La pandemia vissuta ai margini

di:

pandemia

La Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora presenta a Settimananews gli esiti di una ricerca condotta tra operatori ed ospiti dei servizi dedicati alle persone assistite durante lo scorso anno, dall’avvento della pandemia, sino a istruire la condizione odierna – ancora molto delicata – tra timori del ritorno dei contagi e il caldo estivo subito nelle città, di cui queste persone particolarmente possono soffrire.

La pandemia da Covid 19 iniziata nel 2020 e la crisi sanitaria e sociale che ne è conseguita hanno messo maggiormente in luce le vulnerabilità di alcune fasce della popolazione.

All’indomani del lockdown imposto dal governo per motivi di sicurezza nazionale, un numero consistente di persone che abita in strada, in dormitori cittadini o in alloggi di fortuna, con vite precarie, problemi di salute, fragilità relazionali e condizioni di vita assai difficili, si è ritrovato a vivere quella che da subito gli enti di volontariato e del terzo settore hanno definito “una emergenza nella emergenza.

Lavorare ai margini

Nel mentre, centinaia di servizi e centri di ascolto delle povertà si sono dovuti adeguare per affrontare una situazione che si è presentata da subito problematica e densa di difficoltà. Allo scopo di approfondire quanto stesse accadendo, la Federazione Italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora (fio.PSD) ha condotto – in collaborazione con IREF-ACLI e Caritas Italiana – una rapida ricerca per approfondire gli effetti della pandemia sulla grave marginalità adulta, studiare le soluzioni operative e gestionali attuate dai servizi territoriali e cogliere i profili di povertà emergenti tra i nuovi beneficiari dei servizi, solitamente rivolti agli homeless.

L’indagine ha coinvolto 28 città; nel periodo compreso tra giugno e settembre del 2020, sono state realizzate 34 interviste a coordinatori, direttori, operatori, funzionari pubblici, che hanno restituito attraverso i loro racconti quello che stava accadendo nei primi mesi della pandemia da Covid 19.

Secondo le ultime statistiche nazionali, in Italia vivono oltre 50 mila persone senza dimora[1]. Si tratta in larga misura di persone senza tetto e senza casa[2], soggetti che si rivolgono ai servizi di mensa e dormitorio presenti nelle nostre città, le cui vite sono state segnate da eventi traumatici: una separazione o un divorzio, una malattia o la perdita di lavoro.

Sono uomini e donne, cittadini italiani e stranieri, con un’età media di 44 anni, portatori di un disagio abitativo estremo ma, al contempo, di disagi complessi che afferiscono a diverse dimensioni della vita sociale ed economica così come al loro stato di salute, anche mentale.

Una recente ricostruzione sul fenomeno[3] spiega bene che la grave emarginazione adulta può essere letta come un processo di deprivazione fatto di intrecci tra fattori individuali e strutturali che compromettono via via la capacità della persona e del sistema di assistenza di attivare opportunità in grado di promuovere l’emersione da una condizione di indigenza grave e perdurante. Per gli homeless la pandemia ha avuto pertanto un impatto dirompente su più fronti.

Quando la strada è la casa

Per una parte di loro lo slogan #iorestoacasa ha significato rimanere letteralmente in strada in esposizione ad ogni rischio e soprattutto senza punti di riferimento, in città che via via si svuotavano e con negozi che chiudevano.

A causa della carenza di posti di accoglienza o per difficoltà delle persone stesse ad accettare di entrare in un luogo non familiare, le vite più fragili e più vulnerabili sono rimaste abbandonate. Diventava per loro difficile rispondere perciò ai bisogni primari: trovare cibo, raggiungere un bagno, rintracciare il proprio operatore sociale; soprattutto, il “non avere casa” era divenuta per loro persino una condizione sanzionabile da parte delle forze dell’ordine.

Solo dopo alcune settimane dall’inizio del primo lockdown, le attività del volontariato, le unità di strada, la solidarietà organizzata e le reti di supporto sono riuscite ad arginare, in parte, il rischio del completo isolamento.

Per altre persone, il lockdown ha significato rimanere all’interno di servizi e strutture di accoglienza solitamente utilizzati per poche ore durante il giorno o la notte. Insieme a un senso di smarrimento iniziale – ma pure di scetticismo e di incomprensione rispetto a quanto stava accadendo – si era diffuso, in qualche caso non isolato, un atteggiamento ostile nei confronti degli operatori delle strutture di accoglienza o delle mense sociali che chiedevano loro di trasformare repentinamente abitudini consolidate di vita.

La “libertà” di queste persone veniva meno per cedere il passo ad una quotidianità fatta di restrizioni, di regole e di convivenze forzate, provocando non poche situazioni di tensione.

Un’inusuale convivenza

Tuttavia, ora possiamo affermare che il rimanere dentro uno stesso luogo per tanto tempo e il condividere gli spazi con altre persone ha fatto emergere lati inusuali della convivenza, portando ad una ridefinizione dei rapporti e delle relazioni interpersonali.

