Iniziazione alla vita

di:

grillo

Non solo lo “sbattezzo” , ma un “altro battesimo” (civile) sembra minacciare la solida tradizione cattolica dell’iniziazione di ogni neonato mediante il battesimo. Può essere utile considerare le due cose come strettamente correlate ad una comprensione inadeguata della teologia battesimale. Un’“iniziazione civile alla vita” non è una cosa impensabile: anzi, il battesimo cristiano, come la circoncisione ebraica, nasce precisamente in questo quadro generale, comune ad ogni cultura, su cui si innestano e da cui muovono anche le tradizioni religiose. L’accoglienza di una nuova vita non è mai un fatto solo burocratico. Su ciò è bene riflettere, anche grazie alle provocazioni della cultura burocratica di oggi. Proprio il rapporto tra fede e cultura è qui in gioco. Un testo dell’autore, apparso su “Rassegna di Teologia” (64/2023 5-18) può essere utile per suggerire percorsi di riflessione diversi. Ne pubblichiamo qui uno stralcio tratto dall’introduzione.

 “Chi di atto ferisce, di atto perisce”. Così potremmo intitolare l’esordio di una riflessione che intende interrogarsi sul fallimento attuale di una “pastorale dell’iniziazione immediata”. Questa impostazione pastorale, che affonda le sue radici nelle grandi intuizioni del Concilio di Trento e che però si è sviluppata così come la conosciamo oggi soprattutto dopo l’introduzione del Codice di Diritto Canonico, nel 1917, ha come esito il crescere di forme di “immediata estraneità” alla tradizione.

Quanto più il valore trainante è assunto da un’“istituzione centrale”, diremmo da una “burocrazia della santificazione”, tanto più formale e superficiale diventa il legame tra fede e vita. Il registro burocratico della tradizione non perdona: e la nascita della burocrazia, anche nella Chiesa, con l’avvento della modernità, e la creazione delle grandi Congregazioni Romane, come ministeri centrali nei diversi ambiti, determina inevitabilmente un progressivo stemperarsi e appannarsi della potenza iniziatica dei linguaggi elementari della fede.

Come con un atto sono stato “iscritto nel registro” da parte dell’istituzione, così con un atto poi pretendo, come individuo, di “esserne cancellato”. Di fronte a questo sviluppo istituzionale e oggettivo, la teologia dell’“irreversibilità del carattere” – e quindi dell’impossibilità teorica dello sbattezzo – può fare ben poco. Non si combatte una realtà effettiva mediante la dichiarazione della sua impossibilità, poiché la realtà ha già superato la questione della possibilità: questa pretesa soluzione teorica, che ha pur sempre i suoi buoni fondamenti, lavora però su un altro livello e su un altro terreno, che risulta, allo stesso tempo, “immunizzato dalla realtà” e “ininfluente sul reale”.

Costituisce, per così dire, una “difesa d’ufficio” della tradizione, certo nobile e anche ben fondata, ma che non riesce a mordere davvero sul reale del vissuto e delle appartenenze. Il motivo di tutto ciò sta nascosto nel titolo: l’iniziazione non avviene senza una mediazione con la cultura. La pretesa di garantire l’iniziazione mediante l’“esculturazione”1 crea solo integralismo e disadattamento. Si tratta di una questione assai delicata, che si nasconde nel profondo di “atti sensazionali”, come appaiono le richieste di “sbattezzo”.

Per comprendere meglio questa delicata relazione tra “desiderio di iniziazione” e “tendenza all’esculturazione”, intendo procedere con quattro passi fondamentali più una conclusione. Ogni passo comporta un’acquisizione essenziale, che poi viene approfondita in modo strutturale nel passo seguente.

Ma il percorso lineare tra i quattro passi può garantire la comprensione della lettura che propongo. Essa muove da una comprensione dell’iniziazione cristiana (ossia della stessa elaborazione storica della categoria di iniziazione) come risposta a un problema sistematico introdotto dalla tradizione latina: la concentrazione del significato teologico dei sacramenti nel solo dono di grazia.

Diremmo un dono senza esperienza del dono, un dono senza ricezione del dono. A tale concezione risponde quella di un’esperienza del dono senza espressione del dono dell’esperienza! Così all’atto amministrativo con cui la grazia scende – senza esperienza – nella vita del soggetto, corrisponde l’atto amministrativo con cui l’esperienza – senza espressione di grazia – rinuncia a ogni espressione del dono costitutivo del sé.

L’esculturazione ha una lunga storia di “inculturazioni” ed è mediata da “operazioni culturali” – da inculturazioni molto coraggiose – che si è stati tentati di ritenere assolute, senza contesto, e che perciò si sono capovolte in esculturazioni. Quando un’“inculturazione” si assolutizza, perdendo il legame con la cultura, diventa inesorabilmente un’“esculturazione”.

Qui credo che dovremmo tutti riflettere su un fenomeno davvero profondo, direi viscerale, con cui procede la tradizione: le forme di “inculturazione” che la tradizione elabora (con coraggio e sotto la spinta della necessità) non sono mai assolute: perciò, quando entrano in crisi, le inculturazioni diventano potentissime esculturazioni.

Questo appare evidente quando un “gesto scandaloso” offre materia di scrittura anche ai giornali popolari (tale è la domanda di essere cancellati dai registri parrocchiali!). Ma forse è più insidiosa l’esculturazione che si realizza in forme meno evidenti, ma più insidiose. Per questo vorrei soffermarmi, in seconda battuta, anche su alcune pratiche di culto cristiano in cui, più sottilmente, agisce la medesima “mentalità di esculturazione”.

Ciò appare chiaro se consideriamo non solo lo “sbattezzo” (o “bapt-exit”) e la sua richiesta di originaria estraneità alla vicenda della fede, ma la dinamica altrettanto interessante della sostituzione della penitenza con il rinnovamento e la ripetizione a oltranza di un battesimo “amministrativo”. In altri termini, ciò che sorprende nello sbattezzo è presente, indirettamente, in una diffusa comprensione del sacramento della penitenza.

Un battesimo che si ripete di continuo è la negazione del battesimo. Se manca l’iniziazione, e se vi rinunciamo anche consapevolmente, direi quasi burocraticamente, sarà facilissimo che non capiamo più l’insistenza con cui tutta la tradizione antica e medievale ripete: “il battesimo non si ripete”. Invece, se noi riduciamo la penitenza a nuovo battesimo infinitamente ripetibile (e già inaugurato nella sua realtà distorta nell’esperienza precoce della “prima confessione”), entriamo nel tunnel di un errore di prospettiva, che compromette il rapporto con la grazia e con il suo significato.

Appare così questo paradosso: la “cooptazione” della “prima confessione” nei sacramenti di iniziazione (secondo un programma che appare comunque piuttosto recente) è il segnale di questa strutturale distorsione sistematica, che qui vorrei segnalare, associandola provocatoriamente allo sbattezzo.

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Un commento

  1. don Paolo Busato 4 aprile 2023

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