La salute: un dovere, prima che un diritto

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Il progresso della tecnologia e dell’organizzazione sociale della medicina ci ha indotto ad aspettarci la salute dall’assistenza sanitaria e dalle conquiste della scienza. Ci siamo scordati della nostra responsabilità. Bisogna ricordarci che la salute è una dimensione decisiva della nostra esistenza. La salute è anzitutto una nostra responsabilità personale e richiede un certo stile di vita che la favorisca ed eviti tutto ciò che la può danneggiare.

Non meno importante è la responsabilità sociale di tutti i cittadini e degli organi decisionali della società. I maggiori progressi nel campo della salute si ottengono con una migliore comprensione della salute da parte della popolazione.

Una responsabilità urgente

L’uomo deve essere un amministratore più attento e premuroso della salute. L’attuale momento critico deve risvegliare un senso di responsabilità comune che favorisca un ordinamento della vita che sia a beneficio di tutti.

A riguardo noi cristiani dobbiamo avvertire una responsabilità particolarmente urgente. Atteggiamenti di spavalderia spirituale non devono trovare seguito.

Se è vero che la salute è un bene personale e sociale, allora è evidente che la sua gestione richiede responsabilità personale e sociale, il che è quanto dire che richiede un atteggiamento etico.

Questo discorso sulla dimensione etica della salute comporta la necessità dell’educazione sanitaria dei cittadini. La gestione responsabile del bene personale e sociale della salute sono traguardi che non si raggiungono senza un’educazione sanitaria che entri nella famiglia, nella scuola, nei mezzi di comunicazione sociale e nel costume sociale.

La dimensione morale che caratterizza ogni educazione sanitaria trova la sua formulazione più rispondente nel concetto di dovere, inteso come necessario corrispettivo di quello di diritto.

La salute come “dovere”

Senza voler negare il ruolo che le pubbliche istituzioni devono esercitare per difendere la salute di tutti i cittadini, è fuor di dubbio che nessuno può sentirsi esentato dall’esercitare la propria responsabilità in un campo così delicato, nel quale il comportamento irresponsabile di uno finisce quasi inevitabilmente col nuocere all’incolumità degli altri.

Da un lato possiamo dire che è istintivo prendersi cura di se stessi ed evitare tutto quello che può nuocere agli altri, dall’altro lato però questa naturale tendenza, insita in ogni uomo, si scontra oggi con abitudini di vita che indulgono quasi strutturalmente all’edonismo e fanno vedere la rinuncia o l’autodisciplina come qualcosa di negativo o comunque opzionale.

È compito di ognuno esercitarsi nella virtù della temperanza, intesa come virtù regolatrice degli istinti e dei desideri, ma anche di equilibrio che evita al soggetto di promuovere solo una parte di se stesso e per giunta a scapito del bene degli altri.

Nell’imperversare dell’epidemia causata dal coronavirus dobbiamo tutti avvertire il grave dovere morale di rivedere e modificare e anche a sospendere comportamenti, consumi, organizzazione della vita quotidiana.

L’esercizio della solidarietà

Il dovere di salvaguardare la salute propria ed altrui si radica essenzialmente nella categoria della responsabilità, ancor più in situazioni di epidemia. Esso viene esercitato perciò in una dimensione essenzialmente relazionale, che pone il soggetto in comunicazione costante con i bisogni vitali, ma anche con il diritto alla vita e alla salute dei suoi simili.

Ogni persona deve rispondere a se stessa e agli altri dei propri comportamenti. Se questo vale in generale per l’intera vita morale, qualificandola come etica della responsabilità, trova un particolare riscontro nell’ambito sanitario, dove le decisioni e i comportamenti del singolo hanno a che fare con la cura e il rispetto della vita umana.

Unitamente alla responsabilità è altresì necessario l’esercizio della solidarietà. Il comportamento solidale è virtuoso, perché rientra in quell’etica del prendersi cura dell’altro, che supera l’egoismo ed avvia alla condivisione.

L’opportunità del momento

Oggi la minaccia incombente di un pericolo che ci coinvolge tutti, l’esposizione a un rischio da cui nessuno può sentirsi esente, deve contribuire a rafforzare la percezione della nostra costitutiva fragilità: un sentimento nuovo per una società che si pensava invulnerabile, potenzialmente in grado di controllare tutto. Ecco che l’attenzione può divenire elemento etico fondamentale del prendersi cura e generare effetti costruttivi: solidarietà, empatia, l’aprirsi al vissuto delle persone col loro carico di sofferenze.

Non dimentichiamo che la solidarietà è il fondamento della dottrina sociale della Chiesa e cardine della Costituzione italiana.

La preoccupante circostanza che stiamo vivendo deve esorcizzare il pericolo che le nostre società complesse corrono: quello di formare, a poco a poco, individui incapaci di relazioni affettive e profonde con gli altri uomini, dando così luogo a diffuse forme di ripiegamento privatistico. Questo tempo grave che stiamo vivendo possa invece far scaturire in ogni persona energie creative di solidarietà e responsabilità.

Ritengo che questa congiuntura sia un’opportunità per trovare un più saldo senso di comunità, proprio a partire dalla condizione di vulnerabilità. A mio avviso, riconoscere di essere vulnerabili significa uscire da una prospettiva individualistica per accedere a una visione relazionale capace di recuperare il legame di responsabilità collettiva per la vita l’uno dell’altro.

Domenico Marrone è docente di Teologia Morale Fondamentale e Teologia Morale Sociale presso l’Istituto Superiore Metropolitano di Scienze Religiose “S. Nicola” a Bari.

SettimanaNews – Fede e Chiesa ai tempi del Coronavirus
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