La rete e la rabbia: il nuovo sovrano

di: Paolo Benanti

Cantami o Diva, del Pelide Achille
l’ira funesta che infiniti addusse
lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco
generose travolse alme d’eroi,
e di cani e d’augelli orrido pasto
lor salme abbandonò (così di Giove
l’alto consiglio s’adempia), da quando
primamente disgiunse aspra contesa
Il re de’ prodi Atride e il divo Achille (Omero, Illiade I).

 

Queste riflessioni nascono dopo le reazioni ai fatti di Genova e parlano di cultura, società e comunicazione politica. Ancora di più parlano di rabbia. Proprio qui nasce il possibile fraintendimento. Queste righe non parlano dell’ira dei parenti e di familiari o degli amici delle vittime. Non parlano dell’ira degli sfollati.

Il lutto, l’ira e la narrazione

Non parlano dell’ira di chi in qualsiasi modo è stato toccato da questa immane tragedia e chiede giustizia. Quest’ira, profonda e sorda, animata da un non senso inspiegabile e da un sordo dolore, è giusta, è motivata. Esige risposte. Oserei dire, in maniera forte e provocatoria, che è un’ira doverosa che chiede una risposta urgente e chiara da parte dello stato.

La premessa allora è quella di dissociare l’ira prodotta da questi fatti e di analizzare invece un sentimento simile ma diverso: la rabbia. La rabbia che vogliamo prendere in esame è un qualcosa che sembra ormai abitare il contesto pubblico: precede di molto i fatti di Genova ma trova in questi giorni uno scenario purtroppo ideale per esprimersi e confondersi con il lecito sentimento d’ira che anima chi è stato stravolto e messo in ginocchio da questi fatti. La confusione tra ira legittima e stato di rabbia è estremamente difficile e cedere a uno stato di confusione sembra essere quanto mai pericoloso.

politica società

Questo «stato di rabbia diffusa» è qualcosa che fa pensare. Anzi è qualcosa che va pensato perché, a mio giudizio, sta cambiando lo scenario culturale, sociale e politico attuale. Le righe che seguono vogliono essere un timido tentativo di riflessione sul tema che cercano di legare la rabbia diffusa alla svolta digitale che la nostra cultura ha abbracciato e che chiede ora di essere compresa e analizzata.

Abbiamo bisogno di studi di critica della cultura per comprendere il presente e, forse, continuare a sognare, come società civile, un futuro che per quanto plurale e molteplice sia un orizzonte da desiderare e realizzare salvandoci dalla disgregazione sociale.

Cantami o Diva…

La prima parola dell’Iliade è menin (Μῆνιν), ossia ira. «Cantami, o Diva, l’ira del Pelíde Achille» – così comincia la prima narrazione della cultura occidentale. L’Iliade è il poema dell’ira, in particolare dell’ira di Achille, dapprima contro Agamennone che gli aveva sottratto a forza Briseide, quindi contro Ettore che aveva ucciso il suo amatissimo Patroclo. Per questo il poema inizia proprio con la parola che indica l’ira e il verso si chiude con il nome di Achille. Vincenzo Monti, che non traduceva direttamente dal greco, traduce relegando «l’ira» addirittura al secondo verso, «Cantami o diva, del Pelide Achille / l’ira funesta».

Foscolo, che aveva molti motivi di rivalità nei confronti del Monti, non gli risparmio critiche per questo, e propose una traduzione che rispettava l’ordine delle parole dell’originale omerico, «L’ira, o dea, canta del Pelide Achille». L’ira di Achille resiste a qualsiasi tentativo di riconciliazione, e cede il posto soltanto a un’altra ira, non meno implacabile e violenta, che spinge Achille non solo a uccidere Ettore in duello, ma anche a farne strazio del cadavere per nove giorni consecutivi.

Così l’ira che abita il cuore dell’Occidente nella sua prima espressione epica è qualcosa di cantabile, poiché sorregge la forma narrativa dell’Iliade, la struttura, la anima, le dà vita e ritmo.

È il medium dell’azione eroica per eccellenza. Quest’ira è narrativa, epica, perché produce determinate azioni: è essenzialmente in ciò che l’ira si distingue dalla rabbia come espressione delle ondate di indignazione.

