Francia-Belgio: eutanasia

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Foto di Robert Kneschke

Una convocazione nazionale (convention citoyenne) in Francia per aggiornare la legge sul fine-vita, la parziale censura della Corte europea dei diritti dell’uomo sull’applicazione della legge eutanasica in Belgio e l’allargamento del dibattito in merito in molti paesi, soprattutto europei: sono le tracce di un conflitto morale che attraversa l’Occidente.

La convocazione nazionale francese è in mano a un comitato del Consiglio economico e sociale (Cese). Aprirà le sue sedute il 9 dicembre e sarà composta da circa 150 cittadini, scelti a sorte in base ai consueti criteri (età, luoghi, sesso ecc.). Li occuperà per due fine settimana al mese fino al 19 marzo 2023, col compito di offrire al governo e al parlamento le sue conclusioni.

Dovrà rispondere alla domanda: «Il sistema di accompagnamento per il fine-vita si è adattato alle differenti situazioni riscontrate o devono essere introdotti eventuali cambiamenti?».

Contestualmente parlamento, governo e Comitato consultivo etico nazionale svilupperanno incontri e dibattiti con il personale medico interessato, i volontari, le associazioni pro e contro l’eutanasia e le fedi.

Convocazione nazionale

L’attuale quadro legislativo e normativo è legato alla legge Claeys-Leonetti del 2016 che si era attestata su alcuni capisaldi: no all’accanimento terapeutico, no all’eutanasia, sì alla “via francese” coerente con i valori repubblicani, sì alla generalizzazione delle cure anti-dolore e palliative.

La legge riprendeva la precedente del 2005, ne allargava le maglie, ma ne rispettava gli orientamenti di fondo.

In aprile 2021 una nuova proposta di legge è stata presentata all’Assemblea nazionale. Essa si ispirava alla legislazione belga, una delle più permissive in circolazione, abbandonando i riferimenti della tradizione nazionale. Non è arrivata all’approvazione ma ha costituito un segnale della disponibilità di molti ambienti politici e culturali per l’approvazione dell’eutanasia.

Una deriva che si alimenta di alcune “evidenze” di immediata comunicabilità: in Francia si muore malamente; i sondaggi favorevoli sono in crescita; i paesi vicini come Belgio, Lussemburgo, Olanda hanno già legiferato in merito; la sedazione profonda non è che eutanasia; meglio morire che votarsi a una sofferenza intollerabile o gravare sulle finanze dei parenti e della società; estende il principio della libertà individuale; è una questione di dignità del morire. Si arriva a sostenerla come esito e completamento delle cure palliative.

A favore di un indirizzo eutanasico si è espresso il Comitato consultivo etico nazionale. Il suo presidente, Jean-Louis Touraine, ha confermato l’apertura «all’aiuto attivo a morire. È necessario prepararsi a questo avanzamento, con un severo inquadramento per evitare derive. Per alcuni ci vorrà tempo per evolversi, ma non c’è dubbio, essi prenderanno confidenza con le idee del mondo moderno».

Viene tuttavia fatto notare che, nello stesso documento, si condiziona il cambiamento alla valutazione approfondita dell’attuale legge e allo sviluppo delle cure palliative. La prima è ancora da fare e le cure palliative sono assenti in un quarto dei dipartimenti del paese.

«Al momento della legalizzazione dell’eutanasia – annota il sociologo Tanguy Châtel –, in tutti i paesi si avvia un discorso rassicurante. Si parla di una legge di eccezione con significative difese. Ma i suoi confini hanno la vocazione ad allargarsi. In Canada, Spagna, Olanda: tutti i sistemi ne sono stati coinvolti. Come se si volesse far evolvere le leggi fino a cancellare le sofferenze, anche quelle esistenziali».

