Guarire le relazioni ferite

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“Nessuno si salva da solo”. Ripensando a questo orizzonte di riflessione, mi viene spontaneo proporre alcuni spunti suggeriti da un testo fondante della fede ebraico-cristiana e della nostra stessa cultura che racconta come «non sia bene che l’essere umano sia solo» (Gen 2,18), per cui Adonai Elohim si propone di creare un “soccorso” che lo strappi al suo isolamento mortale.

E il soccorso consiste nel dargli qualcuno che sia «come il suo faccia a faccia», un’espressione questa che allude a uno “stare di fronte” anche resistente e dialettico.

E allora – continua il racconto – «Adonai Elohim fece cadere un torpore sull’umano ed egli si addormentò e prese un lato dell’umano e rinchiuse la carne al suo posto. E Adonai edificò in donna il lato che aveva preso dell’umano e la presentò verso l’umano» (Gen 2,21-22).

A partire da questo celebre racconto, propongo cinque “finestre” che dicano altrettante radici e possibili vie di guarigione rispetto alla grande infermità delle relazioni nelle nostre vite e nelle nostre città.

Nessuno si salva da solo

La ferita ricomposta

Quella “carne rinchiusa” e divenuta cicatrice ci dice che non c’è relazione autenticamente umana senza ferite aperte e ricomposte.

Le relazioni vere, quelle che accettano il “faccia a faccia”, non sono una idilliaca passeggiata e non sono affidabili alla labilità dell’ebbrezza emotiva, alla spontaneità dolce e avvolgente che è oggi la cifra delle relazioni spesso simbiotiche e fusionali che accomunano ragazzi, giovani e adulti e che spesso conducono a fratture irreversibili e laceranti.

Penso anche all’ambiguità dell’accezione positiva che oggi hanno alcune parole d’ordine del lessico sociale come “integrazione” o “inclusione” o anche al ritorno di una parola calda nel lessico politico, “fratelli” (d’Italia ovviamente, gli altri no…).

E la facile retorica della “fraternità”, così diffusa nel linguaggio e nelle ritualità delle Chiese, può essere egualmente ingannevole: quel versetto evangelico «voi siete tutti fratelli» indica un orizzonte stupendo, ma suggerisce pure una strada impegnativa segnata da tante ferite (le storie bibliche dei fratelli ce lo rammentano) e dalla dedizione paziente, tenace, mite del lavoro di continua “ricucitura”.

Il torpore

Nel sorgere del “faccia a faccia” non ci sono solo ferite aperte e ricucite, c’è pure una ulteriore integrità spezzata, quella della conoscenza.

Quel torpore ha prodotto una perdita di conoscenza: io non so veramente chi sia l’altro che mi sta di fronte e neppure l’altro sa di me; c’è una totale inadeguatezza della presa conoscitiva sulla vita e, proprio da questa inadeguatezza e grazie ad essa, è possibile il sorgere del “faccia a faccia”, è possibile il sorgere del desiderio e della reciproca fiducia.

Oggi questo non l’accettiamo: che la relazione presupponga la nostra inadeguatezza, il nostro smarrimento, la nostra finitezza, non riusciamo ad accettarlo.

Tutta la nostra “paideia” è orientata a colmare l’inadeguatezza, a superare la fragilità, ad essere forti, vincenti, padroni di ogni sapere, e le nostre scuole sono diventate un’ossessiva verifica dei tempi e dei modi di questa nobile lotta all’inadeguatezza, e così il proliferare dei test universitari e dei braccialetti elettronici per i lavoratori…

Anche per questo le relazioni umane, sociali, affettive languono e implodono, per questa corsa ad essere adeguati e competitivi, e la stessa sessualità – come scrive Byung Han – è in agonia; spesso non è più abitata dal desiderio, ma è sempre più compulsiva e consumistica.

Non esiste dunque relazione vera e profonda che non esiga come condizione l’accettare e il coltivare la propria finitezza dinanzi all’altro e al suo mistero.

L’accoglienza

Alla radice del “faccia a faccia” non stanno solo cicatrici e mancanze e inadeguatezze, ma sta pure l’esigenza di una scelta: questa donna, che tu non sai pienamente chi sia e donde venga, ora ti è presentata, anzi donata da qualcuno che l’ha edificata e ti ha preceduto, dunque “accoglila”!

La scelta richiesta è, dunque, l’accoglienza ed è accoglienza della donna e della relazione con lei e con ogni alterità.

L’accoglienza, dunque, ovvero la capacità di “ricevere gratuitamente”, è fondante ogni relazione umana. Noi siamo quello che abbiamo ricevuto e che costantemente riceviamo: la vita, l’aria, l’acqua, il sole, il cibo, l’amore che ci ha fatto crescere, le relazioni che hanno intessuto la nostra vita…

Questa facoltà radicalmente umanizzante, oggi, nella nostra cultura è davvero atrofizzata: l’illusione di essere noi gli artefici, i costruttori, i protagonisti della nostra vita e del nostro futuro – così recita la retorica dominante e condivisa – ha affievolito la consapevolezza di essere riceventi e beneficiari di una continua e gratuita effusione vitale che ci precede e ci sostiene.

