La speranza ferita

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speranza

Anni fa, Gino Paoli cantava “Quattro amici al bar” e anche oggi rimango perplesso per il messaggio del cantautore, conformato all’impossibilità di lottare per cambiare il mondo e che delega, senza troppa convinzione, il sogno di cambiare alle nuove generazioni.

Più triste di Paoli è Belchior che percepisce drammaticamente la sconfitta e, in “Come i nostri genitori”, ci dice dei pericoli dietro l’angolo, perché i nemici hanno vinto. E mostra il suo dolore nel constatare che la sua generazione che ha, apparentemente, tentato di tutto per cambiare il mondo, non è di fatto riuscita nemmeno a cambiare sé stessa e “noi siamo ancora gli stessi e viviamo come i nostri genitori”.

La scomparsa del Marx profetico

La mia generazione ha cominciato ad occuparsi di politica in modo antistituzionale negli anni ’60, ma già nel decennio successivo, siamo stati costretti ad ammettere la verità rivelata dalla sconfitta. In Europa assistemmo al tentativo rivoluzionario della Baader-Meinhof, di Giangiacomo Feltrinelli, delle Brigate Rosse.

In America Latina, cominciando con Che Guevara, maestro di tutti i fuochi rivoluzionari, abbiamo conosciuto guerriglie in Bolivia, in Uruguay, in Argentina, in Cile, in Perù, in Venezuela, in El Salvador, in Guatemala, in Nicaragua; in Colombia, c’è stato l’indimenticabile Camilo Torres, in Brasile Carlos Marighella, Carlos Lamarca e i guerriglieri dell’Araguaia.

Guerriglie, che hanno rappresentato, forse, quasi tutte le variabili ideologiche della sinistra: anarchici, indipendentisti nazionalisti e indigeni, marxisti, leninisti, stalinisti, trotzkisti, maoisti. E cattolici. Tutti rivelano nella sconfitta le aporie e gli equivoci ideologici del marxismo. È in questo tempo che si consuma definitivamente – colpo sparato al cuore di tutti i partiti comunisti (in Albania il proiettile giunge con un certo ritardo) – il divorzio ideologico tra il Marx sociologo e il Marx profeta.

Avevamo, in tutto il ’900, una prospettiva marxista unitaria in cui l’analisi politico-economica dei processi capitalisti procedeva di pari passo con la certezza del ruolo provvidenziale del proletariato industriale. Negli anni ’70, questa concezione filosofico-politica si frantuma. Del marxismo resta la lezione irrinunciabile della critica dell’esistente e del primato dell’economia politica capitalista sul potere culturale e propriamente politico, in cui lo stato è il “garzone di bottega” del capitale.

Ma il Marx profetico, che riprende, secolarizzandolo, il luogo teologico della “felix culpa”, scompare dalla prassi e dal pensiero di sinistra. Non c’è più la colpa e non sussiste più il nuovo redentore che avrebbe dovuto essere la classe operaia. E non c’è più risurrezione, spazzata via la fede illusoria del protagonismo rivoluzionario operaio.

Ed è qui che si esplicita con chiarezza l’impasse delle sinistre che rimangono orfane di sogni, di progettualità politica e di utopia. Si arrendono, obbedienti, alla lettura postmoderna di Jean-François Lyotard e Gianni Vattimo e accettano acriticamente la tesi della morte definitiva delle cosiddette “grandi narrazioni”.

Il teatro del mondo

Ci rimane l’analisi, la descrizione più o meno intelligente delle congiunture politiche, ciò che, da molto tempo, definisco l’“elenco della spesa del supermercato”. Insomma, la sinistra si colloca davanti alla realtà come se fosse a teatro e dimentica che la lotta contro l’ingiustizia ha bisogno di attori veri e nuovi.

Recentemente abbiamo assistito alle varie edizioni del Forum Social Mundial, che, con Guy Debord, siamo obbligati a definire eventi “mercantil-spettacolari”: forum colonizzato dalle letture accademiche e dalle Ong. E, in Brasile, assorbito e manipolato da una sinistra governista, opportunista e inconcludente.

Chi attualmente sta mostrando l’emergenza e l’insorgenza di nuovi attori sono gli eredi dell’Operaismo, una sinistra radicalmente antiautoritaria, che scommetteva sul protagonismo della classe operaia, contro le mediazioni sindacali e partitiche, ormai condannate ad un irrimediabile riformismo.

