Il virus come sfida culturale

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covid sfida culturale

Sul finire di questa prima estate dell’era Covid-19 diventa sempre più chiaro che il lento traghettamento verso un «dopo» ancora tutto da definire non sarà solo lungo e complesso, ma richiede anche l’investimento di responsabilità civile da parte di tutti.

Certo, la scienza è chiamata a fare il suo lavoro senza attendersi da lei miracoli che, nella sua declinazione rigorosa, non ha mai promesso. È oramai chiaro che non si può delegare solo alle istituzioni politiche il compito di delineare procedure e pratiche che permettano di attutire l’impatto del virus sulle nostre società.

Partecipare alla vita pubblica e frequentare gli spazi sociali pensando che sia solo la norma positiva a regolare le forme e i modi di interazione umana vuol dire, in fin dei conti, aver rinunciato alla libertà della cittadinanza per assumere la posizione del suddito.

Eppure questo sembrerebbe essere il livello su cui ci stiamo assestando dopo il lockdown. Indotti a tale atteggiamento anche da una saturazione mediatica che non aiuta a comprendere, da un lato, e dalla rapacità della politica che ha cercato di piegare il dramma della pandemia a strumento per schermaglie di parte, dall’altro.

Sensibili alla fragilità

Come ha scritto Giuliano Zanchi su SettimanaNews, il giusto desiderio di riappropriarsi di spazi di vita quotidiana non può essere inteso come leggerezza del fare come se nulla fosse successo; pensando che la pandemia è stata solo un’interruzione fortuita e malaugurata di un modo di vivere e abitare il mondo che può essere tranquillamente ripreso e portato avanti come l’unico modello possibile.

Si perderebbero tesori preziosi così facendo, nel nostro disperato tentativo di voler rimanere ancorati a cose che oggi appaiono essere relitti di un tempo che è, in un qualche modo, passato attraverso un severo giudizio.

In questo quadro rimane di sicuro interesse per tutti l’agile testo pubblicato dall’Istituto di ricerca per la filosofia di Hannover su commissione della diocesi di Hildesheim: Coronavirus. Risposte a una sfida culturale. Tra incertezza e incuranza civile «la capacità di futuro della società dipende dal fatto se si riesce a sviluppare una disposizione e un’etica del vivere-insieme, nella quale si radica una sensibilità per le specifiche fragilità degli altri».

Una società che si è fatta via via incapace di navigare le incertezze della vita e ha perso la capacità di far fronte all’ignoto, ha finito col dover reprimere tutti gli indici di fragilità che scorrono in essa: relegandoli ai margini, e insieme a essi le persone che ne sono la memoria evidente e insopportabile al tempo stesso, facendone il caso che fa eccezione alla regola (dell’efficienza e della prestazione da produrre a ogni costo per conquistarsi un diritto di piena appartenenza alle logiche che governano le forme contemporanee del vivere umano).

L’incerto

Si tratta quindi, secondo il gruppo di lavoro dell’Istituto che ha redatto il testo, di mettere in atto processi di apprendimento al «vivere con le insicurezze», che la pandemia più che aver creato ha messo a nudo come una condizione dell’umano di cui non volevamo sapere. Cruciale per questo processo è il ruolo giocato dalla scienza e la gestione dei suoi intrecci con la politica e gli interessi economici: se da un lato bisogna evitare una «strumentalizzazione della scienza quale legittimazione di scelte politiche», dall’altro è necessario che la scienza stessa sia capace «di resistere alla tentazione di fare politica».

covid sfida culturale

Anche la scienza deve non solo confrontarsi ma anche farsi carico di una fragilità che non è esterna ai propri protocolli: «Una buona comunicazione scientifica rende evidente l’ethos stesso delle discipline scientifiche. Parte di questo ethos è il fatto di nominare i limiti delle proprie competenze (…). Inoltre si deve comunicare apertamente la provvisorietà e quindi l’incertezza dei risultati raggiunti dalla scienza».

