Francesco: diplomazia e crisi dell’Occidente

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Leader globale per una Chiesa globale, papa Francesco ha sempre saputo rivolgere i suoi discorsi al corpo diplomatico di tutto il mondo, senza cancellarne una parte. Anche questa volta è stato così.

Ma nel discorso al corpo diplomatico di quest’anno ho avvertito un’attenzione particolare all’Occidente in crisi di identità, a un’Occidente tanto supponente quanto smarrito. È l’Occidente in cui campeggiano complottismi e fake news di fronte a un mondo globale che non si presta a facili soluzioni – artificiali e istantanee – delle crisi, quasi a dirci chiaramente che non tutto è a disposizione dell’uomo.

L’Occidente debole e smarrito

In questo Occidente che non riesce a risolvere il problema dell’esistenza nasce allora – o ritorna – l’idea del complotto, perché nulla può sfuggire al nostro controllo se non per nostra volontà. Questo stesso Occidente, supponente e al tempo stesso smarrito, ha ritenuto che la storia fosse finita, perché presume che la sua vittoria sia totale, assoluta, unica, come il suo pensiero. Dunque, se la storia è finita c’è un solo pensiero, una sola formula, un’unica possibilità.

Faccio un esempio: certo Occidente secolarizzato si ritiene pluralista, liberale, perché ha sconfitto tutte le diversità che non servono più; se la sua dottrina economica è unica, anche la sua dottrina sociale lo è e lo sarà. A queste due deformazioni che stanno portando l’Occidente a perdere sé stesso e quindi a smarrirsi, Francesco ha offerto due importantissime indicazioni, per cercare ancora un indirizzo di senso e di salvezza umana, in un mondo più grande dell’Occidente e che l’Occidente non è ancora riuscito a ridurre a mera fotocopia.

Comincio col dire del complottismo che ci avvelena in modo evidente e grave soprattutto per via della pandemia. Cosa ha detto al riguardo il papa?

Ecco due passaggi decisivi al riguardo: le nuove derive ideologiche e i vaccini. Francesco: «Tante volte ci si lascia determinare dall’ideologia del momento, spesso costruita su notizie infondate o fatti scarsamente documentati. Ogni affermazione ideologica recide i legami della ragione umana con la realtà oggettiva delle cose. Proprio la pandemia ci impone, invece, una sorta di “cura di realtà”, che richiede di guardare in faccia al problema e di adottare i rimedi adatti per risolverlo. I vaccini non sono strumenti magici di guarigione, ma rappresentano certamente, in aggiunta alle cure che vanno sviluppate, la soluzione più ragionevole per la prevenzione della malattia».

Qui c’è un primo riferimento globale, con declinazione chiaramente occidentale, per quanto riguarda i complotti e le derive ideologiche.

È seguita ovviamente la raccomandazione a guardare alla dimensione globale della pandemia: «Purtroppo occorre constatare con dolore che per vaste aree del mondo l’accesso universale all’assistenza sanitaria rimane ancora un miraggio. In un momento così grave per tutta l’umanità, ribadisco il mio appello affinché i Governi e gli enti privati interessati mostrino senso di responsabilità, elaborando una risposta coordinata a tutti i livelli (locale, nazionale, regionale, globale), mediante nuovi modelli di solidarietà e strumenti atti a rafforzare le capacità dei Paesi più bisognosi. In particolare, esorto gli Stati, che si stanno impegnando per stabilire uno strumento internazionale sulla preparazione e la risposta alle pandemie sotto l’egida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ad adottare una politica di condivisione disinteressata, quale principio-chiave per garantire a tutti l’accesso a strumenti diagnostici, vaccini e farmaci. Parimenti, è auspicabile che istituzioni come l’Organizzazione Mondiale del Commercio e l’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale adeguino i propri strumenti giuridici, affinché le regole monopolistiche non costituiscano ulteriori ostacoli alla produzione e a un accesso organizzato e coerente alle cure a livello mondiale». Difficile essere più chiari.

Il globale

Passo ora alla storia. È davvero finita? O non rischiamo di perdere, in questa illusione, la capacità di orientare al maggior bene il mondo globale a motivo del grave peggioramento delle relazioni multilaterali?