La chiusura forzata ha obbligato in qualche modo a modificare le relazioni sociali e ha attivato processi di consapevolezza e di riflessività con ricadute sia sugli operatori, sia sulle persone senza dimora che hanno avuto la possibilità di scoprire aspetti personali e relazionali propulsori di cambiamento, soprattutto rispetto alle dipendenze da sostanze o a comportamenti devianti.

In molti casi, come testimoniato dalle interviste, la comunanza e la vicinanza tra homeless e operatori – così come la rapida riorganizzazione dei servizi su tempi e spazi diversi – ha propiziato nuovi laboratori, attività di orientamento, supporto psicologico e sessioni di anti-fragilità, facendo emergere i problemi latenti e offrendo la possibilità di reagire, con l’aiuto, attraverso supporti specifici, percorsi motivazionali e progetti personalizzati di intervento[4].

I servizi alla persona

Guardando alle ricadute della pandemia nel settore dei servizi per persone senza dimora, gestire l’emergenza ha significato prima di tutto ripensare i servizi stessi. All’inizio si è assistito ad una completa inversione di tendenza, passando dalla socialità, vicinanza e prossimità, al distanziamento sociale.

Luoghi affollati come mense e dormitori o luoghi ad accesso libero come i segretariati sociali e i centri di ascolto delle povertà – ove le persone si rivolgono per portare le loro istanze spesso urgenti e indifferibili – hanno dovuto modificare fin da subito il funzionamento, il numero di posti disponibili e le modalità di accesso, incorrendo financo nella chiusura.

Il settore quindi, in assenza di indicazioni chiare da parte delle istituzioni competenti, si è attrezzato per riorganizzarsi in collaborazione tra realtà del terzo settore e, in alcuni casi, con le proprie amministrazioni locali.

E così, quando è diventato chiaro, con il passare dei mesi, che l’emergenza sarebbe perdurata, i servizi che non erano stati costretti a chiudere hanno avviato una reazione rapida e necessaria per garantire la continuità delle accoglienze, proteggere le persone presenti dal rischio di contagio in strada e garantire una sicurezza maggiore sul luogo di lavoro per gli stessi operatori e i volontari.

I dormitori e le strutture di accoglienza di grandi dimensioni hanno spesso dilatato gli orari di apertura e consentito alle persone accolte di trascorrere le ore diurne nella struttura (h.24). Per alcuni dormitori, questo ha significato trasformarsi in “case”, ossia rimodulare gli spazi e garantirne una fruibilità qualitativamente diversa.

Dalla fusione in emergenza di centri diurni e dormitori sono nate anche strutture ibride, che hanno dovuto affrontare la gestione del tempo e delle attività interne. Come accennato, in alcune strutture si sono verificati casi di tensione o di apatia. In altri, si è instaurato un buon clima di collaborazione tra operatori e persone accolte.

Alcuni servizi hanno dovuto limitare e negare nuove accoglienze, con la pesante consapevolezza di “lasciare fuori” chi si era ritrovato in strada durante il lockdown, come già evidenziato.

Ripensare i servizi

Uno dei problemi ricorrenti è stato dover rimodulare gli interventi che si svolgevano in presenza. Al fine di ridurre il rischio di contagi, i servizi che prevedevano l’accompagnamento al lavoro, i tirocini e gli altri percorsi di inclusione sociale, hanno sospeso queste attività per privilegiare servizi di bassa soglia in risposta ai bisogni primari.

Gli stessi problemi sono stati riscontrati anche nei centri di ascolto, nei segretariati sociali e in tutti quei servizi improntati all’ascolto e alla ricezione dei bisogni. Questi servizi hanno dovuto ridurre o completamente annullare gli incontri in presenza, utilizzando quale modalità principale gli incontri telefonici oppure su appuntamento: una modalità operativa mantenuta per tutta la seconda fase 2 dell’emergenza.

Una delle questioni più complesse è chiaramente risultata la gestione delle positività al virus e delle quarantene.

Ove si sono verificati casi di positività, sospetti o conclamati, le difficoltà di gestione sono state molte, con soluzioni completamente a carico degli operatori, senza alcun supporto da parte dei servizi sanitari pubblici, facendo così emergere il tema della fragilità dell’integrazione sociosanitaria nei territori.

La reazione è stata tuttavia rapida e di adattamento ed ha portato all’adozione di “soluzioni assai creative”, quali l’utilizzo di uffici chiusi al pubblico, piuttosto che di camere di albergo, di ex residenze assistite, di alloggi solitamente riservati al social housing e altro.

Le ricadute della pandemia

Le evidenze raccolte nei mesi immediatamente successivi all’inizio della pandemia hanno restituito un quadro complessivamente di grande stress e sofferenza per le strutture e per le persone coinvolte (operatori e homeless) che, in buona parte, perdura a tutt’oggi.

