La Grande Guerra è finita

di: Emanuele Curzel

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Qualche anno fa riflettevo con qualche preoccupazione sull’anniversario della Grande Guerra e sulle sue implicazioni. In Trentino sarebbero giunte al centro del dibattito pubblico, in tutti i luoghi possibili – privati e istituzionali, fisici ed elettronici – questioni che avrebbero messo a dura prova la capacità degli storici di narrare il passato. Nella nostra terra il dibattito è stato spesso condizionato da memorie contrapposte e talvolta strumentalizzate da obiettivi politico-identitari; non sarebbe stato facile conservare metodo e serenità.

Il valore del Centenario

Ora siamo fuori dal Centenario. Non si può in qualche riga farne un bilancio storiografico vero, che entri nel merito dei risultati di questi anni di discussioni e di ricerca (con le relative conseguenze e connessioni anche sul piano museale, monumentale, archeologico, narrativo, teatrale, artistico…), né è nei miei scopi.

Quel che voglio dire è che, perfino al di là delle previsioni, il Centenario è stato un grande momento di riflessione collettiva sull’identità di un territorio e di una popolazione che alla vigilia della Grande Guerra aveva cominciato a definirsi come corpo collettivo e che nel crogiuolo del conflitto intravide la propria specificità, poi ulteriormente elaborata nel corso del Novecento e infine stabilizzatasi nei decenni che abbiamo appena vissuto. Una stabilizzazione che è stata resa possibile anche dalla riflessione storiografica che in modo pionieristico a partire dagli anni Settanta e poi sempre più convintamente e articolatamente ha dato spazio a tutti i differenti percorsi di coloro che avevano vissuto e dolorosamente attraversato il primo conflitto mondiale. Per usare una metafora che metafora, talvolta, non è stata affatto, il Centenario che è alle nostre spalle ci ha finalmente permesso di seppellire i nostri morti.

Non si è trattato solo di una questione generazionale, anche se evidentemente ha contato il fatto che ci hanno lasciato o ci stiamo congedando da coloro che erano cresciuti guardando i volti di quegli uomini e di quelle donne. È stata anche compiuta un’azione di recupero dei nomi, delle carte e dei luoghi e un’opera di fissazione di essi in monumenti, articoli e volumi. Ciò ci ha permesso di storicizzare quel che è avvenuto e dar conto di quel che siamo stati, in modo meno reticente e meno rivendicativo, lasciando a piccole minoranze rissose l’onere di proseguire una guerra che per la grande maggioranza è ora, davvero, finita.

Le «grandi narrazioni»

Qualche anno fa esistevano tre «grandi narrazioni» della storia trentina: quella del «destino italiano», quella del “destino autonomista” e quella della «nostalgia tirolese». Più recentemente è emersa una quarta narrazione, o meglio un’impostazione capace di adattarsi a sensibilità diverse: quella che descriveva il Trentino e i trentini come le vittime, come coloro che dalla storia e dagli egoismi nazionali erano stati sistematicamente traditi.

Ora, giunti al termine del Centenario, è però opportuno aggiornare il quadro. Se le grandi narrazioni novecentesche non sono del tutto scomparse, sembra che la maggioranza degli abitanti di questa terra non abbia più alcun interesse nei loro confronti, neppure in chiave polemica. Nostalgie tirolesi e destini italiani sono storie lontane e talvolta del tutto sconosciute.

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La retorica autonomista, quando resiste, non conosce più i tempi lunghi ma si accredita (o tenta di accreditarsi) facendo riferimento alla capacità di autogoverno dell’era del Secondo Statuto (quello che dal 1972 ha reso il Trentino una Provincia autonoma); una retorica peraltro dimostratasi, nel 2018, incapace di orientare le scelte politiche dei più, mentre il passaggio dalla retorica ultralocalistica allo slogan «prima gli italiani» si è svolto in tempi talmente rapidi da risultare incomprensibile a chi crede ancora nel principio di non contraddizione.

Siamo da un’altra parte

Lo storico non giudica; lo storico prende atto, cerca di spiegare e non pretende di determinare il futuro (anche se sappiamo che parlare di storia, e a maggior ragione di storia della propria terra, è osservare qualcosa in cui si è coinvolti, è scattare una foto della quale facciamo parte). I cento anni che ci separano dalla Grande Guerra sono stati anche l’epoca della lenta costruzione dell’identità di un territorio, ma è sciocco pensare che non vi saranno nuovi cambiamenti; questi renderanno – se non le hanno già rese – obsolete e inutili le narrazioni precedenti.

L’opera che, nel quinquennio trascorso e nei decenni che l’hanno preceduto, ha ricostruito la storia di questa terra è servita a dare risposte e a conferire un senso a quanto era avvenuto, ha collocato drammi e sofferenze personali in un contesto collettivo, ha permesso la cura delle ferite di quel conflitto – sia le ferite reali, sia quelle perpetuate da memorie più o meno selettive. Ma oggi ne siamo fuori.

Siamo da un’altra parte. Dove, di preciso non lo sappiamo. Penso però che si possa provare a tracciare qualche coordinata.

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Il futuro di un’identità

Siamo in un tempo in cui per mantenere un’identità territoriale non basta più parlare una determinata lingua, essere a contatto con popolazioni che ne parlano una diversa e vivere in una determinata situazione istituzionale (autonoma).

Le identità che esistono su questo territorio sono già ora molte e saranno in futuro ancora più articolate: chi vivrà in Trentino lo fa e lo farà sempre di più senza alcuna consapevolezza di essere trentino, o per lo meno di essere erede di quel popolo suo malgrado forgiato dalle tensioni nazionali e dalla Grande Guerra. Se una nuova identità trentina nascerà, lo farà basandosi su altri elementi, forse ancor più strutturali della lingua e delle istituzioni.

Si preparano cambiamenti economici e ambientali profondi; cambiamenti che forse accomuneranno certe aree di montagna ad altre aree simili e le distingueranno da quelle vicine e dai fondovalle (che a loro volta avranno interessi e logiche comuni ad altri fondovalle). Gli elementi di disgregazione potrebbero quindi prevalere su quelli unificanti e preparare il ritorno a una situazione più simile a quella che esisteva prima della metà del XIX secolo, quando il «Trentino» era solo il piccolo territorio periurbano.

Ma, soprattutto, ci dobbiamo attendere novità dalla demografia. Non solo o non tanto per il crudo computo delle anime, che annuncia lo spopolamento di certe aree e il loro potenziale ripopolamento con figli e figlie di altre terre nelle quali la vita umana è stata resa più difficile o impossibile. A determinare la qualità della vita trentina del futuro sarà infatti, più di ogni altra cosa, la qualità della risposta a questo fenomeno, di per sé inevitabile.

Se tra un secolo qualcuno avrà il desiderio e la possibilità di guardare all’attività svolta nel quinquennio 2014-2019 dagli storici trentini, forse noterà prima di tutto il convegno che nel giugno 2018 abbiamo dedicato agli Arrivi, e lo giudicherà molto più interessante e gravido di futuro delle tante celebrazioni di un Centenario cui forse, tra 2114 e 2119, non si darà più alcun valore.

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  • Pubblicato su Studi Trentini. Storia, n. 1/2020
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