Digital turn

Oggi viviamo in un tempo che potremmo denominare di digital turn. Dove il digitale, pervasivo e onnipresente, ha cambiato tutto. Nella sua forma di rete sociale, i social network, il digital turn ha modificato la forma di relazione tra gli umani. All’inizio i social hanno rappresento il «luogo», seppur virtuale, dove poter parlare e potersi avvicinare a persone di tutto il mondo. Una sorta di agorà ma telematica, quasi da sembrare persino più protetta di una pubblica piazza, di più facile accesso dato che si può tranquillamente digitare da casa, comodamente.

Ciò che però vediamo da un po’ di tempo a questa parte, è che molti usano la rete come sfogatoio personale, solo e unicamente per attaccare, denigrare e minacciare qualcuno, per gettare nel mondo, come fosse un vomitatorio, le proprie frustrazioni represse, il proprio disagio interiore. Basti solo vedere alcuni video e foto di violenze, torture su animali, scene di incidenti, immagini macabre, destinate a catturare l’interesse di molti.

In base ai dati raccolti dall’ultimo rapporto del Censis, ciò che viene messo in luce è una certa degradazione nella gestione e condivisione dei rapporti umani, per cui i legami sociali si fanno sempre più fragili e i valori si indeboliscono. Dai dati raccolti emerge che le minacce sono aumentate del 35,3% nell’arco di tempo che va dal 2004 al 2009, le lesioni e le percosse sono aumentate del 26,5% e i reati a sfondo sessuale sono aumentati del 26,3%.

Tale livello di aggressività, che sul web è ben visibile, come la tendenza ormai appurata a offendere anche pesantemente chi non è in linea con i nostri (nel senso di chi scrive in rete) pensieri e le nostre convinzioni, è molto diffusa anche nel mondo politico, tra i professionisti della comunicazione e personaggi del mondo dello spettacolo, visti spesso usare un linguaggio volto più a distruggere la reputazione dell’altro che a sostenerlo.

Il popolo urlante

I social sembrano veicolare e dare sfogo – e forse far crescere e sviluppare – una rabbia sociale pervasiva e costante: l’indignazione digitale. Qui si misura una netta distanza e differenza dall’ira. L’indignazione digitale non è cantabile: non è capace né di azione né di narrazione. Rappresenta, piuttosto, uno stato affettivo che non dispiega alcuna forza in grado di produrre azioni.

La massa indignata di oggi è oltremodo superficiale e distratta: le manca qualsiasi massa, qualsiasi gravitazione necessaria per le azioni. Non genera alcun futuro. Le ondate di indignazione sono molto efficaci nel mobilitare e mantenere desta l’attenzione. Per via della loro natura fluida e volatile, tuttavia, non sono in grado di strutturare il discorso e lo spazio pubblico.

rabbia rete

Montano all’improvviso e si disfano altrettanto velocemente. Perciò, non si lasciano integrare in uno stabile nesso discorsivo. La società dell’indignazione è una società sensazionalistica, priva di compostezza, di contegno. L’insistenza, l’isteria e la riottosità tipiche della società dell’indignazione non ammettono nessuna comunicazione discreta, obiettiva, nessun dialogo, nessun discorso. Le ondate di indignazione, inoltre, presentano un’identificazione minima con la società, dunque non costruiscono alcun «noi» stabile che mostri una struttura di cura per la società nel suo complesso.

La comunicazione digitale rende possibile un istantaneo manifestarsi dello stato d’eccitazione; già per la sua temporalità, la comunicazione digitale veicola più stati di eccitazione della comunicazione analogica. Sotto questo aspetto, il medium digitale è un medium dell’eccitazione.

La connessione digitale favorisce la comunicazione simmetrica. Chi oggi prende parte alla comunicazione non consuma le informazioni solo in modo passivo, ma le produce attivamente. Nessuna gerarchia univoca separa il trasmittente dal ricevente: ognuno è, insieme, trasmittente e ricevente, consumatore e produttore. Queste schiume d’ira rimandano a slittamenti economici e di potere nella comunicazione politica: monta nello spazio che il potere e l’autorità occupano in modo debole.