Eppure, si possono individuare ricadute non solo negative ma anche positive. Tra le criticità si evidenziano gli ingressi contingentati, la disponibilità inadeguata dei dispositivi di igiene personale (DPI), l’insufficienza degli spazi, l’indisponibilità di luoghi per isolamenti e quarantene, nonché il problema legato agli screening (tamponi ed esami sierologici), oltre al nodo tuttora irrisolto, in via sistematica, delle vaccinazioni.

Al riguardo risulta chiaro che se i diritti di cittadinanza e il diritto alla salute fossero davvero universalmente garantiti, non vi sarebbe bisogno di un piano specifico per le persone senza dimora. Se ogni persona avesse il proprio medico di base e questi lo convocasse per il vaccino, in quanto persona con patologie pregresse, non sussisterebbe alcun problema.

Mentre per i senza dimora la partita della vaccinazione è ancora del tutto aperta: l’accesso è legato ad iniziative autogestite, senza un accordo reale con le Regioni e le Aziende Sanitarie, sia per quanto riguarda gli ospiti che gli stessi operatori delle strutture.

Altri elementi critici più volte ricordati durante le interviste e riferibili al peso della vulnerabilità sociale nel nostro Paese, sono costituiti dalla sospensione dei percorsi di inclusione e di inserimento lavorativo con aggravati effetti di emarginazione e di aumento delle richieste di aiuto da parte di “nuovi gruppi a rischio povertà”: persone con situazioni abitative precarie o informali impossibilitate  a svolgere i consueti, occasionali, lavori di sussistenza e fasce già in condizioni critiche che si sono trovate effettivamente “sul lastrico”, quali immigrati fuori dal circuito dell’accoglienza, “badanti” senza lavoro o casa, lavoratori in nero e disoccupati, soggetti in soluzioni abitative inadeguate, etc.[5]

Nel mentre, molte testimonianze raccontano di un settore che non si è mai fermato, di enti che hanno mostrato una capacità di gestire scenari di emergenza mai prima visti, una resilienza territoriale fatta di capacità organizzative, strategie di adattamento continuo, con operatori agili, reti solidali, soluzioni creative e condivise, capaci di attivare un ripensamento complessivo dei servizi per le persone senza dimora in grado di superare la mera logica stringente dei servizi a bassa soglia, in un clima di collaborazione – anche tra operatori e persone ospiti – quale elemento di forza per poter fronteggiare le settimane di emergenza e quindi di andare avanti.

Cambiare approccio alla marginalità

A fronte di uno scenario così complesso, una delle domande che sembra spontaneo porsi è quanto questi effetti possano darsi per contingenti o duraturi. In alcuni casi, i referenti hanno affermato che questo periodo ha insegnato molto. Ha permesso loro di apprendere, facendo maturare la capacità di essere sempre flessibili, elastici, aperti.

Un messaggio importante arriva da alcune organizzazioni e suona come un appello per il cambiamento sistemico nell’approccio alle persone senza dimora.

Proprio le difficoltà organizzative e gestionali riscontrate durante l’emergenza sanitaria, hanno reso maggiormente evidente che i servizi alla grave marginalità devono essere inseriti nella programmazione territoriale strategica, che occorre promuovere servizi capacitanti che puntino fin da subito ad attivare le persone nella gestione stessa degli spazi e delle relazioni, che serve consolidare reti e partenariati pubblico-privato ove l’ente locale sia responsabile dei propri cittadini senza dimora e soprattutto investa risorse adeguate per il rinnovamento dei servizi alla luce del mutato contesto socio-economico.

Emergenza da Covid-19 e lockdown probabilmente segneranno le vite delle persone assistite e dei servizi dedicati per molto tempo: la speranza è di potersi avviare al superamento delle attuali circostanze ricchi del bagaglio organizzativo e gestionale maturato in questi mesi, affatto trascurabile.

La ricerca-testimonianza ha inteso raccontare gli eventi, soffermandosi su dimensioni e processi che sono stati impattati dalla pandemia e che potranno generare avanzamenti e innovazioni nel campo dell’accoglienza dei più fragili.


[1] https://www.fiopsd.org/persone-senza-dimora/

[2] Sulla definizione europea di Homelessness, poi ripresa anche da Istat, si veda V. Busch Geertsema, W. Edgar, E. O’Sullivan, N. Pleace (2010), “Homelessness and homeless policies in Europe: lessons from research”, European consensus conference on homelessness, FEANTSA, Brussels.

[3] T. Consoli, A. Meo, (a cura di) (2020), “Homelessness in Italia. Biografie, territori, politiche”. Franco Angeli, Milano.

[4] Questi aspetti sono stati ulteriormente approfonditi grazie alle evidenze raccolte nel report curato da C. Cortese, R. Pascucci (2021), “La gestione dell’Emergenza Freddo in tempi di pandemia”, Osservatorio fio.PSD, febbraio.

[5] Su povertà ed esclusione sociale in Italia in epoca COVID, si veda l’ultimo rapporto di Caritas Italiana (2020) “Gli anticorpi della solidarietà”, ottobre.

Print Friendly, PDF & Email
Facebooktwitterredditpinterestlinkedintumblrmail

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi