Hollywood, oppio per il popolo

di: Thies Münchow

Thies Münchow è docente incaricato presso il Dipartimento di teologia evangelica dell’Europa-Universität di Flensburg. Dopo il ciclo quinquennale di studi (musica e teologia evangelica) ha lavorato alla tesi di dottorato che ha difeso col massimo dei voti (Wir machen Sinn. (Post)moderne Bedingungen, Perspektiven und Grenzgängen theologischer Hermeneutik). Svolge attività di ricerca sugli incroci fra filosofia postmoderna, teologia e fenomeni culturali nell’Europa contemporanea. Co-direttore del gruppo di lettura evangelico-cattolico “Teologia e Cultura” recentemente fondato presso la Europa-Universität di Flensburg.

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Viviamo in un mondo in cui molta, davvero molta gente cade in estasi perché nei cinema viene proiettato un film col (significativo) titolo Infinity War[1]. Questo fenomeno merita una qualche riflessione più accurata. Infatti, si pone la questione sul perché milioni di persone si accalcano nei cinema per ammirare, quasi con bramosia, produzioni hollywoodiane di storie variopinte di eroi striduli sebbene, così facendo, si finisce col fruire sempre di nuovo di qualcosa di cui si sa già tutto.

Per approcciare tale questione propongo una piccola digressione attraverso i format televisivi per tornare poi al grande schermo.

La celebrazione liturgica sul sofà

In Germania, dagli anni ’70, i cittadini e le cittadine mostrano un comportamento sorprendente nella serata di domenica. In questo giorno la gente si ritrova volentieri intorno alla televisione per vedere la serie «Tatort» (luogo del crimine).[2] Insomma, da anni ogni domenica accade un crimine (un omicidio) che viene risolto da due commissari più o meno simpatici.

Da anni i cittadini e le cittadine, a prescindere dal loro stato sociale, la domenica sera si lasciano sopraffare dal «luogo del crimine». Non mi espongo troppo se affermo che questo comportamento mostra dei tratti religiosi e rituali.[3] La domenica, scusate la santa domenica, in questo caso non rappresenta la fine della settimana, come veniva percepita in precedenza, ma, in senso più tradizionale, l’inizio della nuova settimana. Meglio, l’inizio della settimana lavorativa.

Per tutta la settimana si è lavorato (per molti anche di sabato, e chi non deve lavorare in questo giorno comunque quantomeno lo consuma). La domenica però bisogna ricaricare le batterie, utilizzare il tempo libero, ma per fare cosa? Ovviamente, per andare a lavorare il lunedì.

Detto altrimenti: «Il tempo (lavorativo) aveva consunto l’uomo (l’essere dell’uomo), la società e il cosmo. E questo tempo distruttivo era il tempo profano (…): un tempo che doveva essere sospeso per poter ristabilire il momento mitico in cui era sorto il mondo».[4] Il ristabilimento di cui parla qui Mircea Eliade viene realizzato attraverso il rituale liturgico.

Il rituale di una liturgia segue una logica e una struttura inerente che, accanto ai contenuti che vengono mediati (predica, preghiere di intercessione, preghiera e benedizione), simbolizza anche il ristabilimento del cosmo. In questo modo, il mondo profano e caotico diviene nuovamente un cosmo sacro e ordinato.

Non altro che questo simbolizza la serie televisiva «Tatort». La colonna sonora iniziale introduce alla celebrazione liturgica (post)secolare, come l’organo fa con l’equivalente ecclesiale. L’omicidio nelle prime scene simbolizza il mondo profano, piombato nel caos a causa di maligne (ma totalmente umane) potenze primordiali.

Insieme agli investigatori, gli spettatori viaggiano come Dante sotto la guida di Virgilio attraverso l’inferno e nel purgatorio. Alla fine il caso è risolto, il cosmo ritrova il suo ordine. E come Virgilio poco prima del paradiso affida Dante alla celeste Beatrice, così il lavoratore coscienzioso si può consegnare, rilassato e ricaricato, alle mani della nuova settimana. Domani si lavora di nuovo. Il gioco riprende da capo. Chi ha bisogno di TV2000?