Non sappiamo più “accogliere” la vita e così non sappiamo più accogliere nessuno che sia “altro” da noi e ci sentiamo un po’ tutti “padroni a casa nostra” e accettiamo docilmente che sia mandato l’esercito a sigillare gli altri “a casa loro” e consideriamo un titolo di onore politico l’alto numero di espulsioni e respingimenti che riusciremo a fare.

Nella nostra illusione di onnipotenza, non sappiamo né accogliere, né discernere ciò che ci salva, che ci è donato come un soccorso, un’àncora di salvataggio, e ci culliamo nella nostra stupida e cieca illusione di autosufficienza. Appunto, “nessuno si salva da solo”…

Nessuno si salva da solo

La parola umile

Il “faccia a faccia” della relazione reclama una parola che interroghi, apra orizzonti, comunichi amore e consolazione. E infatti l’adam così parla: «Questa è l’osso delle mie ossa e la carne della mia carne. Ad essa si urlerà ’ishà-donna, poiché da ’ish-uomo è stata presa» (Gen 2,23).

Ma questa parola è davvero un grido di lieta meraviglia come abitualmente si ritiene?

È, infatti, un’affermazione alla terza persona, e dunque non è una parola dialogica rivolta a un tu; è segnata, inoltre, da due eloquenti possessivi e accentua anche nel nome dato la somiglianza più che la differenza.

Pare piuttosto una parola definitoria, padronale, autocentrata e autoaffermativa, quasi timorosa che la differenza possa esprimersi senza essere compresa, afferrata e catalogata.

Ma ogni relazione vive di asimmetrie non catalogabili e le alterità non sono mai pienamente afferrabili.

E solo la parola è data agli uomini perché le relazioni nascano e vivano, le interiorità si incontrino, le asimmetrie si rispettino e i conflitti non distruggano le esistenze.

E solo una parola umile, capace di sostare sulla soglia, rispettosa della propria e dell’altrui parzialità, può accendere e far vivere relazioni autentiche.

Forse oggi non abbiamo ancora compreso quanto lo svilimento della parola, la chiacchiera banale, la frenesia dei messaggi digitali, la fuga dal silenzio siano legati al frantumarsi delle nostre relazioni e come queste possano essere risanate dalla cura di una parola attenta, dialogica, incoraggiante.

L’ombra della morte

«Di tutti gli alberi del giardino mangerai, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male tu non mangerai, perché nel giorno in cui ne mangerai, certamente morirai» (Gen 2,16-17).

La stessa logica di autosufficienza presuntuosa e onnisciente la troviamo operante nelle scelte che sono richieste davanti al limite.

E ora nel racconto entra in scena la morte che, nell’interpretazione della donna, diviene paura della morte: «Elohim ha detto: “Non ne mangerete e non lo toccherete nel timore che moriate”» (Gen 3,2).

E la paura della morte plasma interiormente l’uomo e la donna e li conduce in un itinerario che va dal rifiuto del limite pensato come ostacolo al desiderio, al dispiegarsi di un desiderio totalitario di vita, di immortalità, di onniscienza e di onnipotenza che genera un’attitudine di consumo del mondo, quasi un atteggiamento di bramosia predatoria: «L’albero era buono per mangiare, piacevole agli occhi, desiderabile per acquistare sapere» (Gen 3,6). Il mondo, dunque, come preda, dove tutto è funzionale al dispiegarsi del desiderio che rifiuta ogni limite. A questo conduce l’ombra e la paura della morte.

L’autoaffermazione escludente, il possesso, il consumo vorace del mondo sono dunque le vie per tentare la vittoria sulla morte e le relazioni umane sono trascinate in questo vortice dove tutto è funzionale e le persone diventano nel lessico della modernità, “risorse”, oppure “esuberi”, oppure e sempre più “scarti”.

Se diversi pensatori del secolo scorso hanno teorizzato che ciò che accomuna gli uomini è “l’essere per la morte”, allora si può cogliere il legame generativo che la paura della morte ha sul fossilizzarsi delle società dell’Occidente in una prassi di ossessivo accaparramento e consumo del mondo, sulla riduzione a “risorsa” di tutto ciò che segna l’esistenza e sulla deriva funzionale e utilitaristica delle relazioni.

E allora, piuttosto che pensarsi unicamente come “i mortali”, potremmo pensarci anche come “i nascituri”, secondo la bella intuizione di Maria Zambrano: «L’uomo non deve tanto costruire la sua vita, quanto proseguire la sua incompiuta nascita: deve nascere via via, lungo la propria esistenza, ma non in solitudine, bensì con la responsabilità di vedere e di essere visto, di giudicare e di essere giudicato, di dovere edificare un mondo in cui possa venire racchiuso questo essere prematuramente nato».

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