I congiunti e la ragione pubblica

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fase 2 congiunti

Il nostro paese è da tempo in difetto di una ragione pubblica degna di questo nome. Mandata a casa tempo fa l’ultima classe politica che ne aveva un senso a lungo coltivato, da una sinistra votata al suicidio e alla devozionale consegna del paese alle forme più grette di populismo che scorre da un capo all’altro dell’emiciclo parlamentare, almeno con gli ultimi tre presidenti della Repubblica la ragione pubblica sembra essere rimasta una sorta di grazia di stato incarnata in questa carica istituzionale.

Senza calcio, un nuovo sport nazionale

Il diletto con cui si spara al governo, e alla macchina ingovernabile che esso ha creato per cercare di far fronte all’emergenza del Coronavirus, è divenuto oramai lo sport nazionale preferito – almeno fino a quando non ci ridaranno l’inebetimento totale di ore di calcio in televisione. Lo si può praticare ovunque: in casa, in coda certificata per la spesa, nei piccoli crocchi informali che si creano per un attimo davanti a qualche negozio che timidamente prova a rialzare le serrande.

Dalla Chiesa agli industriali tutti sanno più e meglio di coloro che ci governano. Per non parlare della miriade di esperti che passano la maggior parte del loro tempo in televisione o a rilasciare interviste ai giornali. Ma quando fanno un po’ di ricerca scientifica se sono così impegnati a divulgare il loro verbo oracolare fatto di expertise che non coincidono mai l’una con l’altra? Sembra ci siano tanti tipi di Coronavirus quanti sono gli esperti che quotidianamente prendono parola sui media.

Se poi seguiamo per qualche giorno le esternazioni di uno di questi, ci accorgiamo che il virus muta praticamente a velocità quotidiana – quando lui, poverino, magari sì si è un po’ modificato ma proprio non ce la fa a tenere il ritmo delle opinioni che lo riguardano.

Ora, che chi ha una responsabilità pubblica per il paese può iniziare ad allentare un po’ le maglie che ci hanno costretto a casa per due mesi, comunque per il nostro bene collettivo nonostante tutti gli errori formali e di comunicazione, il nuovo sport nazionale ha trovato un altro terreno di gioco su cui cimentarsi: quello dei congiunti. Che possiamo andare a trovare.

Giornali, canali televisivi e talk-show di ogni genere, forse anche noi cittadini un po’ ignoranti delle leggi dello stato, hanno iniziato a danzare la loro tarantella ossessiva sulle note di «chi sono i congiunti?». Che le leggi siano illeggibili e poco chiare è fenomeno tipico della legislazione non solo italiana da tempo. Concesso.

Congiunti, affini, amici

Ecco allora che, facendo ciò che compete istituzionalmente, si cerca di rendere chiaro quello che il decreto intende con il termine «congiunti». By the way, riconosciamo almeno che hanno fatto il loro dovere. Rimanendo nei limiti della legge, ossia del codice e della giurisprudenza civile.

Ma sparare sul governo sembra essere l’ultimo diletto che ci è rimasto, anche a noi intellettuali. Lo sdegno per la limitazione a congiunti e affini, che esclude gli amici, è montato rampante sul motto «gli amici sono forse meno importanti degli affini?». Nella chiarificazione venuta da palazzo Chigi non c’è nessuna affermazione che vada in questo senso. Ce la siamo fatta noi leggendo tra le righe di qualcosa che parlava di tutt’altro.

Un primo aspetto dovrebbe essere così evidente da non dover essere nemmeno preso in considerazione. In questo momento è ancora necessario regolare le interazioni sociali, e non lo si può fare che sulla base dei codici e della giurisprudenza in materia disponibili. Grazie a Dio, per il momento e forse ancora per poco, l’amicizia è una forma delle relazioni umane che non abbiamo consegnato al diritto.