Miti, manipolazione, quattrini

E ora troniamo a Hollywood. La deviazione attraverso la televisione ci ha mostrato l’ovvietà di un bisogno umano. Queste storie ci piacciono. Vogliamo i nostri eroi (mitici). E poco importa come si chiamano o che aspetto hanno. Quello che conta è la struttura di queste storie, come mostra J. Campbell nella sua opera L’eroe dai mille volti.[5]

Che la struttura circolare del viaggio mitologico degli eroi, delineata da Campbell venga divorata dal cinema commerciale americano, ce lo ha mostrato Ch. Vogler nel suo libro Il viaggio dell’eroe. Infatti, quella struttura invita a essere continuamente riciclata.[6] Attualmente, questo principio viene portato all’eccesso dalla Marvel. Infinity War – questo titolo ha in sé qualcosa di sintomatico: Guerre dell’infinito.[7]

Chi va al cinema si trova tra i fronti del bisogno umano di un infinito e un ordine garantiti miticamente, da un lato, e la perfida promessa capitalista di un presunto godimento illimitato alla carta, dall’altro. Che il capitalismo produca questo anelito bramoso attraverso la pubblicità e altri espedienti simili, prima inesistenti, è cosa oramai assodata.

Qui, però, il bisogno umano di storie (eroiche) viene manipolato dalla pubblicità e infine monetizzato economicamente. Ma come avviene questa manipolazione?

Marvel non annuncia solo un nuovo film, ma sempre anche un intero pacchetto. Il tutto è denominato «fase uno», «fase due» e così via.[8] Così il consumatore sa nel 2008 quello che vedrà al cinema nel 2012. Qui viene proposta una soddisfazione appagante che promette speranza. Negli anni a venire il consumatore potrà ancora sfuggire la deprimente quotidianità grazie a film sempre uguali, presentati in abiti diversi, proiettato sul grande schermo.[9]

Ma questa forma di annuncio mostra ciò che vi è di perfido nella strategia commerciale della Marvel: i prodotti non sono i film. I prodotti sono le persone che vanno al cinema, che vogliono le loro storie e godersi la caduta omerica dell’intero pantheon dei supereroi, oppure come esso in bella maniera spacca il grugno di qualcuno. Panem et circenses. No, la Marvel non è un progetto cinematografico, ma una strategia di finanziamento.[10]

Come cani che si mordono la coda…

Ma a chi si dovrebbe rimproverare il piacere di vedere questi film? «Godi!», insieme a «realizza te stesso, sii come sei!», è il nuovo imperativo categorico della nostra società occidentale.

Certo, godere e consumare questi film non fa di qualcuno una cattiva persona. Lo ripeto: quello che non va, quello che è forse maligno in tutto questo è ciò che fa la macchina propagandistica hollywoodiana con tale bisogno naturale: ossia farsi pagare.

E il consumatore non è poi così innocente. Per esempio, da dove viene la paura contemporanea quasi ossessiva rispetto allo spoiler? La nostra esistenza, estenuata dal (lavoro) quotidiano, dalla pressione costante che viene della concorrenza e dall’auto-realizzazione,[11] si aggrappa a ogni effimero afflato di sentimento. È lo stesso se si tratta dello stupore, della nausea, dell’eccitazione sessuale o di qualsiasi altra cosa.

Quello che conta è sottrarsi, per un attimo, al principio di realtà. Ma una cosa è certa: il super-io capitalista non dorme mai e il prossimo bramoso desiderio si desterà ben presto.

Chi si tappa le orecchie quando si parla dei film Marvel, o della nuova serie Game of Thrones, senza conoscerne ancora la trama, si dovrebbe ricordare forse ancora una volta del verso di Rilke: «Devi cambiare la tua vita».[12]

 


[1] Avengers: Infinity War (A.&J. Russo, Marvel Studios 2018).

[2] Tatort è un format giallo mandato in onda dalla rete televisiva pubblica tedesca ARD.

[3] Cf. H. Albrecht, Die Religion der Massenmedien, Stuttgart, Berlin, Köln 1993; A. Schilson, «Jenseits aller Kommunikation. Medien als Religion», in: H. Kochanek, Ich habe meine eigene Religion, Zürich 1999, 130-157.