Quindi è proprio all’interno di gerarchie appiattite che ci si lancia con queste schiumose ondate di rabbia digitale. Il rumore o il frastuono è l’indicatore acustico di un potere che comincia a disgregarsi. Anche la rabbia digitale è un frastuono comunicativo. Se prima era il carisma l’espressione auratica del potere, ora questo potere carismatico sembra sparito: infatti nessuno sembra in grado di non permettere alla rabbia digitale di montare.

L’estinzione dell’opinione pubblica

Il potere come medium comunicativo in senso tradizionale consisteva nell’anticipare e comunicare visioni del futuro che coinvolgevano la massa facendone un noi. Il potere ’incrementava la probabilità del «sì» rispetto alla possibilità del «no». Il «sì», dal punto di vista comunicativo, è essenzialmente più silenzioso del «no» che è sempre rumoroso.

La condizione odierna, con queste onde di rabbia digitale in crescita ovunque, dimostra che viviamo in una società priva di rispetto reciproco. Il rispetto impone distanza. Come il potere, così anche il rispetto è un medium di comunicazione che realizza una lontananza, che pone una distanza. La de-medializzazione della comunicazione fa sì che i giornalisti – questi rappresentanti un tempo privilegiati, questi opinion makers e sacerdoti dell’opinione – appaiano del tutto superflui e anacronistici.

opinione pubblica

Il medium digitale abolisce ogni casta sacerdotale. La crescente spinta alla de-medializzazione investe anche la politica e mette in difficoltà la stessa rappresentatività di una classe. I rappresentanti politici non sembrano più trasmettitori ma barriere al volere delle ondate istantanee della rete. La spinta alla de-medializzazione si esprime, perciò, come richiesta di disintermediazione politica.

Anche la sovranità deve essere ridefinita in relazione alla rabbia digitale. Secondo Carl Schmitt, il sovrano è colui che decide sullo stato di eccezione. Già da tempo siamo abituati a una diminuzione di sovranità a favore della crescita di una sovranità europea: nessuno stato, per esempio, ha più potere di eccezione nel bilancio. Oggi assistiamo alla fine della sovranità nel dibattito pubblico e nella comunicazione.

È possibile tradurre questo principio della sovranità nella sfera acustica: il sovrano è colui che è in grado di generare un silenzio assoluto, di azzerare ogni frastuono, di far tacere tutti d’un sol colpo. A seguito della rivoluzione digitale, dovremmo riscrivere ancora una volta il principio di sovranità di Schmitt: sovrano è colui che dispone delle ondate di rabbia digitale in rete.

Il crollo dei legami

Questo è quello che mi ha colpito dei fatti di Genova. Non la giusta ira ma un tentativo del potere di controllare le ondate di rabbia digitale. Di utilizzare il digitale per far montare, indirizzare e cavalcare come surfer digitali le ondate della rabbia che, irruenta, si mescolava e confondeva con l’ira di quanti giustamente sono rimasti «feriti» – nella carne, negli affetti, nei beni – da questo crollo.

Vi è un altro ponte che sta per crollare… il ponte che unisce le diverse parti della società civile formando un «noi» che è la collettività, il paese, che è l’ossatura sempre presente dello stato visibile nei soccorritori e nelle forze dell’ordine. Possiamo lasciare il digital turn senza controllo? Uno stato odierno può sopravvivere in questa crisi di sovranità digitale?

Forse dobbiamo iniziare a pensare a regolare il digitale per imbrigliare le onde di una rabbia che altrimenti si rivelerà come mera forza distruttrice, privandoci di ogni epica, di ogni eroe e di ogni desiderio di futuro. Serve un’etica, serve la politica, serve una società civile che sappia pensare, criticamente il presente per anticipare un sogno di futuro da realizzare.

Paolo Benanti, francescano del Terzo Ordine Regolare, insegna presso la Pontificia Università Gregoriana e si occupa di etica, bioetica ed etica delle tecnologie. Collabora a iniziative culturali della Provincia italiana settentrionale dei padri dehoniani. Riprendiamo questo intervento dal suo blog d’autore (qui), ringraziandolo per l’interesse mostrato per il lavoro di Settimana News.

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Un commento

  1. Maria Teresa Pontara Pederiva 12 settembre 2018

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