La terra è di Dio

di: Giovanni Franzoni

La decisione dell’abate Franzoni di abbandonare la struttura e di andare a vivere tra i poveri e gli emarginati, poteva essere interpretata solamente come lo sbocco naturale di quella battagliera contestazione che lo ha visto in questi anni contro certe forme istituzionali, sia religiose che politiche e sociali. La sua esatta posizione viene ampiamente esposta in una lunga «Lettera pastorale» che, in qualità di abate e ordinario dell’ab­bazia di s. Paolo fuori le mura e di S. Scolastica in Civitella S. Paolo, ha rivolto in occasione della Pentecoste 1973, mentre in tutto il mondo cattolico si dava inizio alle celebrazioni per l’anno santo. Nella lettura, insieme alla costante preoccupazione di restare aderente alla Bibbia e al magistero, si noterà anche il senso comprensivo di tutti i beni del mondo con cui viene usata la pa­rola «terra». (Il testo è stato ripreso da Il Regno documenti 13/1973, 338-351. Lo riproponiamo in occasione della Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato).

1) Introduzione
  1. In questo giorno di Pentecoste, la liturgia ci rivolge un perentorio invito a metterci all’ascolto di ciò che lo Spirito dice alle chiese. Lo Spirito che Gesù ha promesso di inviarci è venuto e viene continuamente. Se, in ciascuna delle nostre chiese ed in tutta la comunità dei credenti qualcosa non va, non è perché manchi lui, ma perché noi siamo sordi alla sua voce e ostinata­mente ciechi a quei segni che dovrebbero spingerci ad imboccare sempre nuove vie di conversione personale e comunitaria verso il nostro impegno di liberazione totale.
  2. Nel capitolo secondo di Osea, paragonando Dio allo sposo ed Israele alla sposa, grida il profeta: «Giudicate la vostra madre, giudicatela: perché essa non è più la mia sposa ed io non sono più il suo sposo. Si tolga dalla sua faccia le sue fornicazioni e di mezzo al seno i suoi adulteri… Essa ha detto: “Io correrò dietro ai miei amanti, perché essi mi dànno il mio pane e la mia acqua, la mia lana e il mio lino, il mio olio e la mia bevanda”… Essa non ha voluto riconoscere che ero io che le davo il grano e il vino e l’olio. La punirò per i giorni nei quali bru­ciava l’incenso [agli idoli], si adornava di orecchini e di collane, e andava dietro ai suoi amanti dimentica di me, dice il Signore… Ma ecco, io l’attirerò dolcemente, la condurrò nel deserto e là parlerò al suo cuore; ivi essa canterà come ai giorni della sua giovinezza e come quando uscì dalla terra di Egitto. Allora in quel giorno, dice il Signore, essa mi chiamerà suo sposo, ed io toglierò dalla sua bocca i nomi [degli dei], ed essa non ricorderà più il loro nome… E ti farò mia sposa in eterno, ti farò mia sposa nella giustizia, nella misericordia, nella tenerezza».
    Queste parole sono state applicate alla chiesa, nuovo Israele. Oggi come allora, il popolo di Dio continuamente tende a correre dietro a mille idoli dimentico del suo Dio. Una fedeltà costante esigerebbe dalla chiesa fede profonda, coraggio indomito per seguire il suo sposo per strade non battute, lontane dalla logica corrente e dal buon senso conformista. Invece, tranquillizzata più da concreti appoggi visibili che non dalla nuda fede, la chiesa corre spesso ad appoggiarsi a strumenti di potenza, di privilegio, di ricchezza, di efficienza – sempre nell’intento di realizzare il bene delle anime ma, in realtà, come surrogato ad una fede che va attenuandosi.
  1. Sentirci nell’adulterio ci addolora, ma non ci scandalizza. Lo Spirito ci è dato proprio perché noi chiesa, instancabil­mente, usciamo dalla tentazione, o dalla realtà dell’infedeltà, per tornare all’unico amore della nostra vita, che deve essere Gesù Cristo, crocifisso e resuscitato, che ha detto: «Ciò che avrete fatto al più piccolo dei miei fratelli lo avrete fatto a me» (Mt 25,40).
  2. Per portare un contributo a questa conversione mi rivolgo anzitutto ai monaci dell’Abbazia di S. Paolo e alle monache benedettine di Santa Scolastica in Civitella S. Paolo, insieme ai quali condivido, nella responsabilità di abate, un cammino di ricerca di Dio e di «obbedienza» al Cristo, attraverso la secolare disciplina monastica, con una lettera pastorale nella quale sono contenute alcune considerazioni sul tema, oggi di urgenza indila­zionabile, della proprietà terriera come condizionamento alla crescita e all’ordinamento della città dell’uomo.
  3. Questo tema sembra imposto sia dai gravissimi problemi sociali che quotidianamente incontriamo nella nostra realtà urba­na sia dalla stessa ispirazione originaria dell’anno santo nell’Antico Testamento, anno santo che oggi avvia la sua preparazione nelle chiese locali.
    Anche altre abbazie che, come quella di San Paolo, si ricono­scono inserite in un contesto urbano, potranno riflettere sulla contraddizione che appare fra la «pace monastica», realizzata all’interno della comunità in spazi e strutture adeguati, e la «violenza» della città dell’uomo che la circonda ed alla quale, in un modo o nell’altro, essa è tenuta a rivolgere l’annuncio del­l’anno di salvezza che Gesù proclamò nella sinagoga di Nazareth.
  1. Mentre mi rivolgo ai monaci non posso ignorare che oggi una nostra conversione deve necessariamente realizzarsi nel con­testo ecclesiale. A ben poco servirebbe la povertà di un gruppo se essa fosse, come storicamente spesso è accaduto, un fenomeno di volontarismo isolato nella chiesa, suscettibile non solo di essere riassorbito ma anche di fare da copertura all’attaccamento ai beni terreni, dei quali noi cristiani rimaniamo detentori, sia pur intenzionalmente finalizzandoli al bene «superiore» dell’evan­gelizzazione o a quello, spesso opinabile, dell’assistenza e benefi­cenza.
  2. Consapevole quindi di essere direttamente responsabile solo nei confronti delle monache e dei monaci benedettini, giuridi­camente appartenenti all’abbazia «nullius» di San Paolo fuori le mura e di potermi rivolgere solo ad essi con un documento magisteriale, penso che, non per l’autorità che l’invia, ma per la dottrina biblica e le riflessioni teologiche in esso contenute possa essere utile a tutti i cristiani che vorranno prenderlo in considerazione. In particolare potrà servire per i membri della «comunità cattolica di San Paolo» affinché, nella loro ricerca di fedeltà alla parola di Dio, traggano da quanto esposto una più concreta e radicale coerenza, applicando all’uso dei propri beni e nella propria vita, il messaggio evangelico.
  3. Alle famiglie religiose conventuali, alle quali mi sento legato, per una lunga collaborazione con le loro istituzioni e particolarmente con la conferenza italiana dei superiori maggiori, queste pagine sono offerte come contributo alla ricerca di auten­ticità e rinnovamento che dopo il concilio Vaticano secondo esse stanno faticosamente attuando in Italia.
  4. Un ulteriore motivo ha suggerito di scrivere questa lettera ed è l’anno santo che proprio domani inizia la sua solenne preparazione nelle chiese locali, cioè «nelle varie diocesi e quindi nelle singole parrocchie e nelle comunità ecclesiali», come spiega il papa nel suo discorso all’udienza generale del 16 maggio. Lo stesso santo padre, annunciando questo avvenimento, affer­mava all’udienza generale del 9 maggio: «L’anno santo che si chiama nel linguaggio canonico, giubileo, consisteva, nella tradi­zione biblica dell’Antico Testamento, in un anno di vita pubblica speciale con l’astensione dal lavoro normale, con il ripristino della distribuzione originaria della proprietà terriera e con la remissione dei debiti in corso e la liberazione degli schiavi ebrei (cf. Lev 25,8ss). Nella storia della chiesa, come si sa, il giubileo fu istituito da papa Bonifacio VIII, ma con scopi puramente spiri­tuali…». Paolo VI, dopo essersi domandato «se una simile tradizione meriti d’essere mantenuta nel nostro tempo, tanto diverso dai tempi passati», convinto che anche oggi l’anno santo possa avere un senso, ha fissato il tema, l’idea generale che dovrà caratterizzare questo anno: la riconciliazione.
  5. «Abbiamo anzitutto bisogno, afferma il papa, di essere riconciliati con Dio… affinché da questa prima, costituzionale armonia tutto il mondo della nostra esperienza esprima una esigenza ed acquisti una virtù di riconciliazione, nella carità e nella giustizia con gli uomini, aí quali riconosciamo il titolo innovatore di fratelli… La riconciliazione si svolgerà su altri piani vastissimi e realissimi: la stessa comunità ecclesiale, la società, la politica, l’ecumenismo, la pace» (discorso citato).
  6. Come lo ha notato, indirettamente, il papa stesso, da più parti e in diversi modi ci si è chiesti quale senso potesse avere oggi un anno santo. Certo si potrebbe dissertare a lungo su questo argomento ma, più che attardarci su di una questione ormai superata mi sembra il momento di chiederci come l’anno santo possa essere celebrato. I brevi cenni offertici dal santo padre sono sufficienti, da soli, per un serio Programma di impegno.
  7. La riconciliazione con Dio e con gli uomini è il grande dono che ci ha fatto Gesù con la sua morte e resurrezione e con l’invio del suo Spirito. Questa riconciliazione, se da una parte ci è data, dall’altra deve essere da noi costruita. Nel nostro contesto storico, fare opera di riconciliazione significa molte cose, tutte importanti e necessarie, se non si vuole svuotare di contenuto la riconciliazione stessa.
  8. A livello ecclesiale – come nota il card. Maurizio Roy, nelle sue Riflessioni per il decimo anniversario della Pacem in terris di papa Giovanni [parte II, § 3, 2° B) 1.] – la chiesa può parlare di pace e di riconciliazione solo se, prima di tutto, in sé stessa vive queste realtà: «Lo stesso ardore che i cristiani mettono nella lotta contro tutte le discriminazioni razziali, etni­che, nazionali o ideologiche, deve riscontrarsi, per evitarle, nei loro rapporti nell’ambito del popolo di Dio. Sappiamo, purtroppo, che non è così. L’intolleranza e la scomunica reciproca infieri­scono troppo spesso, come infieriscono i rifiuti, pratici o siste­matici, di comunione con gli altri fratelli cattolici, che non condi­vidono la stessa opzione politica o che non appartengono alla stessa categoria sociale o culturale. Questa reale contraddizione tra il comportamento interno e il comportamento esterno dei cattolici, deve essere eliminata, sotto pena di menzogna, di contro-testimonianza, di inefficacia».