[4] M. Eliade, Das Heilige und das Profane. Vom Wesen des Religiösen [1957], übers. v. E. Moldenhauer, 5. Aufl., Frankfurt/M., Leipzig 2016, 71. Il termine “lavoro” è una mia aggiunta, in vista di una contestualizzazione rispetto alle condizioni attuali. Ovviamente Eliade non riduce il suo pensiero solo alla dimensione lavorativa.

[5] J. Campbell, The Hero with a Thousand Faces [1949], 3. Aufl., Navato, CA 2008.

[6] C. Vogler, The Writer‘s Journey. Mythic Structure for Writers, Studio City, CA 20073.

[7] Come genitivus subiectivus o genitivus obiectivus.

[8] Cf. https://de.wikipedia.org/wiki/Marvel_Cinematic_Universe (accesso: 15.05.2018).

[9] “Il fondamento dell’agire imprenditoriale è (…) l’eterna variazione dell’identico: cambiamento di serie, del modello, dell’immagine di apparizione. Queste modifiche inessenziali servono a confondere il consumatore con illusorie modificazioni, per offrirgli contemporaneamente più o meno sempre la stessa cosa. Quello che si deve produrre nel consumatore è una bramosia continua che accompagna tutto l’arco della sua vita. Cosa può fare se non bramare in continuazione e rimpinzarsi come un bambino?” (B. Maris − Michel Houellebecq, Ökonom, Köln 2015, 67).

[10] È significativo che la Marvel Studios appartenga alla Walt Disney Company, che sotto la propria marca sta spillando quattrini con quella mucca da mungere che è Star Wars.

[11] Cf. A. Ehrenberg, Das erschöpfte Selbst. Depression und Gesellschaft in der Gegenwart, übers. v. M. Lenzen u. M. Klaus, Frankfurt/M. 2008.

[12] R.M. Rilke, Archaïscher Torso Apollos.


 

Hollywood, das Opium fürs Volk

 

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Wir leben in einer Welt, in der viele, wirklich viele Leute darüber in Ekstase geraten, dass gegenwärtig ein Film mit dem (bezeichnenden) Titel Infinity War[i] in den Kinos läuft. Über dieses Phänomen lohnt es sich nachzudenken. Denn die Frage, die sich stellt, lautet: Warum rennen Millionen Menschen in die Kinos, um Hollywoods Fließbandproduktion von quietschbunten Heldengeschichten zu bestaunen und zu preisen, ja sogar herbeizusehnen, obwohl sie immer bekommen, was sie schon kennen? Um uns dieser Frage anzunähern, will ich einen kleinen Umweg über das Fernsehen machen, bevor wir uns wieder dem Big-Screen-Spektakel zuwenden.

Der Gottesdienst auf dem Sofa

In Deutschland legen Bürgerinnen und Bürger seit den 1970er Jahren sonntags ein erstaunliches Verhalten an den Tag (oder besser gesagt Abend). So finden sich die Menschen an besagtem Abend gerne vor dem Fernseher ein, um den Tatort[ii] zu gucken. Seit Jahr und Tag gibt es so jeden Sonntag ein Verbrechen (i.d.R. Mord), das von zwei mehr oder weniger sympathischen Polizeikommissaren aufgeklärt wird. Und seit Jahr und Tag genießen es Bürgerinnen und Bürger – unabhängig von ihrer sozialen Zugehörigkeit – sich am Sonntagabend vom Tatort berieseln zu lassen.

Ich lehne mich nicht weit aus dem Fenster, wenn ich behaupte, dass dieses Verhalten religiös-ritualistische Züge aufweist.[iii] Der Sonntag, pardon!, der heilige Sonntag ist hier eigentlich nicht das Ende der Woche, wie er heutzutage wahrgenommen wird, sondern, ganz traditionell, der Anfang der neuen Woche, genauer der Arbeitswoche. Die ganze Woche über wurde gearbeitet. (Für viele gilt dies auch für den Samstag; und wer samstags nicht arbeiten muss, der konsumiert zumindest.) Aber am Sonntag muss man ‚seine Batterien aufladen‘, die Freizeit nutzen, um was zu tun? Natürlich um am Montag wieder arbeiten zu gehen.