Sorto in Italia, a partire del pensiero di Mario Tronti, incontra, prima in Potere Operaio e più tardi nell’Autonomia Operaia movimenti e strategie politiche concrete.  Quest’area di insorgenza, anch’essa sconfitta negli anni ’70, riappare oggi nel pensiero di Antonio Negri, figura importante e contradditoria di quegli anni bui e difficili. E si irradia nelle posizioni di Giuseppe Cocco e Bruno Cava Rodrigues, nell’area di dibattito e di valorizzazione del metodo di analisi marxista, che è l’Università nomade.

La moltitudine

Il nuovo protagonista delle lotte anticapitaliste sarebbe per loro la moltitudine, le moltitudini. Coerentemente analitici non si azzardano – mi pare – nemmeno per sbaglio a pensare religiosamente questo attore come un succedaneo della classe operaia redentrice. Ma gliela farei questa domanda: il meccanismo redentore della “felix culpa” continua presente, nonostante ancora occulto e vaccinato, dalla possibilità autocritica?

Infatti, mi pare, al posto degli operai, appare la moltitudine, nuovo protagonista rivoluzionario, come provvidenziale forza costituente, tanto potente e minacciosa che solo il suo spauracchio può spiegare razionalmente le planetarie e irrazionali reazioni fasciste.

Esempio lampante di questa scommessa sulla moltitudine provvidenziale è la lettura che Cava fa dell’invasione russa dell’Ucraina, interpretata come risposta alle mobilitazioni delle moltitudini nell’Euromaidan, la Primavera Ucraina del 2013 e 2014, e come prevenzione repressiva putiniana e panrussa della possibilità di mobilitazioni moltitudinarie in territorio russo.

Sarebbe necessario studiare a fondo le Primavere arabe dal 2011 in poi, ma – ancora una volta ignorante presuntuoso – non riesco a frenare la lingua e almeno domandare: nel 2022 come stanno l’Egitto, la Siria, la Libia?

Se poi pensiamo alle moltitudini del 2013 brasiliano, non possiamo ignorare che furono sconfitte, soprattutto per la miopia autoritaria e l’incapacità di analisi della sinistra e dei suoi rari intellettuali. Il giugno 2013 vede una moltitudine non solo senza alleati e articolazioni consistenti, ma repressa violentemente dalla Polizia Militare, azionata o appoggiata da governi di sinistra. La primavera brasiliana si sgonfia o sceglierà più tardi la destra fascista.

I dubbi sull’effettivo potere politico delle moltitudini ritornano quando osservo due momenti assolutamente contradditori nella storia recentissima del Cile. Infatti, in Cile, se nel 2019 si rivela prepotentemente il potere costituente della moltitudine e funziona prodigiosamente la cospirazione di articolazioni alleate al potere delle masse, nel 2022, nell’ora del plebiscito per approvare la nuova Costituzione – questa volta non più nelle piazze, ma nel segreto delle urne – la moltitudine vota contro un testo che tutelerebbe popoli indigeni, ambiente, le donne e la classe che più ha pagato il prezzo delle politiche neoliberali.

Un orizzonte di speranza

Per superare l’impressione di un amaro pessimismo che non lascia spazio alla Speranza e alla lotta dirò, concludendo, su chi scommetto. Mi pare che l’alternativa, quasi un maturo controcanto – o forse una nuova melodia – è la traiettoria dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, in Chiapas, profezia di tutte le insorgenze dell’Abya Ayala, caratterizzate dal protagonismo dei popoli originari, in una prospettiva di classe, anticoloniale, antistatale e antioccidentale.

EZLN che scommette con coerente radicalità sul controllo religioso, politico e culturale dei territori e, con questo, mostra di aver imparato la lezione della sconfitta dei guerriglieri urbani, della montagna e della foresta.

Come le numerose insorgenze indigene, quilombolas e comunità tradizionali rurali e urbane ci insegnano, la speranza di un futuro fraterno e giusto viene da minoranze abramitiche, piccoli resti, che difendono ancestralità e territori. Non sorge dalle dispute elettorali, che si fondano sul potere della maggioranza o da moltitudini che, ignare, si assoggettano alle astuzie dialettiche della storia.

E sorge dalla certezza che solo una lettura messianica della storia, quella di cui ci parla l’ebreo Walter Benjamin e l’ebreo Gesù, il Messia del “no” radicale, testimoniato senza paura contro i poteri omicidi della storia, inspira e anima la lotta che sconfigge il nemico. E anche la morte.

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