Sanitari e vescovi contro

Un no esplicito all’eventuale legge eutanasica è venuto dall’ordine dei medici e dai vescovi cattolici. Il presidente dell’ordine, François Arnauld, ha detto: «L’ordine non è favorevole all’eutanasia». «Se venisse accettata un’assistenza al suicidio, dovremmo stare molto attenti: il medico potrà essere l’accompagnatore? Sicuramente. Ma anche colui che esegue? Non credo. Non è il suo ruolo».

Senza mettere in questione la volontà del paziente, al medico va riconosciuta la possibile obiezione di coscienza.

Il comunicato dei vescovi, pubblicato il 24 settembre e anticipato da Le Monde il 16, sottolinea la partecipazione alle sofferenze dei malati e dei loro congiunti. «Ascoltando i malati, i curanti, le famiglie, gli attori delle cure palliative, avvertiamo che il bisogno essenziale del numero di gran lunga maggiore è quello di essere considerati, rispettati, aiutati, accompagnati e non abbandonati. Vanno alleviate le loro sofferenze, ma i loro appelli esprimono il bisogno di relazioni e di prossimità.

L’attesa più profonda di tutti è l’aiuto attivo a vivere piuttosto che l’aiuto attivo a morire. Dopo decenni si è trovato progressivamente un equilibrio nel nostro paese onde evitare l’accanimento terapeutico e promuovere le cure palliative. Questa “via francese” ha fatto scuola ed esprime qualcosa del patrimonio etico del nostro paese».

Un equilibrio molto caro al personale sanitario che ha da poco affrontato con grande coraggio la pandemia, esponendosi pur di salvare il maggior numero di pazienti. Un autentico discernimento democratico dovrà ascoltare anzitutto loro, i malati e i familiari, i filosofi e le tradizioni religiose.

Belgio: intoppi alla legge

Il Belgio ha depenalizzato l’eutanasia dal 2002 allargandola poi ai malati psichici, ai minorenni e ai bambini (2014). Da poche centinaia nei primi anni le domande sono diventate 2.700.

La dose letale può essere erogata sia in ospedale come nell’abitazione nel caso di una sofferenza fisica o psicologica insopportabile, costante e non alleviabile.

Il “modello belga” ha conosciuto recentemente due intoppi: la condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo per un caso di eutanasia del 2012 e le discussioni che hanno accompagnato la divulgazione della notizia dell’eutanasia di una giovane donna sopravvissuta all’attentato terroristico dei fondamentalisti islamici il 22 marzo 2016 all’aeroporto di Bruxelles.

Tom Mortier ha portato davanti alla Corte europea il caso di sua madre soppressa in ragione di una malattia psichica. La Corte ha condannato il paese per la violazione dell’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Non si tratta di un’esplicita critica alla legge, ma della censura al sistema di controllo e di valutazione oltre che per i ritardi della giustizia davanti alla denuncia.

Alle condizioni per usufruire della legge si aggiungono dei controlli ex-post che sono risultati insufficienti ai magistrati. «La questione rende evidente il problema di una commissione (di verifica) che assomiglia più a un club ristretto e che si prende troppe libertà nell’interpretazione della legge» (il gesuita Marc Desmet).

Non si rimette in causa la legge, assicura la presidente dell’associazione per il diritto a morire, «i giudici imputano alla commissione un’apparente non-indipendenza che può essere facilmente risolta».

Per Erwan Le Morhedec, avvocato e militante anti-eutanasia, «mentre il modello belga è spesso citato come esempio dai “pro-eutanasia”, la sentenza illustra perfettamente il fatto che il sistema è ben lungi dall’essere imparziale e al di sopra dei sospetti».

La giovane belga Shanti De Corte è miracolosamente scampata all’attentato del 22 marzo 2016, ma la sua già fragile consistenza psicologica non si è più ripresa e l’ha condotta a richiedere ripetutamente l’eutanasia che è avvenuta il 7 maggio scorso. Su facebook ha scritto di partire in pace e «sappiate che già mi mancate».