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Secondo, non disponiamo di una comprensione comune e condivisa di cosa sia amicizia e dei criteri che portano a definire una persona come un amico. E anche questo è (forse) un bene, essendo questo tipo di rapporti una delle forme più profonde e intime delle relazioni umane. Fondamentale, nessuno lo mette in dubbio; ed è quindi bene che essa venga difesa a spada tratta da ogni tentativo di omologazione sociale e giuridica.

Ma qui iniziano anche i problemi: se quello che intendo io con amicizia e quello che intendi tu sono due cose completamente diverse, allora questa figura fondamentale della socialità umana perde ogni significato pubblico. Ne consegue, quindi, la sua privatizzazione del tutto legata al sentimento (momentaneo?) individuale – così vissuta, l’amicizia non ha alcuna ricaduta diretta sullo spazio pubblico, se non mediante il mio privatissimo sentire.

Ora mettetevi per un attimo nei panni di chi deve gestire questa prima fase di lenta uscita dall’emergenza, e ditemi come è possibile integrare questa assoluta privatizzazione delle relazioni amicali nel contesto fragile ed esposto delle interazioni pubbliche in questo momento?

Friends

Purtroppo la categoria «amicizia» è diventata del tutto inaffidabile per la socialità, e questa è stata la nostra opera, non certo quella delle istituzioni e dello stato. Guardatevi un paio di puntate di «Amici», o gettate lo sguardo sulla velocità vorticosa delle dita dei nostri ragazzi con cui «friends» appaiono e scompaiono dal loro mondo social.

Certo non tutti sono così, ma la cosa non risolve il problema dal punto di vista delle istituzioni pubbliche che ci governano: perché siamo cittadini, perché ne abbiamo eletto i rappresentanti, perché abbiamo doveri pubblici e non solo diritti privati.

È assolutamente vero che libertà fondamentali sono state fortemente limitate, non senza giusta causa – per un periodo di tempo che deve essere limitato e proporzionale alle ragioni pubbliche di queste limitazioni e al carattere proprio di quelle stesse libertà. È vero che tutto questo è stato talvolta spiegato male, in forme inadeguate e in sedi inappropriate.

Ma direi che nel complesso gran parte dei cittadini ha saputo andare oltre tutto questo, mostrando un senso civile di rispetto degli altri di cui forse pensavamo di non essere capaci come popolo italiano. Se così fosse, allora dovremmo essere in grado di selezionare con rigore una classe politica all’altezza di questa nostra consapevole cittadinanza. Saremo dunque messi alla prova, noi cittadini ben prima dei politici. Dubito però in esiti clamorosi di rinnovamento del personale politico che scegliamo a nostra rappresentanza da questa ritrovata consapevolezza del senso della cittadinanza.

Quello che mi pare non è un diritto

Ma è anche ora che impariamo che il fare quello che ci pare non è una libertà fondamentale; e privatizzando totalmente quella cosa che si chiama amicizia abbiamo fatto in modo che essa ricadesse in questa sfera del sentimento opinabile e non sociale.

E poi, almeno noi della vecchia generazione, dovremmo essere onesti con noi stessi. Gli amici sono proprio quelle persone che rimangono tali anche se non li vai a trovare ogni giorno, anche se non li vedi fisicamente per anni. Sono essenziali proprio perché il rapporto può attendere ancora qualche tempo senza subire danno alcuno. Ci mancano, ma non vengono meno.

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Questa solidità nella mancanza e nella distanza è una forza che potrebbe ridare vigore a quel che resta della ragione pubblica. Impegniamoci a edificarla a dovere, per consegnarla alle generazioni future, e smettiamo di rivendicare un riconoscimento pubblico di tutti gli aspetti della nostra vita personale.

Questo ci aiuterà a farli uscire da quella privatizzazione di comodo che ci fa pensare di essere titolari solo di diritti individuali, senza prenderci cura della dimensione sociale e pubblica del nostro vivere.

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