Davanti agli ambasciatori il papa ha detto: «Il deficit di efficacia di molte organizzazioni internazionali è anche dovuto alla diversa visione, tra i vari membri, degli scopi che esse si dovrebbero prefiggere. Non di rado il baricentro d’interesse si è spostato su tematiche per loro natura divisive e non strettamente attinenti allo scopo dell’organizzazione, con l’esito di agende sempre più dettate da un pensiero che rinnega i fondamenti naturali dell’umanità e le radici culturali che costituiscono l’identità di molti popoli. Come ho avuto modo di affermare in altre occasioni, ritengo che si tratti di una forma di colonizzazione ideologica, che non lascia spazio alla libertà di espressione e che oggi assume sempre più la forma di quella cancel culture, che invade tanti ambiti e istituzioni pubbliche. In nome della protezione delle diversità, si finisce per cancellare il senso di ogni identità, con il rischio di far tacere le posizioni che difendono un’idea rispettosa ed equilibrata delle varie sensibilità. Si va elaborando un pensiero unico costretto a rinnegare la storia, o peggio ancora a riscriverla in base a categorie contemporanee, mentre ogni situazione storica va interpretata secondo l’ermeneutica dell’epoca. La diplomazia multilaterale è chiamata perciò ad essere veramente inclusiva, non cancellando ma valorizzando le diversità e le sensibilità storiche che contraddistinguono i vari popoli. In tal modo essa riacquisterà credibilità ed efficacia per affrontare le prossime sfide, che richiedono all’umanità di ritrovarsi insieme come una grande famiglia, la quale, pur partendo da punti di vista differenti, dev’essere in grado di trovare soluzioni comuni per il bene di tutti».

La storia va avanti

Tutti i teorici di un’inclusività piatta, senza differenze, partono dall’assunto che è finita la storia: solo la loro idea è quella giusta e, per entrarvi, tutti devono cedere sovranità culturale, personale, ideale. Ma la storia non è affatto finita.

Il pensiero unico si illude e illude che la storia sia finita, che il mondo sia piatto, che possiamo esservi tutti inclusi perché tutti uguali. E invece siamo uguali perché siamo diversi – sostiene Francesco -, ma con identica dignità. Questo vuol dire che il papa non vede un mondo diviso in buoni e cattivi, civili contro incivili.

Il vivere insieme non elimina il conflitto, ma può bandire l’odio. Il mondo della convivenza non è un mondo nel quale ci si affida ad un amministratore condominiale, senza politica, senza confronto e interessi diversi. Sarebbe la democrazia che uccide ogni forma di democrazia. Non accettare questa visione multipolare significherebbe eternizzare le guerre per procura che stanno dilagando in tante parti del mondo e che il papa ha elencato in dettaglio.

Lo sforzo di vedere, capire, dialogare, Francesco lo ha testimoniato benissimo, ad esempio, soffermandosi sulla Siria. Sotto il costante pressing di Chiese locali molto (o forse troppo) comprensive col regime e con la sua richiesta di alleviare le sanzioni internazionali, il papa ha ricordato che queste sanzioni colpiscono la vita quotidiana di una popolazione già gravemente sofferente, ma ha ricordato anche – e una voce religiosa in tal senso è certamente importantissima – che «sono necessarie riforme politiche e costituzionali, affinché il Paese rinasca».

A forza di non sentirlo ricordare ce ne eravamo quasi dimenticati. Lo stesso criterio ha usato al riguardo di tante altre crisi. Colpisce che il suo discorso abbia isolato la crisi libanese, ponendola nella scaletta del suo intervento subito dopo il prologo sulla pandemia – da sola – addirittura prima della rilevante parte dedicata alla crisi ambientale, per risolvere la quale il tempo scarseggia, quindi del capitolo dedicato ai migranti e ai rifugiati, come sempre caldissimo. Un segno probabilmente che per il Vaticano il disastro del piccolo Libano è la spia del fallimento del grande Mediterraneo, Europa inclusa.

Già queste impressioni spalancano alla portata globale delle riflessioni del papa. Si può forzare il suo pensiero? No. Ma se per una volta, nel mio lavoro giornalistico sulle “cose del Vaticano”, esprimo un senso non esplicitato dal discorso – a mio avviso comunque implicito sul piano diplomatico – dico chiaro che i muri aiutano solo “i falchi” di entrambi le parti, il che non è un bene per nessuna delle due parti o tre parti principali. Non è un bene per il mondo.

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