OCSE, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, unica autorità internazionale che garantisce il fragile accordo di Minsk sul cessate il fuoco nelle regioni del Donbass in Ucraina. Ha visto piratare i suoi dati sensibili e ne ha dato comunicazione ai 57 stati membri nel dicembre scorso. Ancora una volta la denuncia (non detta) è verso centrali russe che hanno l’interesse a delegittimare le istituzioni internazionali ed europee. In particolare, a raccogliere documenti in funzione anti-Merkel (l’OCSE è attualmente a presidenza tedesca).

Difficile pensare che un nuovo e apprezzabile dispositivo Facebook per segnalare le false informazioni e la decisione di Google di affinare l’algoritmo per scartare le informazioni prive di autorità siano sufficienti a debellare le manipolazioni, senza dare consistenza a piattaforme a responsabilità europea dove veicolare un sistema di controllo fra aziende, sistema universitario e organizzazioni sociali.

Algoritmi e orfanezza spirituale

L’invito di molti è quello di rafforzare l’informazione sui social fin dalla prima adolescenza, disinnescando la loro fascinazione acritica. Ma, più che di informazione, si tratta di formazione e di educazione a rapporti umanamente diretti che collochino quelli virtuali e mediali sul versante dei mezzi e non dei fini. È meno ingenuo di quanto si pensi il riferimento che papa Francesco ha fatto (1° gennaio) alla centralità del rapporto materno (con Maria e con la madre), parlando di «orfanezza spirituale». «La perdita dei legami che ci uniscono, tipica della nostra cultura frammentata e divisa, fa sì che cresca questo senso di orfanezza e perciò di grande vuoto e solitudine. La mancanza di contatto fisico (e non virtuale) va cauterizzando i nostri cuori».

Nell’enciclica Laudato si’ scriveva: «A questo si aggiungono le dinamiche dei media e del mondo digitale, che, quando diventano onnipresenti, non favoriscono lo sviluppo di una capacità di vivere con sapienza, di pensare in profondità, di amare con generosità» (n. 47).

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