La guerra, il gas e noi

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Cresce la preoccupazione per il prossimo inverno: ci ritroveremo a congelare perché mancano le forniture di gas? Ce ne sarà a sufficienza per il riscaldamento solo per due mesi, anche se l’inverno durerà più a lungo? In Germania, e in altri paesi dell’Unione Europea, staranno al freddo solo alcuni, mentre altri si godranno un bel calduccio? Ci saranno case e appartamenti in cui si starà al caldo e altri in cui sarà necessario tenere su il cappotto?

Quando andai a Roma per i miei studi, rimasi sorpreso dal fatto che nel quartiere Aurelio, dove si trova la Curia generale dei dehoniani, si potevano accendere i riscaldamenti solo a partire da metà dicembre. Non ho mai patito tanto freddo come in quei primi mesi invernali degli anni ’80.

All’inizio mi sono anche lamentato un po’, ma poi ho compreso che come me se la passavano tutti. Ciò che alcuni sentivano essere una costrizione e una limitazione della propria libertà, l’ho vissuto come una solidarietà sociale.

Anche oggi si tratta di solidarietà. Cosa facciamo come società quando l’energia, di cui tutti hanno bisogno, diventa un bene scarso e molto costoso? Solo pochi mesi fa, l’Unione Europea ha discusso l’embargo del gas per arginare l’invasione russa dell’Ucraina – oggi ci ha pensato Putin a chiudere il rubinetto.

Davanti a questo abbiamo paura, e ci chiediamo sconcertati che cosa ci succederà se chiuderà proprio il nostro rubinetto del gas. Da tempo, alcune imprese e complessi industriali chiedono una posizione prioritaria per ciò che concerne la provvisione di forniture di gas – lo fanno, dicono, perché altrimenti l’economia va a pezzi e si perdono posti di lavoro.

Siamo arrivati al punto in cui ognuno lotta esclusivamente per i proprio interessi? Oppure, come società, siamo ancora in grado di non perdere di vista il bene comune?

Il dato di fatto è che la crisi ci colpisce tutti insieme; e solo insieme saremo in grado di trovare una via per uscire da essa. Nessuno si salva da solo. Solidarietà significa restare uniti gli uni con gli altri.

La solidarietà, infatti, è più che un essere coinvolti insieme da un problema. All’inizio sta quella grande solidarietà che i paesi dell’Unione Europea hanno mostrato nei confronti dell’Ucraina invasa dalla Russia di Putin. Avremmo potuto rendere la nostra vita più facile – in fin dei conti, si chiedono alcuni, che abbiamo a che fare con un guerra in un paese straniero? Se ci fossimo tenuti fuori e non avessimo preso posizione, il gas sarebbe stato indubbiamente meno caro.

A prima vista, rispondere a queste obiezioni sembrerebbe facile: non si possono abbandonare al loro destino coloro che sono stati colpiti dalla tragedia di una guerra come questa. Milioni di essi trovano rifugio proprio nei paesi dell’Unione europea. E, fino a oggi, la maggioranza dei cittadini e delle cittadine è disposta a sostenere le sanzioni prese, che non sono pesanti solo per la Russia ma anche per noi. E lo fanno per solidarietà.

Probabilmente dovremo patire un po’ di freddo questo inverno,  ma questo non è nulla rispetto a quello che sta passando la popolazione ucraina – con padri che muoiono al fronte e bambini nelle braccia delle loro mamme; dove le bombe cadono sulle scuole e sugli ospedali.

Nonostante tutto, però, coloro che sono responsabili per il nostro paese e per l’Unione europea si trovano a dover fare scelte difficili: escluso un intervento diretto nella guerra; la fornitura di armi all’Ucraina viene dosata in modo da non indebolire la capacità di difesa dei singoli paesi; e le sanzioni prese rimangono dietro il loro limite massimo.

Costringere la Russia a fare un passo indietro, non può significare mandare in rovina la propria economia nazionale. La disponibilità al sacrificio dei santi cristiani, che si sono presi cura dei malati e sono morti per questo, non è qualcosa che si può ordinare politicamente a un popolo. La solidarietà ha dei confini.

Ma questa evidenza, non deve diventare una scusa per incrociare passivamente le braccia e non impegnarsi per un di più di pace e benessere in tutto il mondo. La Chiesa cattolica ha preso il concetto e la pratica della solidarietà, che viene dal movimento operaio, e ne ha fatto un principio fondante della sua dottrina sociale. Vera solidarietà significa, come ha detto papa Francesco, comprendere il mondo come una grande casa comune.

La Chiesa cattolica ha fatto della solidarietà anche un concetto teologico: preghiamo per i morti. E i morti che vivono nella luce di Dio, i nostri santi, sono intercessori presso Dio per tutti i viventi.

Il fondamento di questa solidarietà e la solidarietà di Dio con tutti gli uomini e le donne: il Dio che si fa uomo e muore in croce, mostra la sua solidarietà con il dolore e la sofferenza degli esseri umani. Questa solidarietà non conosce limite alcuno.

In tutto quello che sta succedendo, risuona la domanda “e Dio dove è?”. Dove è Dio in una guerra? Non solo quella che si sta combattendo in Ucraina, ma in tutte le drammatiche e disumane guerre del mondo. Dove è Dio nel gelo? Dove è Dio nel caldo torrido dell’India? Dove è Dio nelle catastrofiche inondazioni del Bangladesh e del Pakistan?

Ha vissuto e patito tutto questo – e ci salva in questo modo. Come cristiani non facciamo esperienze diverse dagli altri uomini e donne del mondo, ma abbiamo uno sguardo diverso sul mondo – lo sguardo di Dio, la prospettiva della misericordia.

La misericordia è il volto della solidarietà. Guardare una persona con misericordia significa vedere e proteggere la sua fragilità – quella che noi ben conosciamo, perché la sentiamo e viviamo anche noi.

Nell’ebraico biblico misericordia al plurale significa anche grembo materno. Nessuno può essere solidale se non conosce e pratica la misericordia, anche verso se stesso. E quando, nei miei limiti umani, agisco con misericordia, allora esprimo la misericordia di Dio che supera tutti i limiti e le barriere.

Lo sguardo misericordioso di Dio va anche oltre la linea di divisione amico-nemico. E se non si può chiedere a un popolo attaccato brutalmente di amare il nemico, i cristiani e le cristiane non possono però rinunciare alla speranza nella riconciliazione.

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