Il suo caso rientra in quello che la legge prevede, ma il tema delle sofferenze psichiche e del loro limite provoca aspri dibattiti fra i professionisti. Ci si può accontentare di un paio di consulenze in ordine a una scelta così drammatica? Thierry Baubet, psichiatra specialista in traumatismi collettivi, scrive: «Quando ci si sente impotenti davanti a un disturbo della psiche si può rivedere la diagnosi, si cerca un altro esperto, si passa ad altra commissione ecc., ma non si porta a compimento il “lavoro” del terrorista o dell’aggressore».

L’Europa e i nuovi diritti

Il dibattito in Francia e in Belgio si accompagna a quanto avviene in Italia e in Portogallo.

In Italia la Corte costituzionale ha invitato il parlamento ha legiferare in merito nel 2019 e sono depositati diversi progetti di legge che l’attuale maggioranza di destra probabilmente non faciliterà. La Consulta ha dichiarato inammissibile la domanda di referendum in materia il 15 febbraio scorso.

In Portogallo la legge è tornata al parlamento dopo le osservazioni del capo dello stato. In merito, il presidente della Conferenza episcopale mons. José Ornelas ci ha detto: «Non possiamo imporre una legge né accontentarci della semplice opposizione. Dobbiamo saper argomentare la nostra opposizione sul piano del dibattito civile. Non è una questione soltanto religiosa, ma è un fatto di civiltà. Quando lo stato non offre cure palliative e sostegno alle persone morenti e non garantisce dignità nella malattia, l’eutanasia diventa una proposta ingiusta e deresponsabilizzante. L’apporto della Chiesa non è a livello giuridico, ma di formazione delle coscienze e di una cultura della vita» (cf. qui)

In Svizzera la gestione del suicidio assistito è affidato ad associazioni come Lifecircle, Eternal Spirit, Exit Deutsche Schweiz. È condizionato dalla capacità di discernimento del paziente.

La commissione nazionale Giustizia e pace scriveva nel 2016: «Avvertire le nuove sfide legate alla morte. Anche le Chiese devono riposizionarsi di fronte alle sfide della vecchiaia e della morte. Questo significa, fra l’altro, non condannare immediatamente ma prendere sul serio le attese, le paure e i bisogni della gente. La ricerca di una buona morte ha oggi bisogno di risposte nuove e credibili. Essa deve riconoscere il desiderio di una buona morte anche nell’appartenenza ad un’organizzazione di assistenza al suicidio o nel desiderio di un suicidio assistito».

La Spagna ha depenalizzato l’eutanasia nel 2021. Ne può usufruire uno affetto da malattia grave, cronica e invalidante.

In Germania la Corte costituzionale ha vidimato nel 2020 il «diritto di scegliere la morte». Diritto che include la libertà di togliersi la vita o di chiedere l’aiuto al suicidio. Il parlamento è chiamato a discuterne.

Stesse parole: significati divergenti

Può sembrare paradossale, ma i riferimenti sia di quanti sostengono il suicidio assistito, sia di quanti lo avversano sono in apparenza gli stessi: l’autodeterminazione, la libertà, la qualità della vita. Ciò che li distingue e che determina opzioni contrapposte è il quadro antropologico (e teologico) complessivo: l’autonomia priva di relazioni da un lato, la vita come dono ricevuto e dato, dall’altro.

Oltre alla retorica che confonde volutamente i termini, un caso di scuola è il riferimento alle cure palliative. Vengono invocate dai favorevoli all’eutanasia come premessa al gesto di assistenza al suicidio. In realtà, ne sono la smentita, perché esse collocano la relazione umana al centro della cura.

Rappresentano una rivolta all’idea dell’onnipotenza della medicina. Rispondono alla domanda di dare continuità di cura e dignità al momento della morte. Rifiutano la morte solitaria e dolorosa come il gesto attivo di indurla: una “terza via” che troppi ignorano.

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