Gerusalemme, Bartali e la pace (che non c’è)

di: Antonio Cecconi

Non avrebbe sicuramente detto: «Tutto sbagliato, tutto da rifare!». Ma forse non tutto, di questo inizio israeliano del Giro, sarebbe andato a genio a Bartali, il grande campione in omaggio al quale i ciclisti partono da Gerusalemme. Perché le tre tappe di avvio della corsa rosa, pur con tutta l’importanza del conferimento alla memoria della cittadinanza israeliana al “giusto tra le nazioni” Gino Bartali, non sembrano corrispondere precisamente all’idea di sport e soprattutto alla concezione della pace che caratterizzarono la vita e le imprese dell’atleta fiorentino.

Il quale pedalava nascondendo nel tubo sotto il sellino documenti falsi che evitavano agli ebrei la deportazione in Germania, grazie alla rete coordinata dall’arcivescovo di Firenze e dal rabbino della stessa città. Pedalando da par suo – ufficialmente per tenersi in forma per quando la guerra sarebbe finita – in direzione di Lucca (dove la Certosa accolse ebrei e rifugiati politici, con dodici monaci scoperti e trucidati dalle SS), di Genova e soprattutto di Assisi, contribuì a salvare circa ottocento ebrei.

E non solo fece il “postino” per obbedienza – lui cattolico praticante – al cardinale, ma accolse in casa sua, in un nascondiglio abbastanza sicuro, una famiglia di ebrei fiorentini. Rischiò la pelle, ma quando la cosa si venne a sapere per una confidenza fatta al figlio Andrea negli ultimi anni di vita, si limitò a dire che «in guerra succede un po’ di tutto». Per oltre cinquant’anni non aveva mai detto niente a nessuno per il semplice motivo che «il bene si fa ma non si dice». Affermazione lineare, pari per candore alla «banalità del bene» di un altro salvatore di ebrei dalla furia nazista, Giorgio Perlasca.

Non so se il Bartali “resistente in bicicletta” approverebbe la politica anti-palestinese di Israele, con un Giro d’Italia che parte sotto la scorta militare di 4.000 poliziotti e 6.000 agenti.

Al tempo delle olimpiadi dell’antica Grecia lo sport fermava ogni quattro anni eserciti l’un contro l’altro armati. Ma Israele, che allinea per la prima volta una squadra di ciclisti professionisti, che inaugura piste ciclabili e il primo velodromo del Medioriente, che rimpingua le casse del Giro con i fondi di un filantropo canadese, induce piuttosto a ritenere l’operazione Giro d’Italia un diversivo, un tentativo di nascondere la dura realtà di due popoli in lotta, entrambi con giusti diritti ma anche con drammatiche responsabilità per una violenza diventata ormai cancrena. E chi dei due contendenti è discendente di Davide assume piuttosto le sembianze del gigante Golia, un Golia ben protetto dai colpi di fionda dell’avversario.

Da domani parleremo del favorito e sospettato Froome, del nostro Aru che proverà a vincere, di Dumoulin e di Pinot che li contrasteranno, di Ulissi che deve far vedere se la Toscana ciclistica esiste ancora… Ma oggi bisognava dire che dietro la corsa rosa si staglia uno scenario molto scuro, in cui la pace è solo una chimera. Con una speranza: che nel gruppo ci sia un novello Bartali che, senza dirlo a nessuno, sta tessendo legami di solidarietà.

P.S. – “Ci vuole coraggio” titolava due giorni fa il pezzo del proprio direttore la Gazzetta dello Sport, giornale organizzatore del Giro d’Italia. Ci vuole davvero coraggio a fare cronache più rosee della carta su cui sono stampate, accennando appena alla drammatica guerra di fatto tra Israele e popolo palestinese e raccontando di Netanyahu salito per l’occasione in bicicletta, per uno spot pubblicitario che ha fatto il giro del mondo.

Il facoltoso ebreo canadese Sylvan Adams (che anch’io, riprendendo le cronache, ho definito “filantropo”, ma il sostantivo dovrebbe voler dire “amico dell’umanità” intera… e non di un popolo soltanto!) che ha finanziato l’operazione – incluso il team professional Israel Cycling Academy che allinea ai nastri di partenza anche due atleti israeliani – dichiara di averlo fatto «per questa nazione libera, aperta, sicura e democratica».

Sulla Gazzetta trovate tutte queste cose e tante altre ancora, perché loro hanno “coraggio”.

Invece, sul Sole 24 Ore di domenica scorsa si poteva leggere che i ricavi del Giro sono in crescita esponenziale, quest’anno sicuramente grazie anche alle prime tre tappe disputate nella terra di Abramo e di Gesù. Con buona pace del popolo palestinese. “Pecunia non olet”.

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