In questo modo il sapere scientifico può contribuire all’apprendimento sociale di due virtù civili che oggi diventano decisive per la costruzione di un vivere-insieme giusto e realistico: ossia «la capacità di giudizio e la tolleranza delle ambivalenze». Si tratta quindi di prendere congedo dall’ossessione per l’univoco, per il perfettamente chiaro e delimitato, per ciò rispetto a cui il semplice apparire di un’alternativa possibile diventa patologia insopportabile da eliminare o da criminalizzare.

Tollerare le ambivalenze

Per uscire da questo circolo vizioso in cui siamo caduti si rende necessaria una formazione della capacità di giudizio «come confronto con punti di vista, prospettive e anche sentimenti di altre persone. Un giudizio così formato dà sostegno e stabilità perché, esattamente come proprio giudizio, esso non sta solo per se stesso, ma è vincolato al giudizio di altri e deve venire giustificato nel confronto con gli altri».

È su questa base che si può pensare di dare forma a quella sensibilità per le fragilità specifiche degli altri che rappresenta l’asse portante in vista della costruzione di un vivere-insieme che non sia solo un cinico ritorno al passato. La capacità di giudizio deve analizzare quali siano le ragioni (sociali, economiche, politiche, personali) che «possono produrre o rafforzare la vulnerabilità della gente». D’altro lato, abbiamo toccato con mano che non solo le persone sono fragili, per quanto questo sia stato occultato e stigmatizzato, ma anche le istituzioni dell’umano hanno mostrato di essere vulnerabili.

Se la critica verso le inadempienze istituzionali è legittima e doverosa, essa però non può limitarsi alla pars destruens ma deve farsi carico positivamente di contribuire al miglior esercizio possibile delle responsabilità istituzionali nelle nostre società.

Le istituzioni vulnerabili

Ma appunto, rimane il fatto che le istituzioni sono vulnerabili, non sono perfette, e non ci si può attendere da esse né la salvezza né la soluzione di tutti i problemi creatisi con la pandemia. La sensibilità per la fragilità deve declinarsi anche come capacità di farsi carico della vulnerabilità delle istituzioni che articolano e regolano il nostro vivere-insieme. In quest’ottica bisogna riconoscere che «fa parte dei doveri dei cittadini in vista del bene comune il fatto di mettere in atto di propria volontà delle auto-limitazioni e di osservare delle misure di prevenzione».

È in questo modo che la cittadinanza condivisa si prende cura dell’inevitabile vulnerabilità delle nostre istituzioni, evitando di deputare a esse l’intera configurazione della vita sociale e delle interazioni umane. Il limite della legge positiva non è il limite della responsabilità individuale secondo coscienza, tenere viva questa differenza e assumere l’eccedenza della seconda significa oggi anche riappropriarsi costruttivamente del nostro essere cittadini.

«Davanti a questa situazione l’idea del tragico, nel valutare retrospettivamente le misure prese proprio tenendo conto del sorprendente, del non conosciuto e delle insicurezze che hanno contrassegnato le condizioni in cui venivano prese le decisioni, può essere d’aiuto per mettere meglio a fuoco l’eccesso della situazione» che stiamo attraversando.

«Il riconoscimento di questa dimensione “tragica” della situazione pandemica, la sensibilizzazione per questa forma di invischiamento nello spaventoso, che può colpire chiunque, riconcilia e previene nuove fragilità a livello personale e anche socio-politico».

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La cura come disposizione fondamentale

La pandemia ci ha fatto entrare tutti in una dimensione ignota e inedita della nostra convivenza sociale, «rappresentando una sfida culturale fondamentale. Con cultura, in questo quadro, si intende un progetto di umanizzazione dell’uomo.

Questo lo sostiene formando una disposizione di cura che non si limita alla preoccupazione per la propria fragilità, ma si apre alla fragilità di tutti gli altri (…). Questa disposizione di cura sensibilizza per i fondamentali intrecci eco-sociali del nostro mondo; ed è decisiva per la convivenza umana soprattutto adesso nella crisi provocata dal Coronavirus.

Una politica sotto il segno di questa umanizzazione significherebbe un radicale distacco da un rapporto con la natura che è sostanzialmente contraddistinto dal dominio».

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