Anders ausgedrückt: «Die [Arbeits]Zeit hatte den Menschen (das menschliche Sein), die Gesellschaft, den Kosmos verbraucht, und diese destruktive Zeit war die profane Zeit […]: sie mußte aufgehoben und damit der mythische Augenblick wiederhergestellt werden, in dem die Welt […] entstanden war».[iv] Die Wiederherstellung, die der Religionswissenschaftler Mircea Eliade hier anspricht, wird durch das religiöse Ritual geleistet. So folgt etwa die Liturgie eines Gottesdienstes einer inhärenten Logik und Systematik, die neben den Inhalten, die sie vermittelt (Predigt, Fürbitten, Gebet, Segen), auch die Wiederherstellung des Kosmos symbolisiert. Auf diese Weise wird die profane chaotische Welt wieder zum heiligen geordneten Kosmos.

Nichts anderes symbolisiert der Tatort: Ikonische Titelmusik leitet den (post)säkularen Gottesdienst ein, wie das Orgelspiel das kirchliche Äquivalent. Der Mord in der Eingangsszene symbolisiert die profane Welt, die von bösen (aber durchaus menschlichen) Urmächten ins Chaos gestürzt wurde. Zusammen mit den Ermittlern reisen die Fernsehzuschauer wie Dante unter der Führung Vergils durch das Inferno und über den Purgatorio. Am Ende ist der Fall gelöst, der Kosmos wieder in Ordnung. Und wie Vergil kurz vorm Paradiso Dante der seligen Beatrices anvertraut, kann der gewissenhafte Arbeiter sich entspannt und aufgeladen in die neue Woche begeben. Morgen wird wieder gearbeitet. Das Spiel beginnt von vorne. Wer braucht da schon BibelTV?

Mythen, Manipulation, Moneten

Und nun zurück zu Hollywood. Der Umweg über das Fernsehen führt uns die Selbstverständlichkeit eines menschlichen Bedürfnisses vor Augen. Wir mögen diese Geschichten. Wir wollen unsere (mythischen) Helden. Dabei ist es eigentlich relativ egal, wie diese aussehen oder heißen, vielmehr kommt es auf die Struktur ihrer Geschichten an. Dies zeigt uns Joseph Campbell in seinem Hauptwerk The Hero with a Thousand Faces.[v] Die Erkenntnis, dass die zirkuläre Struktur der mythologischen Heldenreise, über die Campbell uns unterrichtet, zudem noch ein gefundenes Fressen für das amerikanische Erfolgskino ist, verschafft uns Christopher Vogler in The Writer‘s Journey, denn jene lädt zum Recycling ein.[vi]

Beliebte Geschichten und Figuren bekommen Fortsetzungen. Dieses Prinzip wird derzeit von Marvel auf die Spitze getrieben. Infinity War – dieser Titel hat etwas Symptomatisches: «Krieg der Unendlichkeit».[vii] Der Kinobesucher ist zwischen die Fronten des menschlichen Bedürfnisses nach mythisch versicherter Unendlichkeit und Ordnung auf der einen und des perfiden kapitalistischen Versprechens eines vermeintlich unendlichen Genießens nach Plan auf der anderen Seite geraten. Dass der Kapitalismus durch Werbung und dergleichen Begehren schafft, die vorher gar nicht da waren, ist hinlänglich bekannt. Hier aber wird ein natürliches Bedürfnis nach (Helden)Geschichten durch Werbung manipuliert und schließlich monetarisiert.

Wie es manipuliert wird? Marvel kündigt nie nur einen Film an, sondern immer gleich ein ganzes Bündel. Das Ganze nennt sich dann «Phase one», «Phase two» usw.[viii] Der Konsument weiß so 2008 schon, was er 2012 im Kino sehen wird. Hier wird eine Befriedigung in Aussicht gestellt, die Hoffnung verspricht. Man wird noch in den nächsten Jahren dem trübseligen Alltag durch den immergleichen Film im neuen Gewand entfliehen können.[ix]  Aber diese Art Ankündigungen zeigen das Perfide an Marvels Vermarktungspolitik: Die Produkte sind nicht die Filme. Die Produkte sind die Kinobesucher, die ihre Geschichten wollen und sich daran erfreuen, wie das gesamte Pantheon der Superhelden sich im Stile Homers hintergeht oder einfach nur mal gepflegt die Fresse poliert. Brot und Spiele! Nein, Marvel ist kein Filmprojekt, sondern ein Finanzierungsplan.[x]

Wir drehen uns im Kreis…

Aber wem sollte man den Genuss dieser Filme schon vorwerfen? «Genieße!» ist ja neben «Sei wie du bist!» der kategorische Imperativ unserer westlichen Gesellschaft. Selbstverständlich macht es eine Person nicht zu einem schlechten Menschen, wenn sie diese Filme mag und konsumiert. Ich wiederhole noch einmal: Was schlimm ist, vielleicht sogar bösartig, ist das, was die kapitalistische Propagandamaschine Hollywood mit diesem natürlichen Bedürfnis macht, nämlich es sich bezahlen lassen.

Und trotzdem, der Konsument ist nicht unbeteiligt. Woher zum Beispiel kommt wohl die zeitgenössische geradezu panische Angst vor Spoilern? Unsere durch (Arbeits) Alltag, Konkurrenz- und Selbstverwirklichungsdruck erschöpfte Existenz[xi] klammert sich an den ephemeren Hauch des Fühlens. Egal, ob es ums Staunen, den Ekel, die sexuelle Erregung oder sonst etwas geht, Hauptsache dem Realitätsprinzip nur für einen Augenblick entkommen. Doch auf eine Sache ist Verlass: Das kapitalistische Über-Ich schläft nicht und das nächste Begehren wird geweckt werden.

Wer sich also die Ohren zuhält, wenn über die neuen Marvelfilme oder die neue Folge Game of Thrones gesprochen wird, die man noch nicht kennt, sollte sich vielleicht einmal an einen Vers von Rilke erinnern: «Du mußt dein Leben ändern».[xii]

 


[i] Avengers: Infinity War, A. u. J. Russo, Marvel Studios, USA 2018.

[ii] Beim Tatort handelt es sich um eine regelmäßiges Krimiformat, dass vom öffentlich-rechtlichen Fernsehsender ARD ausgestrahlt wird.

[iii] Zum Forschungsgegenstand siehe z.B. H. Albrecht, Die Religion der Massenmedien, Stuttgart, Berlin, Köln 1993; A. Schilson, «Jenseits aller Kommunikation. Medien als Religion», in: H. Kochanek, Ich habe meine eigene Religion, Zürich 1999, 130-157.

[iv] M. Eliade, Das Heilige und das Profane. Vom Wesen des Religiösen [1957], übers. v. E. Moldenhauer, 5. Aufl., Frankfurt/M., Leipzig 2016, 71. Der Zusatz des Wortes «Arbeit» stammt von mir und dient hier der Kontextualisierung. Selbstverständlich reduziert Eliade seinen Gedanken nicht nur auf die Arbeit.

[v] J. Campbell, The Hero with a Thousand Faces [1949], 3. Aufl., Navato, CA 2008.

[vi] C. Vogler, The Writer‘s Journey. Mythic Structure for Writers, 3. Aufl., Studio City, CA 2007.

[vii] Als genitivus subiectivus oder genitivus obiectivus.

[viii] Vgl. https://de.wikipedia.org/wiki/Marvel_Cinematic_Universe (Zugriff: 15.05.2018)

[ix] «Die Grundlage des unternehmerischen Handelns ist … die ewige Abwandlung des Immergleichen: Veränderung der Serie, des Modells, des Erscheinungsbildes. Solcherlei unwesentliche Modifikationen dienen dazu, den Verbraucher mit den vorgegaukelten Veränderungen zu verwirren und ihm gleichzeitig stets mehr oder weniger dieselbe Sache anzubieten. Es soll ein lebenslanges Begehren bei Verbrauchern erzeugt werden. Was können sie anderes tun, als zu begehren und sich wie Kinder vollzustopfen?» (B. Maris, Michel Houellebecq, Ökonom, Köln 2015, 67.)

[x] Bezeichnenderweise gehört Marvel Studios zur Walt Disney Company, die derzeit unter eigenem Namen die Cashcow Star Wars melkt.

[xi] Vgl. A. Ehrenberg, Das erschöpfte Selbst. Depression und Gesellschaft in der Gegenwart, übers. v. M. Lenzen u. M. Klaus, Frankfurt/M. 2008.

[xii] Aus R.M. Rilkes Gedicht Archaïscher Torso Apollos.

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