  9. Non è più pensabile dunque oggi che si ricorra alla sco­munica, né a quella canonica né a quella psicologica verso i cri­stiani o i gruppi comunitari che pur uniti nella comunità ecclesiale dalla stessa professione di fede in Cristo risorto, hanno teologie diverse o diverse opzioni politiche.
  10. Questo naturalmente riguarda tanto gli organismi eccle­siali e le comunità più orientati in senso conservativo, quanto le comunità più spinte verso il cambiamento. In entrambe le direzioni l’unico atteggiamento autentico è il dialogo attento, rispettoso e aperto e non la preclusione fanatica del pregiudizio.
  11. Se questo atteggiamento dialogico e aperto è ancora lon­tano dall’essere una realtà nelle varie comunità ecclesiali, una preparazione veritiera all’anno santo potrebbe essere l’occasione buona perché tutti noi nella chiesa, da coloro che hanno il grave compito ministeriale di pastori, a coloro che hanno la non meno grave responsabilità di attuare la loro vocazione cristiana nella pluralità dei carismi, apriamo di nuovo il dialogo per ascoltarci vicendevolmente ma soprattutto per ascoltare, attraverso la voce dei fratelli, la voce dello Spirito.
  12. Una chiesa che non tentasse con grande ardimento la pacificazione in sé stessa potrebbe poi pretendere, come giusta­mente afferma il card. Roy, di invitare gli uomini, gli «altri», alla riconciliazione? Questo stesso invito sarebbe una contrad­dizione di fronte a Dio, oltre che un fallimento di fronte agli uomini.
  13. A livello socio-politico, la riconciliazione di cui parla il papa non si potrà ottenere senza un previo giudizio. Si deve cioè discernere ciò che può essere composto e ciò che non può esserlo, ciò che può essere sanato e ciò che deve essere bruciato. Per indicare un solo esempio, la riconciliazione sociale non potrà essere un qualunquistico «amiamoci scambievolmente» che metta insieme ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori, lasciando ciascuno come e dove è.
  14. Riconciliazione sociale potrà esserci solo quando si sia fatta una seria analisi della società, si siano individuati i nodi da sciogliere, le cause profonde e strutturali ché fanno sì che alcuni opprimano o schiaccino gli altri. Il cristiano ama tutti ma, appunto perché crede che ogni uomo è irripetibile, nel suo amore cerca di confrontarsi con le esigenze e la situazione di ciascuno. Amare un ricco, dunque, vuol dire, evangelicamente, aiutarlo a porsi il problema della ricchezza e della sua logica di accumulazione. Forse, significa rammentargli il giudizio della parola di Dio: «Guai ai ricchi». E lottare perché il ricco non sia più ricco, anche se questi in un amore così strano non troverà, a prima vista, nulla di cristiano.
    Amare il povero significa porsi al suo fianco, con lui, come lui, per abbattere quei meccanismi che lo tengono povero, cioè sfruttato, alienato, estraniato, calpestato. Il regno dei cieli sarà dato a tutti gli uomini – di qualsiasi condizione – che vivano in stato di conversione. Ma, intanto, qui ed ora dobbiamo lavorare per abbattere le barriere che separano una classe dall’altra. Paradossalmente, la riconciliazione sociale altro non può signifi­care oggi che la lotta per una società senza classi, perché in un domani non vi siano più uomini che sfruttano altri uomini. In attesa di un domani beato dobbiamo lottare nell’oggi drammatico.
  1. Un documento dei vescovi brasiliani nel nord-est del 6 maggio di quest’anno, firmato congiuntamente dagli abati e dai superiori degli ordini religiosi presenti nella regione, si esprime in termini talmente chiari nei confronti della lotta di classe che giova citarlo testualmente:
    «Il processo storico di una società di classi e la dominazione capitalistica conducono fatalmente allo scontro delle classi. Ben­ché questo sia un fatto ogni giorno più evidente, questo confronto è negato dagli oppressori, ma al momento stesso in cui lo negano lo affermano… La classe dominata non ha altra via per liberarsi se non quella di un lungo e difficile cammino, già in corso, in favore della proprietà sociale dei mezzi di produzione. Questo è il fondamento principale del gigantesco progetto storico per la trasformazione globale dell’attuale società in una società nuova, in cui sia possibile creare le condizioni obiettive perché gli oppressi recuperino la loro umanità spogliata, vincano l’antagonismo delle classi e conquistino, alla fine, la libertà».
  1. Oltre che condividere la lotta del povero dovremo anche mostrargli quanto siano vuoti i miti del benessere e del consu­mismo, affinché la sua lotta sia veramente per la giustizia e non per diventare a sua volta un «ricco». Come Gesù ci ha inse­gnato, ciò che conta è l’uomo e la sua vita e non ciò che possiede.
  2. Ancora, la conversione presupposto e coronamento della riconciliazione con Dio e con gli uomini, non può limitarsi alla conversione del cuore. Certamente ciascuno di noi deve conver­tirsi. Ma dobbiamo anche, per così dire, convertire le strutture che, necessariamente ed implacabilmente fino a che rimangono come sono, pongono delle condizioni da cui sgorgano – al di là di tutte le buone intenzioni e conversioni personali – gravis­sime conseguenze di oppressione sociale, culturale, politica.
  3. Lo crediamo per fede. Ma, quasi, a volte ci pare di poterlo toccare con mano e di esperimentarlo direttamente, che lo Spirito ci viene dato. Egli ci dischiude cammini che, in altri tempi, avremmo chiamato follia seguire. Egli conduce la chiesa e le chiese verso una terra che, a prima vista, tutti giureremmo deser­tica. Fiduciosi nella Parola del Signore, siamo sicuri che questo deserto fiorirà.
  4. L’esperienza che, con la mia comunità monastica ho vissu­to in questi anni, e particolarmente quella degli ultimi quattro anni con la comunità di laici, mi hanno spinto a scrivere questa lettera: «La terra è di Dio». Spero e prego che lo Spirito ci faccia sempre meglio capire che cosa significa questa affermazione e che cosa richiede da noi, chiesa, una sua traduzione concreta, per non essere infedeli o timidi, bensì annunciatori umili, ma autentici della buona notizia di Gesù di Nazareth.
2) La condizione della città delluomo
  1. Nella sua lettera Octogesima adveniens al signor cardi­nale Maurizio Roy, in occasione dell’80° anniversario dell’enci­clica Rerum novarum, il santo padre Paolo VI, nel riprendere il tema della giustizia sociale e dei compiti dei cristiani per la sua attuazione, individuava nuovi problemi proprio nella creazione di gravi fenomeni di sfruttamento, manipolazione ed emarginazione dell’uomo causata dalla «crescita smisurata della città che accom­pagna l’espansione industriale» (n. 9) e dalla concentrazione di popolazione (n. 8).
  2. Nella crescita disordinata della città «nascono nuovi pro­letariati. Essi si installano nel cuore delle città, talora abbando­nate dai ricchi, si accampano nelle periferie, cintura di miseria che già assedia in una protesta ancor silenziosa il lusso troppo sfacciato delle città consumistiche» (n. 10); «sviluppa la discri­minazione e anche l’indifferenza; fomenta nuove forme di sfruttamento e di dominio dove certuni, speculando sulle necessità degli altri, traggono profitti inammissibili» (n. 10). «Sono in realtà i più deboli le vittime delle condizioni di vita disumanizzanti, che degradano le coscienze e nuocciono all’istituzione familiare: la promiscuità degli alloggi popolari rende impossibile un minimo di intimità; i giovani focolari attendono invano un’abitazione decente e a prezzo accessibile, si demoralizzano e la loro unità può anche trovarsi compromessa; i giovani fuggono da una casa troppo piccola e cercano nella strada delle compensazioni e delle compagnie incontrollabili» (n. 11). Conseguenze: «delinquenza, criminalità, droga, erotismo» (n. 10).
  3. «Costruire oggi la città, luogo di esistenza degli uomini e delle loro dilatate comunità… è un compito al quale i cristiani devono partecipare» (n. 12).
  4. Questo invito del papa, giunge per noi come stimolo ad impegnarci su di un tema che ci era tutt’altro che ignoto. Ci sentiamo onerati di una risposta concreta, con dati derivanti dalla nostra prolungata e attenta presenza all’interno di questo proble­ma umano che vogliamo affrontare senza alcun pregiudizio per rispondere, mentre approfondiamo e colleghiamo con la situa­zione italiana quanto dice il santo padre, ad un profondo biso­gno maturato nella nostra coscienza e quindi corresponsabile di ciò che la chiesa ha detto, di ciò che essa non ha detto e delle ambiguità che ne sono derivate.
  5. Saremmo tentati di pensare che la descrizione della lettera del santo padre possa riguardare mostruose città o megalopoli di altri continenti e non interessare il nostro paese e, particolarmente, una città come Roma, nella quale la nostra comunità vive. Anche noi siamo infatti a nostra volta vittime della manipolazione e immunizzati dalla consuetudine allo spettacolo o alla notizia di anomalie divenute regola. Siamo quindi diventati passivi osserva­tori di fatti gravissimi che rimangono «non giudicati» perché privi di analisi che li colleghi con le loro radici più profonde.
  6. È quasi con rassegnazione che vediamo i nostri figli giuocare per strada contendendo pochi metri quadrati di asfalto alle macchine e sembra quasi una fortuna quando riescono a trovare un po’ di «verde» lungo le rive del Tevere.
    Se poi uno di questi bambini muore «disgraziatamente» tra­volto da una macchina o annegato nel fiume, allora la nostra facile commozione ci fa condannare drasticamente gli automo­bilisti distratti, i genitori incauti, i bimbi imprudenti. In realtà bisognerebbe domandarsi a che cosa e a chi si deve che non vi siano pezzi di terra, spazi attrezzati per i bimbi.
  1. Lo spettacolo dell’edile che viene a Roma dalla provincia con la corriera, resta pure ingenuamente accettato, senza una riflessione razionale.
  2. Questi uomini, oltre ad avere una pesante amputazione della loro libertà, a causa dell’aggiunta di 3/4 ore di viaggio per raggiungere il cantiere e tornare a casa, sono sottoposti ad un durissimo lavoro che richiede spesso doti di resistenza e di pron­tezza di riflessi per l’assenza delle quali si verificano con frequenza gravissimi incidenti sul lavoro.
  3. Quando una coppia di anziani si uccide con il gas od una persona condannata alla solitudine si toglie la vita, la prima parola che ci viene in mente è: arteriosclerosi, o «pazzia senile». Raramente pensiamo alle drammatiche condizioni in cui queste persone conducono la loro esistenza, ai terribili problemi che si pongono nella vecchiaia di un contadino costretto ad un troppo rapido inurbamento, di un pensionato che viene considerato inutile alla società.
  4. Il giusto riposo, dopo una vita di duro lavoro, si trasforma in uno spietato processo di isolamento che si conclude con la condanna alla immobilità, alla passività, alla dipendenza, ed infine alla morte civile.
  5. Se poi è un giovane che si taglia le vene o ingerisce dei barbiturici allora pensiamo a lui come a una persona grave­mente affetta da malattia. Attribuiamo così lo stato ansioso di molte creature, l’immaturità affettiva, la nevrosi, la psicopatia, alla persona stessa, alla sua stessa natura debole, al suo carattere difficile, alla sua insofferenza, alla sua scarsa capacità di soppor­tazione o di adattamento.
  6. Per questi malati non sappiamo fare altro che invocare più «idonei» istituti di «cura» che in realtà sono veri e propri cimiteri per vivi, prefigurati in modo lucidamente tragico dalla figura evangelica dell’indemoniato di Gerasa (Mc 5).
    Di rado pensiamo o sappiamo quanto pesantemente incidono su questo tipo di malattie le condizioni assurde nelle quali siamo costretti a vivere: in ristrettezza di spazio vitale, circondati da una realtà fatta solo di cemento, fra i rumori assordanti, la con­tinua tensione in cui viviamo immersi nel traffico, con la fretta di arrivare, con la preoccupazione di parcheggiare, costretti a respirare aria inquinata, stimolati in modo sempre più scientifi­camente crudele dalla pubblicità.
  1. È di questi giorni la denuncia di alcuni psichiatri dell’ospe­dale di Cagliari, dell’altissima percentuale di persone colpite da malattia mentale, fra coloro che per mancanza di lavoro sono costretti ad emigrare nelle grandi città in Italia e all’estero. 10.000 uomini condannati all’emarginazione più tragica, sono un ulteriore prezzo che l’isola ha pagato in questi anni, alla dura legge dell’emigrare per vivere.
  2. Ci allarmiamo inoltre per la crescente criminalità, quando alcuni giovani, in una città così fatta, scelgono la strada della delinquenza per tentare di risolvere nel solo modo che hanno a disposizione, i problemi e le frustrazioni a cui continuamente vengono sottoposti.
    Se solo uno volesse scorrere la storia di un «delinquente» potrebbe conoscere come il progressivo processo di disadattamento inizia spesso da una protesta, più o meno chiaramente espressa, o da una volontà di emergere e di uscire da condizioni disumane di vita.
  1. Quando ci domandiamo da dove nasca tale delinquenza, in fondo alla risposta troviamo i «ghetti» che vengono sovente considerati come inevitabili frange delle metropoli, troviamo le periferie assurde dove non vi sono strutture e servizi che stimo­lino a realizzare gli aspetti positivi della personalità, dove le energie e capacità individuali possano trovare delle occasioni di affermazione, troviamo l’anonimia dei quartieri popolosi nei quali non vi è possibilità di individuazione, dove l’uomo diventa nume­ro, troviamo le borgate nell’abbandono quasi completo dove anche la giustizia sembra che debba essere fatta da se stessi. Troviamo infine la segregazione urbana nella quale i ceti più poveri ven­gono spinti. Tutto questo è evidente nel modo stesso in cui la città si struttura e si articola in quartieri: alti, borghesi, popolari, in borgate, borghetti e baracche; ognuno di questi settori netta­mente separato dagli altri perché ad ognuno corrisponde un valore diverso delle aree fabbricabili ed in tutti i casi il più alto possi­bile. Conseguentemente si mantiene il decoro del quartiere resi­denziale eliminando qualsiasi inserimento degradante che lo svaluti.
    Cosa si chiede comunemente per i delinquenti creati da questi ghetti? Una polizia più efficiente e numerosa, senza preoccu­parsi di andare alle cause profonde del male sociale.
  1. Ora, nel momento in cui prendiamo coscienza di queste cause che sono alla radice di fatti finora chiamati «disgrazie», «malattie», «accidenti inevitabili» scopriamo che essi si mani­festano nella loro brutale evidenza come dei crimini collettivi, e noi non siamo più giustificati se continuiamo a ricorrere ad espe­dienti emotivi per acquietare la nostra coscienza.
    Ad una logica rigorosa che causa questi mali dobbiamo contrap­porre una altrettanto rigorosa analisi che ci conduca a delle soluzioni politiche.
  1. La crescita della città è il dato di fatto più evidente che ha accompagnato lo sviluppo economico in Italia dalla nascita dell’industrialesimo ad oggi; questo carattere dello sviluppo non è però accidentale: osserviamo infatti che in tutti i paesi capita­listici questo fenomeno si presenta come una costante di tutte le situazioni e risulta funzionale alle leggi della riproduzione allar­gata del sistema economico.
  2. Se, d’altra parte, poniamo attenzione ai destini delle cam­pagne e di tutte le zone rurali, rileviamo come esse siano assog­gettate a processi del tutto complementari a quelli osservati nelle concentrazioni urbane. Alla crescita abnorme delle città qui corri­sponde infatti l’abbandono; agli investimenti che continuano a sovrapporsi nelle zone urbanizzate e industrializzate corrisponde il depauperamento economico, mentre l’equilibrio geo-fisico del­l’ambiente è distrutto nelle città dall’abuso che di esso sono costrette a farne grandi masse; nelle zone emarginate dallo svi­luppo, porzioni sempre più vaste di territorio subiscono processi di desertificazione e di dissesto idrogeologico.
  3. Proprio tale irrazionalità nello sviluppo economico squili­brato è la condizione necessaria al sistema economico capitali­stico che non conosce altra razionalità che quella dettata dalle leggi ferree del «massimo profitto».
  4. Se il popolo è infatti considerato sotto la categoria di «massa di produttori» e di «forza-lavoro» ed è quindi solo uno dei fattori della produzione, le sue esigenze andranno subordinate alle leggi della competitività internazionale, a quelle della realiz­zazione di economie del processo produttivo e ad altre ancora che sono tutte interne alla logica dello sviluppo capitalistico.
  5. Perciò le migrazioni interne sono fenomeni dolorosi e irra­zionali solo per chi giudica con il metro di giudizio che mette l’uomo al primo posto; sono invece «necessarie» anche se com­portano conseguenze come lo sradicamento culturale, la frattura di nuclei familiari, e, in genere, la disintegrazione sociale per chi ragiona avendo come parametro di riferimento la produttività del sistema, ovvero il tasso di sfruttamento.
  6. La condizione di tante regioni del nostro paese, come di altri, ben si spiega allora se consideriamo che la prosperità e il benessere di altre aree geografiche dovevano essere pagate dalla miseria del mezzogiorno e dal permanere di condizioni di sotto­sviluppo in intere zone.
  7. La città capitalistica appare così come un gigantesco serba­toio di «forza-lavoro», il suo potenziale contenuto di cultura è quindi stravolto per servire alle leggi della crescita del sistema economico, il suo ruolo funzionale al capitalismo si manifesta in modi e forme diverse ma tutte complementari. Innanzitutto la città assolve al ruolo di stanza di compensazione della manodo­pera: gli immigrati dequalificati vanno dapprima ad ingrossare le periferie come esercito di riserva e molti non si sollevano da una condizione di sottoproletariato, altri, i più fortunati, entrano nella produzione ai gradini più bassi delle qualifiche operaie e nei settori più arretrati.
  8. Questo è il destino degli edili o degli operai turnisti alla catena di montaggio che sono poi costretti dalla città capitalistica ai suoi estremi margini per trovare un alloggio il cui costo non incida sul salario in misura intollerabile o, a volte, conservano nei paesi-dormitorio intorno alla grande città la loro casa ed il loro campicello. Così diventano «pendolari» ed il tempo mate­riale per recarsi al lavoro si aggiunge alle otto o nove ore di fatica fino a raggiungere limiti di quattordici o quindici ore; non ci si può allora meravigliare, o peggio piangere lacrime di circo­stanza, quando non si resiste alla fatica e al sonno, i riflessi si fanno meno pronti e capita l’«incidente di lavoro». Quasi nove­cento morti ogni anno solo nella edilizia; se nello stesso periodo cadessero sul territorio nazionale dieci aerei con novanta passeg­geri a bordo forse si farebbero inchieste e si riuscirebbe a risalire alle cause, ma gli edili hanno il pregio di morire alla spiccio­lata, insieme con i loro compagni vittime anche in fabbrica del cottimo o del subappalto: così la consegna del silenzio può essere agevolmente rispettata.
  9. La città tende poi a divenire, in un continuo processo di identificazione, l’istituzione simbolo del sistema capitalista: un mercato. La città-contenitore è infatti anche città-mercato e non solo perché i suoi centri storici sono sottratti al consumo cultu­rale socializzato per divenire monumenti all’ideologia consumi­sta delle classi dominanti, ma perché tutti i beni «urbani» dalla casa al verde, da un servizio di quartiere alla larghezza e alla pulizia delle strade, sono oggetto di mercato, tutto concorre a formare il prezzo di uso complessivo della città.
  10. Quel che accade è facilmente prevedibile: le classi popo­lari risultano via via discriminate giacché il loro potere d’acqui­sto serve appena a comprare la possibilità di usare delle attrezza­ture più essenziali che sono la casa e il prezzo del trasporto dalla residenza al posto di lavoro. Il loro salario serve cioè unicamente a riprodurre il più possibile integra la capacità lavorativa e per consumare quella quota di beni che la divisione sociale del lavoro assegna ad ogni uomo produttore nell’orizzonte capitalistico. Così la stessa struttura fisica della città si modella per rispondere come un organismo complesso e non omogeneo in ogni sua parte, a domande diverse: i quartieri popolari e le baracche sono i luoghi in cui i proletari e i sottoproletari consumano la città dormitorio, anonima, ostile e violenta; le zone residenziali servono a soddi­sfare i borghesi che in virtù del loro stato sono situati in posi­zione intermedia; il centro storico, dal canto suo, serve per ospi­tare alcuni privilegiati — dai cosiddetti «artisti», ai commercianti, ai nobili altoborghesi che danno così lustro e colore alla città; in alcuni casi il centro ospita anche i rappresentanti più esigenti del potere economico ma purché le residenze siano veramente di alto prestigio e «panoramicissime» come promettono i cartelli dei palazzi restaurati in vendita dopo che ne sono stati espulsi i proletari. Altrimenti per la classe dei ricchi esistono altre occa­sioni per ritrovare un corretto rapporto con l’abitare: dalle tenute o dalle ville suburbane alla possibilità di cambiare residenza ad ogni mutare di stagione.
  11. L’indice che serve a marcare la struttura classista della città del capitale, a conferire ad essa una certa giustificazione «obiettiva» è il prezzo del suolo.
  12. Proprio dal diverso valore dei terreni sul mercato si codi­fica la disuguaglianza nell’uso della città; a sua volta l’esistenza di un mercato dei suoli richiede, per il suo attuarsi, dei soggetti giuridici proprietari.
  13. La proprietà privata dei suoli non è quindi causa diretta della speculazione, dello sfruttamento del territorio, dell’uso capi­talistico della città, essa è però condizione necessaria perché tutto ciò si realizzi sotto la garanzia della legalità e della giustizia della società capitalistica, basata proprio sull’individualismo proprietario. È invece la riduzione della terra a oggetto di mercato la radice della speculazione.
  14. Non è forse senza significato rilevare che i modelli di consumo urbano che vengono proposti alle classi subalterne sono tutti centrati su forme di uso di tipo individualistico: dalla casa in proprietà che è un mito offerto a molti perché i pochi possano tranquillamente goderne, a forme esasperate di individualismo anche nelle forme dominanti del trasporto urbano ed extra-urbano.
    È chiaro che in questo modo la proprietà non è giustificata dal diritto della persona ad avere uno spazio di vita, ma è giusti­ficazione pretestuosa di un mercato, cambiando anche varie volte di proprietario.
3) Il giudizio della parola di Dio
  1. Se la proprietà privata del suolo e la possibilità di ripe­tuti atti di compra-vendita sullo stesso sono così chiaramente rico­noscibili come cause di sfruttamento ed alienazione nella città, viene spontaneo domandarsi se noi chiesa non abbiamo una pa­rola di Dio su questo argomento che così da vicino tocca la condizione dell’uomo ed i suoi più elementari diritti. È perciò doveroso interrogare la bibbia «la parola di Dio stesso… voce dello Spirito santo» (Costituzione conciliare Dei Verbum = DV 21), verso la quale la chiesa è «in religioso ascolto» (DV 1) e che la chiesa «ha sempre venerato come ha fatto per il corpo stesso di Cristo», poiché «insieme alla sacra tradizione» è «la regola suprema della propria fede» (DV 21).
  2. Non ignoriamo, né ignorate certamente, che la bibbia non è, né ha mai voluto essere, un codice di regole sociali, una norma per i rapporti umani: tutti ricordiamo l’esempio di Gesù che rifiuta di essere «giudice e divisore» in una spartizione di ere­dità tra due consanguinei (Lc 12,13s) e le parole di s. Paolo che esorta «cercate le cose di lassù, ove il Cristo è seduto alla destra di Dio, pensate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra» (Col 3,1s). Ma questo non significa certamente che la bibbia non abbia nulla da dire all’uomo in relazione all’uso delle realtà terrene e dei rapporti sociali. C’è infatti un modo «di lassù» per pensare alle realtà terrene che pur dobbiamo organizzare, come c’è un modo «mondano» di pensare alle realtà celesti come quando si strumentalizza la religione per difendere interessi sordidi e antiumani. Indirizzata a un popolo vivo, la bibbia non può essere disincarnata, né può essere muto il suo messaggio.
  3. Che la terra sia di Dio, la bibbia lo ripete a più riprese. Con formula che richiama la posizione di dominio dei sovrani dell’antico oriente essa proclama che Dio è il «Signore di tutta la terra»[1] (Gios 3,11.13; Sal 97,5; Mi 4,13; Zach 4,14; 6,5). In essa si esprime la fede nell’unico Signore dell’universo da lui creato e certamente amato, benché la sua presenza nel mondo assuma forme e segni diversi, a seconda dei differenti contesti. La stessa fede è espressa dal salmista con frase analoga: Dio è il «re su tutta la terra» (Sal 47,3.8; 97,5.9).
  4. Altri testi proclamano la fondamentale ed essenziale pro­prietà di Dio sulla terra, e noti solo sulla Palestina, terra del popolo eletto, ma su tutta, poiché egli è il creatore: «Mia è tutta la terra» (Es 19,5); ed in essa Israele, costituisce qualcosa di peculiare, la proprietà particolare tra tutti i popoli.
  5. Ma Dio ciò che crea dona e la terra la dona con liberalità all’uomo: «I cieli appartengono a Dio, ma la terra egli l’ha data ai figli dell’uomo» (Sal 115,16).
  6. «Data», certamente, ed anche in «proprietà», purché questa nuova «proprietà» non sia a detrimento o in contrasto con quel primordiale e fondamentale rapporto che la terra ha con Dio. Più che di proprietà, si deve parlare di «eredità», di cui l’uomo è costituito «depositario». Resta infatti quell’origi­nale relazione intima che passa tra Dio e la terra e che è fon­data sulla creazione e sulla costante divina presenza, per cui non sarebbe tollerabile qualcosa di contrario a Dio, senza essere re­sponsabili di profanazione e dissacrazione.
  7. Anche in un’epoca di massimo dispotismo regale, la città, con gli abitanti ed i suoi possedimenti, è «un possesso di Dio» (2Sam 20,19). Ugualmente nel rimprovero che Dio affida al pro­feta Geremia: «Io vi ho condotto in una terra da giardino, / per­ché ne mangiaste i frutti ed i prodotti. / Ma voi appena entrati, avete reso un abominio la mia eredità» (Ger 2,7). Uso arbitrario della terra espresso nel testo come idolatria, è insieme delitto so­ciale e religioso.
  8. La terra è di Dio e sua soltanto; l’uomo la riceve da lui, ma non può prescindere dall’intimo rapporto religioso insito in questa sua proprietà. Trattarla a proprio piacere o sottrarla all’uso voluto da Dio, infrangere la norma divina per adeguare questo possesso ai propri fini limitati ed egoistici, dimentichi di Dio e dell’altro», espressi con l’idolatria dal testo citato, costituisce una contaminazione, una profanazione, un abominio. Il che è ri­chiamato ancora, in chiave strettamente culturale, dal rimprovero che Dio muove agli israeliti, i quali «hanno contaminato il mio paese con i cadaveri dei loro idoli ed hanno riempito la mia eredità con i loro abomini» (Ger 16,18). Il vero e proprio pro­prietario della terra, lo ricordi l’uomo, è Dio; essa, per l’uomo, non è che un’«eredità» ricevuta da Dio ma da lui necessariamente vincolata.
  9. In questo contesto generale di Dio creatore di tutto, pa­drone dei cieli e della «terra» che ha sì dato la terra all’uomo ma ne resta il proprietario, si comprende bene il continuo legame, che tutta una tradizione biblica accentua particolarmente tra la fertilità della terra stessa e la fedeltà al Dio dell’alleanza, il Dio dei «padri», il Dio di Israele fedele.
  10. Il profeta Osea, la esprime assai bene. Il Deuteronomio lo ripete senza posa: «Guardate che il vostro cuore non sia sedotto: deviereste, rendereste culto ad altri dei, vi prostrereste innanzi a loro e l’ira di Iahvé si accenderebbe contro di voi: chiuderebbe il cielo, non vi sarebbe più pioggia, il suolo non darebbe più i suoi prodotti e rapidamente scomparireste dalla buona terra che Iahvé sta per concedervi» (Deut 11,16s).[2]
  11. Non è infatti possibile vivere in opposizione con questo Dio benefico senza esporsi alla sua collera verso gli ingrati (cf. Ez 33,23-29), né è possibile trascurare la solidarietà che questo dono iniziale di Dio fa nascere tra tutti gli uomini, i fratelli sulla terra.
  12. L’occupazione e l’uso della terra da parte dell’uomo, trova il suo fondamento biblico remoto già nel segno della benedizione di Dio sull’umanità nascente. Si tratta di una sorta di missione, anche di dominio sempre però affidato da Dio stesso ad Adamo ed Eva: «Dio li benedisse / e Dio disse loro: / “Siate fecondi e moltiplicatevi, / riempite la terra / e soggiogatela ed abbiate il dominio / sui pesci del mare / e sui volatili del cielo / sul bestiame e su tutte le fiere che strisciano sulla terra”» (Gen l,28).
  13. Se passiamo alla «terra promessa», cioè la Palestina, ri­scontriamo che essa è un dono gratuito, per niente dipendente da diritti degli antenati, né dal valore militare di Israele, né dal suo merito: «Tu non ne sei debitore né alla tua spada, né al tuo arco» (Gios 24,12). È Dio in persona che ha sconfitto i popoli, precedenti possessori di quella terra.
  14. Particolarmente indicativo l’episodio biblico di re Acab e di Nabot, narrato in 1 Re 21, in quanto dimostra a quali assurdità possa giungere il potere esercitato fuori della fedeltà a Dio, con­tro la nozione che la terra non è dell’uomo ma di Dio stesso e di colui al quale egli l’ha affidata in deposito e perciò certamente non alienabile nemmeno a prezzo di denaro. Vi si narra infatti come il re Acab, la moglie Gezabele, «gli anziani ed i notabili», cioè tutto il gruppo di potere dell’epoca con i falsi testimoni giun­gono ad uccidere Nabot per impossessarsi della sua vigna, non più grande di un orto. Era questione semplicemente di terra e di pro­prietà, non di valore, poiché re Acab era disposto a pagare. Ma per il piccolo possidente Nabot la sua vigna era il segno dell’ap­partenenza al popolo israelita, era eredità ricevuta da Dio attra­verso i propri antenati. Perciò Nabot rifiuta di vendere la propria terra ed i potenti lo condannano e, ciò che è ancora più dram­matico, invocando a tutore Dio stesso: il povero è imputato di avere bestemmiato Iddio e quindi viene tolto di mezzo. Il vero movente, però, è l’usurpazione, velata e camuffata agli occhi di tutti, ma non di Dio, che, attraverso il suo inviato, il profeta Elia, «il nemico» dei potenti (v. 20), condanna e punisce lo stesso re (vv. 18-24).
  15. I profeti, in genere, avranno il compito di ricordare che la terra con tutti i suoi benefici è data da Dio agli uomini in misura equanime. Contro i prepotenti e gli accaparratori, essi saranno i difensori del diritto del povero e di colui che è senza potere.
  16. Secondo questa dottrina dell’Antico Testamento continua­mente ripetuta, secondo la quale Dio, e soltanto lui, resta in defi­nitiva il padrone ed il proprietario a pieno titolo del suolo pro­messo, concesso e distribuito in eredità alle tribù ed ai discendenti del suo popolo, l’uso del diritto di proprietà da parte degli attuali possidenti non può essere illimitato. Un diritto completamente assoluto da esercitarsi senza considerare da una parte i supremi e persistenti diritti di Dio e contemporaneamente quelli degli «al­tri» pure figli di Dio, non solo non è prospettato, ma è apertamente condannato. Se «la terra è di Dio», essa è concessa a tutto il «popolo di Dio». Il popolo si identifica proprio attraverso questa sua proprietà. Una situazione diversa va ritenuta anor­male e perciò rettificata.
  17. In questo contesto si inseriscono varie prescrizioni che a prima vista sembrerebbero o soltanto sociali o soltanto religiose, mentre hanno e l’una e l’altra componente insieme. Nessuna legi­slazione sembra tanto chiara ed eloquente in materia quanto quella per regolamentare l’anno sabbatico (per es. in Es 21,2 s.; 23, 10 s.; Lev 25,1-7; 26,34s 43; Deut 15,1-18; Ez 46,17; 1Mac 6,49.53) e quello giubilare (per es. Lev 25,8-55; 27,17s; Num 36,4; Is 61,1).[3] Come l’uomo, anche la terra ha un culto da rendere a Dio: il suo «riposo» riproduce quello che fu il «ri­poso» di Dio all’inizio della creazione e che ora viene ripetuto dall’uomo.
  18. L’anno «sabbatico» quindi, consisteva nel dare ogni sette anni un «riposo» alla terra, tutti i debiti contratti verso un amico o in genere quello che si chiamava il «prossimo» venivano condonati. Di conseguenza dovevano essere affrancati tutti coloro che per debiti fossero caduti in condizione di servitù. Così si adem­piva alla volontà del Signore: «Non ci sarà tra voi alcun indigente o mendico» (Deut 15,2-4).
  19. L’anno del «giubileo», che ricorreva invece ogni cin­quanta anni, consisteva in una ridistribuzione delle terre che per qualche motivo avevano cambiato di proprietario. Le sventure o le negligenze per cui qualcuno aveva perduto la propria porzione di terra affidatagli da Dio, non ricadevano così sulla generazione seguente. «Nell’anno del giubileo ciascuno tornerà nei suoi possessi» (Lev 25,13).
  20. Ritenere in proprio la terra dell’altro e disporne a pia­cere, è dissacrare la terra, profanarla, sottrarla al dominio di Dio, porsi quindi in condizione non solo di immoralità sociale ma reli­giosa, cioè praticamente negare Dio nelle sue concrete manifesta­zioni. L’ineguaglianza sociale infrange la solidarietà sacra che con­traddistingue il popolo in quanto tale e riguarda ogni individuo in esso.
  21. Inoltre tale affermazione di ateismo ed ineguaglianza so­ciale e religiosa si oppone, ed è in contraddizione con il culto che ciascuno deve rendere a Dio: non può renderlo chi fa sua la proprietà di Dio e rapina l’«eredità» del fratello; non può espri­merlo il diseredato, poiché non ha più «la terra di Dio» su cui rendere il culto, ma è costretto a vivere su una terra di profa­nazione, di ingiustizia e di peccato; non può renderlo la terra, avulsa così dal suo unico e legittimo padrone e stornata dalla sua naturale finalità e privata infine anch’essa della presenza benefattrice di Dio.
  22. Nessuna meraviglia, pertanto, che di fronte al verificarsi di tali empie, sacrileghe, fratricide violenze, la voce di Dio si sta levata per bocca dei profeti, i suoi «inviati», risonando dura ed inesorabile, con rimproveri, minacce, punizioni.
    «Guai a voi, che aggiungete casa a casa / e unite campo a campo, / finché non vi resti più spazio / e voi restiate ad abitare / nel mezzo del paese. / Ho udito con le mie orecchie il Signore degli eserciti: / “Di certo, tanti palazzi diventeranno una deso­lazione, / grandi e belli ma senza abitanti”» (Is 5,8s).
  1. Se questa cruda invettiva, carica d’ira e di minaccia, fosse stata scritta da qualche autore moderno, o anche da me stesso, non solo la si vorrebbe rifiutare, ma si cercherebbe di individuare chissà quale ideologia sia nascosta dietro a tanta violenza e la determini. Ebbene, nel nostro caso è Dio stesso che parla, poiché il profeta è la «bocca di Dio»; Isaia è comunemente riconosciuto come il «primo degli evangelisti» per la sua chiaroveggenza a riguardo del Cristo e del cristianesimo. Vorremmo forse cancel­lare queste parole profetiche perché ci sono scomode, o non dovremmo invece ascoltarle, nella coscienza che sono rivolte an­che a noi e per i nostri tempi?
  2. Né diversamente il profeta Michea, di poco più giovane di Isaia e comunque contemporaneo: «Guai a coloro che… / agognano ai campi e se li rubano, / alle case e se le prendono; / e fanno i tracotanti col padrone e la sua casa, / con l’individuo e la sua proprietà» (Mi 2,1s). La minaccia, o meglio la pro­messa divina di punizione, segue immediatamente: «Perciò così dice Iahvé: / Ecco che io vado escogitando / contro questa gen­taglia una sventura, / sì che non possano più ritrarne il collo / e non possano più andarsene diritti: / poiché sarà un tempo di guai quello!» (v. 3).
  3. L’accentrarsi della proprietà terriera ed edilizia nelle mani di pochi, mentre intanto i più sono senza casa e altri non pos­sono averla, se non attraverso una umiliante e lentissima trafila, o il ritenere come propri quei beni che non sono necessari all’uno mentre lo sarebbero agli altri, è un delitto che reclama l’intervento punitivo di Dio. L’attuale ordine sociale certo protegge e giusti­fica quella «gentaglia», ma Dio non approva il «mondo» ma lo condanna insieme ai suoi padroni. Situazioni del genere non pos­sono che essere precorritrici di «un tempo di guai», anche se quest’ultimo verrà poi attribuito, dalla miopia umana, a non saprei quale volontà eversiva o distruttiva. Ma noi credenti lo sappiamo e con certezza; la parola di Dio sarà efficace e la divina promessa si realizzerà di fronte alla pervicacia umana egoista ed avallatrice di situazioni abnormi. Dio stesso lo ha pro­messo: «La mia parola non tornerà vuota a me, senza avere operato quanto è mio desiderio e senza avere realizzato ciò per cui l’ho mandata» (Is 55,11).
  4. Invece dei guai minacciati, la fedeltà di Dio alla sua volontà di salvezza si è espressa in modo costruttivo. Noi cre­denti non possiamo dimenticarci della testimonianza degli Atti degli apostoli.
  5. Proprio come era previsto per il popolo dei tempi del Messia, senza ricchi né poveri, dal noto passo: «Presso di te non ci sarà alcun povero; poiché Iddio certo ti benedirà nella terra che Iahvé tuo Dio sta per darti in eredità» (Deut 15,4) e, come intendeva testimoniare con le sue rigide regolamentazioni in materia di ricchezza e povertà la comunità giudaica di Qumran che, contemporaneamente alla nascita del cristianesimo, viveva nel deserto di Giudea, presso il mar Morto, così si organizzò la primitiva comunità cristiana.
  6. Per dipingere una comunità ideale, che sia effettivamente e realmente il popolo dell’Israele nuovo, l’erede della promessa e l’oggetto della salvezza, animato dallo Spirito ed alimentato dall’autentico pane di vita, gli Atti degli apostoli ci rappresentano una cristianità ove tutto era comune. Non solo in una serie di cosiddette «notizie arcaiche» (per es. Atti 5,11; 15,36s) ma an­che nei «sommari», i quali così vengono confortati da quelle, nella loro veridicità storica. Vi leggiamo che «costoro avevano tutto in comune; vendevano i loro possedimenti ed i loro averi e li dividevano a tutti, a seconda delle loro necessità» (ibid. 2,44s); «avevano un cuore solo ed un’anima sola» e ciò sembra trovare il motivo proprio nelle parole che seguono immediata­mente, cioè «né alcuno considerava proprietà sua ciò che aveva, ma tutto era loro comune» (4,32). Specificando poi di quali pro­prietà si trattasse, e che non si limitava comunque a qualche super­ficialità, aggiunge: «Chiunque infatti possedeva o terreni o case li vendeva e ne portava il ricavato agli apostoli», sicché, conclude il testo, «si distribuiva a ciascuno secondo il suo bisogno» (4,34s). Per questo «non c’era alcun indigente tra loro» (4,34).
  7. Si nota, inoltre, che in queste notizie degli Atti, la cui con­vergenza con altri indizi inclina sempre più gli studiosi a ritenere che la raffigurazione della comunità sia fedelmente storica, manca ogni istituzionalizzazione e la messa in comune dei beni è lasciata alla generosità e spontaneità dei singoli: ma anche questo è in perfetta sintonia con quell’assenza di giuridismo di cui dà prova il vangelo. Ed in ogni modo, qualunque opinione si voglia ritenere, sia per l’organizzazione pratica, sia per la durata di questa comu­nità di beni, oltre ad una chiara volontà d’insegnamento tipico non si potrà non vedervi una scelta precisa fatta dalla chiesa ai suoi inizi, una scelta che i discepoli di Gesù compiono nel consi­derare le ricchezze materiali («terreni e case») non come un mezzo di potere e di sicurezza personale, ma come uno strumento di comunione fraterna, a servizio di tutti ed innanzi tutto a disposizione dei meno abbienti (cf. Atti 6,1; 11,29s; 21,24).
  8. Ma non va dimenticato che la stessa chiara dottrina come agli inizi del cristianesimo, la leggiamo in uno degli scritti più pastorali del Nuovo Testamento, nella prima lettera a Timoteo, la quale, sia o non sia della penna di san Paolo, e comunque la si voglia datare, non testimonia certo di un cristianesimo della pri­ma ora, forse solo entusiasta oppure addirittura idealizzato, né certo vuole prescrivere qualcosa di irreale, ma pretende invece «ordinare» in una autentica società cristiana di provenienza pa­gana e su un piano assai concreto e reale, come lo conferma il contesto.
  9. Il passo è in 1Tim 6,17s: ciò che uno possiede, al di là dei pericoli che comporta («orgoglio» con conseguente disprezzo del non abbiente; fiducia nelle cose del mondo, che invece sono sempre incerte), può essere legittimamente considerato come un «dono dato da Dio». Però, non in ordine a ritenerlo, capitaliz­zarlo, impiegarlo per sé ed ai propri fini, ma perché il ricco dia prova che sa «agire bene», cioè per «arricchire in opere buone», il che si ottiene con lo «spartire gioiosamente» ciò che si pos­siede, col mettere in «comune» i beni; solo questo tipo di im­piego o uso giustifica la ricchezza che «Dio offre in abbondanza per goderne»; questo e non altro modo, è «tesoreggiare a proprio bene», e solo così la ricchezza concede all’uomo di impadronirsi di quella che realmente è la vita.
  10. Questo «spartire gioiosamente» ci viene dall’insegnamento concreto di Gesù che non ha tenuto stretto come un tesoro il suo essere Dio ma ha assunto la forma del servo per condividere la condizione umana.
  11. La sua vita è «esemplare» per tutti noi, se vogliamo es­sere suoi discepoli. La sua povertà sociale non è un atteggiamento secondario o transitorio, ma qualcosa che sostanzia e rende cre­dibile sia il suo messaggio sia la sua persona. Il «Cristo Signore» è «un neonato involto in panni e posto in una mangiatoia» (Lc 2,7); i pastori riconosceranno il loro Messia, il Salvatore, proprio da questo segno (2,12.16); l’offerta presentata al tempio per lui non sarà che quella prevista per i poveri, «un paio di tortore e due colombini» (Lc 2,22ss.; cf. Lev 12,8). Egli non ebbe i mezzi per frequentare le scuole degli scribi (Gv 7,15; cf. Mc 6,2); i suoi compatrioti lo conoscono come un artigiano (Mc 6,3). Poi, quando inizia la sua predicazione presentandosi ad «annun­ciare la buona novella ai poveri» (Lc 4,18; cf. 7,22 e Mt 11,5), Gesù rinuncia anche a questo mezzo di sostentamento: alle sue strette necessità provvederanno delle donne al suo seguito (Mc 15,41; Lc 8,3). Egli si definisce, sotto il profilo sociale, come colui che «non ha ove posare il capo» (Mt 8,20), il che costi­tuisce precisamente una caratteristica della sua missione di Figlio dell’uomo, oltre al suo ovvio valore storico. La croce, alla fine, dimostrerà fino in fondo la coerenza di Gesù nella sua fedeltà al Padre e nell’annuncio dell’evangelo ai poveri: spogliato anche delle sue vesti, egli affida il proprio spirito al Padre (Lc 23,46) e la propria madre al discepolo amato (Giov 19,26s), prima che il suo corpo esanime sia tumulato in un sepolcro di altri (Mc 15,46; Giov 19,41s).
  12. Si tratta indubbiamente di una povertà volontaria, alla quale è connesso un preciso e fondamentale messaggio: la prio­rità assoluta del regno e delle sue esigenze. Non a caso, nel pro­porsi come modello ai suoi discepoli, Gesù impiega il vocabolario classico del «povero» dell’Antico Testamento (Mt 11,29), che Paolo poi riesumerà a sua volta per tutti i cristiani (Col 3,12s), facendo addirittura della «povertà» e della «pochezza» le due virtù caratteristiche della vita cristiana (Ef 4,2). La vita, la mis­sione e la morte di Gesù manifestano al vivo come e che cosa bisogna intendere per povertà. D’altra parte, i vangeli abbondano stranamente nei riferire l’insegnamento di Gesù a proposito dei beni della terra. Diciamo stranamente, poiché su non pochi altri punti, ai quali noi annettiamo oggi tanta importanza e che tro­viamo così sviluppati ed incidenti nella vita cristiana, non sono altrettanto chiari ed insistenti. A questo, invece, sembrano attri­buire particolare valore, non trascurando di illustrarci le diverse facce di un problema che a certi cristiani, oggi, sembra invece così secondario.
  13. Bisogna inoltre aggiungere che Gesù tiene per conosciuto l’insegnamento profetico sui diritti dei poveri ed inserisce la pro­pria predicazione dentro il filone di questo insegnamento. Non per nulla l’inizio della sua predicazione, nella sinagoga di Naza­reth (Lc 4,18-21), coincide con l’applicazione a se stesso delle parole di Isaia: «Lo Spirito del Signore è su di me, per questo egli mi ha consacrato, per annunziare la buona novella ai poveri; mi ha mandato a sanare i contriti di cuore; ad annunciare libera­zione ai prigionieri e ridare vista ai ciechi; a rimettere in libertà gli oppressi; a predicare l’anno accetto al Signore».
    L’anno gradito al Signore è proprio l’anno del giubileo, quello che oggi chiamiamo «anno santo». La chiesa di Cristo infatti è attuazione della volontà di salvezza del Padre e dovrebbe essere tutta un unico anno giubilare nel senso di una piena attuazione della giustizia.
  1. Molti cristiani in vista di certi progressi fatti dalla legi­slazione sociale, del resto più dovuti alle lotte degli operai che alla presa di coscienza di noi chiesa, si sentono esonerati rispetto alle proprie gravi responsabilità religiose di fronte al persistente problema della povertà, e della ineguale distribuzione dei beni terreni. Ad una chiesa in stato di missione, come giustamente ripe­tiamo oggi, sembra quasi che il problema sia estraneo. A mio parere, uno dei peggiori «scandali» che offrono la chiesa ed il popolo di Dio per essere credibili, ed uno dei maggiori impedi­menti alla «conversione» al vero ed unico Dio, è invece la spe­requazione economica fra gli uomini, il che equivale ad una espli­cita contro-testimonianza avversa a quella «familiarità» che è di fatto insita nella ricezione del sacramento eucaristico ed, insieme, ad un frazionamento blasfemo dell’unico corpo di Cristo.
  2. Non a caso s. Paolo considera un peccato contro il corpo del Signore, ed un peccato «mortale» in quanto genera maledi­zione di Dio sulla comunità, il fatto che nella comunità di Corinto, mentre si celebrava la «cena del Signore» si mangiava tutti, come segno liturgico, dell’unico pane e si beveva tutti all’unico calice, ma poi si era incapaci di dividere, nel contesto comunitario, gli altri cibi portati da casa, cosicché «uno è nella fame e l’altro nel­l’ebbrezza» (1Cor 11,17-34).
  3. Se Gesù ha scelto di condividere nella sua vita fra gli uomini la condizione dei poveri, lo ha fatto perché i primi desti­natari dell’evangelo sono i poveri. Sono pescatori, agricoltori, pa­stori, emarginati.
    La proposta che Gesù presenta a chi accetta di essere suo discepolo è di partecipare concretamente e volontariamente alla sua povertà: è una legge che egli indubbiamente adatta a seconda delle persone e delle circostanze, ma dalla quale comunque di­pende in definitiva, come da condizione precipua, l’essere con Cristo. Chi vuol seguire Gesù deve lasciare tutto ciò che ha: esigenza fondamentale per i Pietro, Andrea, Giacomo, Giovanni (Mt 4,18-22; Mc 1,16-20; Lc 5,1-11); per Levi (Mt 9,9; Mc 2,14; Lc 5,27s).
  1. Né si tratta di solo distacco interiore dai beni ma di vera e propria rinuncia.
    Questa condizione di distacco effettivo dai beni materiali, da ogni forma di possedimento terreno o di provvista materiale, questa affermazione di libertà da ogni allaccio ad averi ed a garanzie terrene e dai loro conseguenti condizionamenti, fa del discepolo, del cristiano, un annunciatore del vangelo, della buona novella del Cristo, della salvezza. Non avere «né argento né oro» è la sua condizione normale che troviamo concretamente vissuta all’indomani della pentecoste (Atti 3,6), così come il rifiuto di ogni provvigione materiale nel deciso rifiuto di Pietro: «Perisca con te il tuo danaro» di Atti 8,19 s. Vi si applica l’esplicita con­segna di Gesù che Mc 6,8 s. esprime con vivo realismo: «Non prendere per il viaggio altro che il bastone, non pane, non bisaccia, non denaro nelle cinture». Poiché non potrebbe rendere vera ed idonea testimonianza al regno, annunciare validamente la salvezza presente, valorizzare la sola ricchezza che conta, colui che dimostrasse contemporaneamente la propria dipendenza dalle cose terrene o di riporre la propria confidenza, durante il viaggio apostolico, in strumenti umani. Paolo, sotto questo profilo, si spin­gerà sino quasi all’esagerazione, rifiutando ogni soccorso materiale anche nelle sue continue e costose peregrinazioni ed attività apo­stoliche (1Tess 2,9; 2Tess 3,8s; 1Cor 9,4-18; 2Cor 11,7-10; 12,13-18; Fil 4,15; la sola eccezione fu per la comunità di Fi­lippi: Fil 4,14-18; 1,5; 2Cor 11,8s), ma pretendendo sosten­tarsi sempre con il lavoro delle proprie mani (1Tess 2,9; 2Tess 3,8; 2Cor 11,27; Atti 18,3; 20,33ss) anche a costo di pesanti privazioni (cf. 1Cor 4,11s; 2Cor 6,10; 11,27; Fil 4,11-14; ecc.).[4]
  1. Né si confonda la situazione di quelle persone che segui­vano Gesù e lo sostenevano con i loro beni, con quella di certi benefattori che partecipano ad un sistema ingiusto e se ne avvantaggiano, accontentandosi di dare il superfluo per «opere di bene». Storicamente si tratta solo di una misera restituzione di beni sot­tratti con lo sfruttamento, se non addirittura di ipocrita coper­tura di interessi sordidi.
  2. Per quanto riguarda la solidarietà con coloro che sono nel bisogno citerò espressamente soltanto le parole con le quali l’au­tore di 1Giov, facendo fedelmente eco e volendo ordinare una vita concretamente e genuinamente cristiana, al termine di lunghe analoghe prescrizioni ribadisce la necessità di «non amare con la bocca e con la lingua, ma con i fatti ed in verità» il che è illu­strato dallo stesso autore nelle linee precedenti: «Da questo noi abbiamo conosciuto l’amore: che egli (=Gesù) ha dato la sua vita per noi. Anche noi dobbiamo dare le nostre vite (= cioè an­che i nostri beni fondamentali o mezzi d’esistenza: cf. Mc 12,44; Lc 21,4) per i nostri fratelli. Se qualcuno possiede la vita (= cioè i mezzi d’esistenza) di questo mondo e vede il suo fratello nella necessità e gli chiude il proprio cuore, come può rimanere in lui l’amore di Dio? Figli miei, non amiamo con la bocca e con la lingua, ma con i fatti ed in verità (1Giov 3,16ss). Espressioni che non hanno bisogno di un nostro commento, tanto più che nel capo seguente la stessa 1Giov chiarisce inequivocabilmente la relazione intima che passa tra l’amore verso Dio e quello verso il prossimo: «Se qualcuno dice: «Io amo Dio» ed intanto non ama suo fratello, è bugiardo (in 3,11s 15 era stato paragonato a Caino; qui invece gli si dà la qualifica specifica del demonio e dei suoi seguaci in questo mondo: cf. Giov 8,44): chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può certo amare Dio che non vede. E questo è il comando che abbiamo da lui: che colui che ama Dio, ami anche il proprio fratello» (1Giov 4,20s). Vi si ritrova, dunque, ripetuta ed interpretata, quell’identità tra l’esigenza dell’amore verso Dio e verso il prossimo che Gesù espresse brevemente nel precetto del duplice amore (Mt 22,37-40; Mc 12,29ss) e che Giacomo inculca con forza, piegandola particolarmente a difesa del prossimo visto nell’indigente: «La pra­tica religiosa pura e senza macchia agli occhi di Dio, che è anche Padre, consiste in questo: prendersi cura degli orfani e delle vedove nelle loro dolorose necessità e custodirsi senza contaminazione nei confronti del mondo (=peccato)» (Giac 1,27). Tutt’altro, dunque, che parole e teorie, bensì fatti ed azioni concrete.
  3. Anche questo tema è ripreso dall’Antico Testamento: cf. Sal 49; Eccle 5,9-6,6, ed è comune al mondo giudaico. «Rug­gine e tignola» consumano le ricchezze, i ladri le rubano (Mt 6,19s; Lc 12,33); e vengono meno dalla sera alla mattina. È pro­prio questo modo di comportarsi che esprime la capacità di met­tere a frutto i doni spirituali ricevuti da Dio (Lc 16,10ss). La ricchezza uccide ogni vera speranza (Apoc 3,17s) e possiede l’uomo come un’idolatria (Col 3,5): «dove è il tuo tesoro, ivi è il tuo cuore» (Mt 6,21).
  4. Per questo motivo l’uomo è chiamato a fare l’opzione decisiva tra Dio e la ricchezza di questo mondo: non si può servire simultaneamente i due padroni (Mt 6,24; Lc 16,13), cioè rendere un culto al Dio vivente e salvatore dei miseri e degli indigenti (Lc 1,52s; 4,18; 7,22; Giac 2,5; 5,1-6), ed insieme essere schiavi del «mammona d’iniquità» o fonte di peccato (Lc 16,9.11) e d’empietà (Tit 1,11). La scelta è radicale ed indilazionabile. Infatti «l’amore al denaro è la radice di tutti i mali» (1Tim 6,10): dalla fame di avere, molto più che dalla lussuria, si sviluppa il terribile morbo dell’egoismo (Ef 4,19; 2Tim 3,2; cf. Lc 16,19-31; Giac 2,2); ne nasce spontaneamente la sfiducia verso l’altro, addirittura verso la bontà di Dio (1Tim 6,6-10; cf. l’esempio di Giuda in Giov 12,6); da essa spunta e cresce a dismisura l’orgoglio ed il disprezzo (oltre ad Eccli 40,13, cf. per es., il citato 1Tim 6,17ss; Giac 1,10s; 2,3.6; Apoc 18,16s); essa non merita nemmeno di venire nominata tra i cristiani (Ef 5,3), ed esclude dal regno (1Cor 6,10; 2Piet 2,14). Come si vede da questi accenni, non si tratta nemmeno di argomenti nuovi o peculiari al vangelo: al contrario, si direbbe che le formula­zioni appartengano, grosso modo, alla sapienza di tutte le culture.
  5. Ma un elemento è nuovo nella dottrina di Gesù e degli apostoli, un elemento che è in grado di conferire senso diverso e nuovo alle nozioni simili che si leggono nella comune sapienza. È la presenza operante del vero Dio ed il valore trascendente del suo regno attualmente disponibile per gli uomini, grazie a Gesù. L’uomo saggio e prudente opera la scelta ed agisce di conseguenza. Per tale «acquisto» non c’è davvero costo che spaventi. Anche se gli si chiede tutto ciò che possiede sulla terra, egli sa bene l’enorme, incalcolabile valore della vita eterna. Distribuirà ai poveri, li «servirà» con i propri beni terreni (cf. 2Cor 9,13), e così acquisterà la vera ricchezza, quella che è fonte sicura ed inesauribile di gioia genuina. È ciò che indicano le brevi para­bole della terra (Lc 14,28ss) e della guerra (Lc 14,31s), con­cluse ed interpretate dalle seguenti parole: «Così, se qualcuno non rinuncia a tutto ciò che possiede non può essere mio disce­polo» (Lc 14,33). Ugualmente nelle brevi parabole o paragoni del tesoro (Mt 13,44) e della perla preziosa (Mt 13,45 s.), che Paolo riesumerà riferendoli all’atleta ed alla vita militare (per es. 1Cor 9,24-27). In realtà, le vere ricchezze non sono quelle ter­restri (Mt 6,19; Lc 12,33), ma quelle celesti, le uniche che meritino l’attaccamento del nostro cuore (Mt 6,20 s.; Lc 12,33s). È il regno che bisogna «cercare prima di tutto»; a chi dedica tutte le proprie forze materiali e spirituali a questa ricerca, tutto il resto sarà «dato in più» (Mt 6,24-34; Lc 12,22-32) e Dio non lo lascerà senza il necessario (Mt 7,7-11; Lc 11,9-13; cf. Ebr 13,5s), anzi già in questa terra costoro otterranno «il cen­tuplo» (Mc 10,29s; Lc 18,29; cf. Mt 19,29). È il diverso atteggiamento che contraddistingue «colui che non conosce Dio», cioè il pagano, dai discepoli di Gesù che hanno abbracciato e vivono la fede nella paternità di Dio rivelato loro da Gesù ed in Gesù, nella buona novella della salvezza: preoccuparsi del cibo e del vestito (e tanto più per il superfluo) va attribuito in defini­tiva ad una mancanza di fede, quasi ad una professione di ateismo pratico, mentre all’opposto il vero e fedele cristiano cerca e con­tribuisce alla realizzazione concreta del regno e lascia ogni preoc­cupazione del genere a Dio, «il quale conosce tutte le vostre necessità» e «vi colmerà di tutte queste cose» (Mt 6,8.31s; 7,7-11; Lc 12,29s). Il lavoro stesso, al quale tanta parte spetta nel discorso biblico complessivo, non resta a beneficio soltanto proprio, ma il ricavato va diviso con coloro che sono intorno (2Tess 3,10; cf. 1Tess 4,11; Ef 4,28).
  6. Non c’è alcuna possibilità di dubbio, dunque, o di equi­voco: il vero cristiano non accumula, non ritiene in proprio ciò che esorbita dalle strette necessità della vita: egli, per il suo nuovo essere rispetto a Dio, acquisito nella nascita battesimale (cf. Rom 6,3; 8,9-13; Gal 3,27; Col 2,11s; 3,11-15, ecc.; cf. Giov 12,24ss), divenuto ora una creazione nuova, destinata al cielo per il quale è in passaggio sulla terra, si accontenta dello stretto neces­sario (1Tim 6,7-10), ritenendo tutto il resto un lusso inutile e lesivo del diritto altrui, della mutua carità, precetto del Cristo (1Tim 2,2-9; 1Piet 3,3s). Egli su questa terra, così come «vive per Dio», non ha che una sola tensione: «arricchire per Dio» (Lc 12, 21).
4) I padri della chiesa di fronte alla ricchezza
  1. La sacra scrittura non ci dice che cosa dobbiamo fare, ma ci indica dei principi orientativi, uno spirito secondo il quale lavorare alla nostra conversione. Così anche nei padri della chiesa non dobbiamo cercare delle formule già pronte per risolvere i problemi di oggi, ma l’esempio della loro fede e della loro carità. La loro esperienza cristiana infatti, il modo con cui lessero il van­gelo e lo applicarono nella loro vita, è per noi un invito a fare similmente.
  2. Fin dai primissimi tempi fra i cristiani vigeva il precetto «Non distogliere da te l’indigente, anzi abbi tutto in comune con il tuo fratello e non dire di nulla che è tuo proprio. Se avete infatti in comune le cose immortali, quanto più non avrete in comune quelle mortali?».[5]
  3. I cristiani infatti sapevano di essere tutti fratelli e di avere quindi in comune i beni che appartengono allo stesso Padre. È dunque male quello che fanno i ricchi. Dice s. Basilio: «Occupano per primi i beni comuni e, per averli occupati per primi, li fanno propri. Ma se ciascuno prendesse solo ciò che è richiesto per suo uso e lasciasse il resto (ciò che è superfluo) a chi è nel bisogno, nessuno sarebbe ricco, nessuno povero».[6] Il superfluo quindi è tutto quello che non è usato personalmente e viene accu­mulato. Se uno abita un appartamento, è superfluo che ne pos­sieda un altro, e questo ulteriore possesso, oltre ciò che è necessario per uso personale, è considerato dai padri una rapina. Il ricco, infatti si deve considerare al massimo un amministratore dei beni del povero. «Non sei forse uno spogliatore – dice Basilio – tu che dei beni di cui ha ricevuto la gestione fai il tuo proprio?… All’affamato appartiene il pane che tu conservi, all’uomo nudo il mantello che tieni nel baule, a chi va scalzo le scarpe che marci­scono a casa tua, al bisognoso il denaro che tu tieni nascosto. Così tu commetti tante ingiustizie quanta è la gente cui potevi donare».[7]
  4. Alcuni padri non escludono una certa proprietà, consi­derandola conseguenza dello stato dell’umanità dopo il peccato originale, ma in ogni caso ne condannano l’ineguale distribuzione.
  5. Dice Ambrogio: «Il Signore Dio volle che questa terra fosse possesso comune di tutti gli uomini e che i frutti servis­sero a tutti, ma è l’avarizia che ha dato origine alla ripartizione delle proprietà. È giusto perciò che, se rivendichi qualche cosa per te come privata di ciò che è stato dato in comune al genere umano e persino a tutti gli animali, almeno tu ne distribuisca qualcosa ai poveri: sono partecipi del tuo diritto, non negare loro gli alimenti».[8]
  6. C’è dunque un diritto a possedere in proprietà, secondo Ambrogio, sia pure in parti sostanzialmente uguali. Ma non c’è il diritto alla ricchezza, che numerosi padri considerano apertamente come frutto di rapina. «Dio in principio non ha creato uno ricco e un altro povero. E neppure ha mostrato a uno tesori in quantità impedendo all’altro di trovarli, ma ha consegnato a tutti la stessa terra da coltivare. Come mai allora se la terra è comune tu hai molti ettari e il tuo prossimo neanche una zolla?». Si conceda pure che sia per eredità, e che il figlio non sia responsabile delle rapine del padre. «Ammettiamo anche che il padre non abbia rapinato e che l’oro gli sia spuntato da solo dalla terra. Che vuol dire? Forse per questo le ricchezze sono buone? Per niente. Dirai che non sono neanche cattive. Non sono cattive se non sono frutto di rapina e se ne fai partecipi i poveri… Non è forse male posse­dere da solo i beni del Signore, godere da solo i frutti dei beni comuni? Se dunque sono nostre le cose che sono del comune Signore, sono anche di quelli che, come noi, sono suoi servi: infatti le cose del Signore sono (beni) comuni».[9]
  7. L’idea che non si può essere ricchi senza aver commesso ingiustizia, così diffusa anche fra la gente comune di oggi, è tal­mente chiara per Basilio che, nell’omelia sul giovane ricco, chiede: «Se era vero quel che hai affermato, che tu fin dalla giovinezza hai amato i comandamenti e (perciò) hai dato a ciascuno quanto hai preso per te stesso, da dove ti viene, scusa, questa massa di ricchezza?».[10] Osservare i comandamenti è dunque per Basilio non prendere per sé più di quanto si riconosce agli altri.
  8. Ma non sfuggiva ai padri che i fedeli invitati a distri­buire i beni ai poveri, spesso incaricavano la chiesa di tale distri­buzione. Così, numerosi vescovi, mentre predicavano la povertà, si trovavano a poter disporre di molti beni. I padri affermano perciò con chiarezza che i vescovi e i sacerdoti devono vivere come i poveri e che i beni di cui essi dispongono sono «patri­monio dei poveri» e vanno a questi distribuiti. Basti a questo proposito quello che dice Giuliano Pomerio: «È bene che si possiedano i beni della chiesa e si disprezzino i propri per amore della perfezione. Infatti i beni della chiesa non sono propri, ma comuni. Perciò chiunque, abbandonati o venduti i suoi beni, di­sprezza le sue proprietà, se viene preposto alla chiesa, diviene amministratore e dispensatore di tutto ciò che la chiesa possiede». Citato a questo proposito l’esempio dei vescovi Paolino e Ilario, Pomerio afferma che «tali uomini possedevano i beni della chiesa non come proprietà, ma come procuratori. E perciò, sapendo che i beni della chiesa non sono altro che voti dei fedeli, prezzo dei peccati e patrimonio dei poveri, non pretesero di usarli per sé, come propri, ma li distribuirono ai poveri, come beni che erano stati a loro affidati. Questo è infatti possedere i beni disprezzan­doli: possedere non per sé, ma per gli altri, non ambire le ric­chezze della chiesa per cupidigia di avere, ma riceverle con l’ani­mo volto a soccorrere. Ciò che la chiesa possiede, lo ha in comu­nione con tutti quelli che non hanno nulla, e non deve dar nulla a chi ha abbastanza del proprio, perché dare a chi ha già non è altro che mandarlo in perdizione».[11]
  9. A garanzia di questa buona amministrazione del patri­monio dei poveri bisogna che il vescovo o sacerdote «al quale è stato affidato l’incarico di dispensare i beni della chiesa… ponga se stesso, per amore, nel numero dei poveri: così che, mentre distribuisce ai poveri, di quegli stessi beni viva anche egli come povero volontario».[12] E Massimo Confessore aggiunge che «la pas­sione dell’avarizia si mostra di qui: nel ricevere con gioia e dare con rincrescimento. Un uomo simile non può quindi essere un buon amministratore».[13] Buon amministratore dei beni ecclesia­stici pertanto è non chi sa conservarli e accrescerli, ma chi li distribuisce con gioia, perché «conserva in modo retto, solo colui che non manca mai di recare vantaggio a ciascuno».[14]
  10. Pomerio per questa dottrina è citato da moltissimi con­cili per tutto il medioevo, è recepito nel decreto di Graziano e da san Tommaso, ma si tratta di una dottrina che non fu mai seria­mente tradotta in pratica su vasta scala, così che Rosmini lamen­tava la dimenticanza dell’insegnamento di Pomerio come la quinta piaga della chiesa».[15]
  11. I padri non si limitarono a inculcare il dovere del ricco. Troviamo in essi anche accenni al diritto di rivalsa del povero. Ireneo giustifica gli ebrei che partirono dall’Egitto depredando gli egiziani dicendo che essi «costruirono per gli egiziani città forti­ficate e aumentarono le loro ricchezze lavorando molto per molti anni in ogni sorta di schiavitù, mentre essi non li ricompensarono, anzi, cercarono di perderli e farli perire. Che fecero dunque di ingiusto se si presero una piccola parte di tutte queste cose?». E parlando di coloro che, senza il consenso di chi li ha sfruttati, si compensano dei danni subìti osserva: «…Se un uomo libero fosse costretto con la forza a servire un altro per molti anni, ac­crescendo le sue ricchezze: chi gli farà rimprovero se, avendo infine ottenuto un piccolo miglioramento della sua sorte, crede di potersi attribuire una piccolissima parte dei beni che l’altro ha acquistato con tutto il suo lavoro, e si dirà che ha agito male? Chi giudicasse così apparirebbe più ingiusto di chi l’aveva ridotto in schiavitù».[16]
  12. Tuttavia l’insistenza dei padri contro l’attaccamento alle ricchezze mostra che esso era vivo anche al loro tempo tra i fedeli e nella chiesa. Da che cosa viene dunque questa fiducia così for­temente riposta nei beni terreni, anche in uomini di chiesa? Sem­bra che non ci sia altra risposta di quella di s. Massimo: da man­canza di fede. «Tre sono le cause dell’amore delle ricchezze: amore del piacere, vanagloria e mancanza di fede; ma più grave delle altre due è la mancanza di fede. L’amante del piacere ama il denaro per poter vivere lussuosamente con esso; il vanaglorioso per essere esaltato; chi non ha fede per nasconderlo e custodirlo, avendo paura della fame, della vecchiaia, della malattia o del­l’esilio, e spera più in esso che in Dio, autore e provvidenza per ogni creatura, fino agli ultimi e più piccoli esseri viventi».[17]
5) Il silenzio dei cristiani
  1. Nella misura in cui ascolta la parola di Dio e la con­fronta fedelmente con le diverse situazioni storiche, la chiesa è chiamata oltre che a dare l’annuncio della volontà divina di amore, anche ad esercitare un ruolo profetico di denuncia dello sfrutta­mento e dell’alienazione dell’uomo che sono presenti in ogni situazione storica e che dell’amore sono la negazione radicale. È giusto però interrogarci se noi cristiani, come chiesa, essendo i consegnatari di un messaggio così chiaro ed esplicito, quale abbiamo visto essere contenuto nella bibbia, abbiamo realmente assunto con chiarezza e coraggio questo ruolo profetico.
  2. Sembra invece che la chiesa, forse per una eccessiva preoc­cupazione di non urtare alcuno o di non farsi strumentalizzare dalle forze politiche, non solo non abbia saputo denunciare certe situazioni, ma di fatto sia stata dalla parte di coloro che hanno fatto della «città» non il luogo della liberazione e della crescita dell’uomo (e nel senso usato da Paolo VI nella Populorum pro­gressio di «tutto l’uomo» e di «tutti gli uomini»), ma un centro funzionale allo sviluppo capitalistico, facendosi così realmente, e non in modo ipotetico, strumentalizzare dal potere economico che per i suoi stessi meccanismi deve fondare lo sviluppo della società sullo sfruttamento dell’uomo.
  3. La paura che quanto dovevamo predicare come evan­gelo fosse utilizzato per fini politici di parte, ci ha reso talmente reticenti e timidi da consentire che quella «parola» che Cristo aveva depositato nella chiesa, per annunciarla come «buona no­vella» ai poveri, fosse invece utilizzata per dare copertura ideo­logica ai più scoperti interessi e proprio per conculcare i diritti dei poveri.
  4. Questo vale in modo particolare per il nostro paese, l’Italia, dove per varie circostanze storiche si verifica una fre­quente e pesante confusione fra chiesa e potere politico cosicché agli occhi di molti essa appare un sostegno insostituibile all’ordine costituito con tutte le sue profonde ingiustizie e contraddizioni.
  5. È alla situazione italiana che penso di riferirmi eviden­temente con questo contributo, affinché ristabilendo la sua fisio­nomia di «chiesa dei poveri» recuperi anche quella piena libertà di parola alla quale Cristo ha tenuto più che a qualsiasi altra cosa, non permettendo che l’evangelo venisse in alcun modo con­fuso né con un messianismo nazionalistico né con un supporto per il potere costituito.
  6. Cercando di approfondire le motivazioni del silenzio del­la chiesa, possiamo trovare la prima nel rifiuto di affrontare la situazione con rigore scientifico.
  7. Noi chiesa, da quando la scienza si è affacciata alla ribalta della storia e della cultura con i suoi risultati, in gene­rale ci siamo posti in atteggiamento di diffidenza e di riluttanza ad acquisire e ad utilizzare i portati della ricerca umana. Oggi che per l’evidenza dei risultati ottenuti è stato necessario accettare i portati delle scienze positive, questa nostra diffidenza è rimasta nei confronti dell’economia politica. Scienza che pur non essendo pervenuta ad unanimi conclusioni su molti punti, ha fatto in realtà, e da tempo, giustizia di certi interventi assistenziali e bene­ficenziali sui quali invece noi cristiani ci attardiamo e che segui­tiamo a favorire ed a gestire direttamente, giustificando magari con questi il nostro silenzio sui problemi più profondi della giustizia e della pace.
  8. Come chiesa in Italia, e come ordini religiosi in modo particolare, abbiamo sistematicamente rifiutato o misconosciuto un’analisi scientifica delle realtà strutturali, economiche, sociali e politiche, dei mali connessi con lo sviluppo della città e abbiamo cercato di supplire queste carenze di analisi con una presenza «assistenziale» in alcuni settori come quello dei baraccati, dei sofferenti e degli handicappati.
  9. Quello che è ancora peggio, è che di fronte al problema della mancanza di casa e di lavoro, noi cristiani abbiamo spesso risposto con il sistema delle «raccomandazioni» che, sotto l’apparenza di un interessamento per i bisogni dei poveri, non ha fatto che coltivare un sottoproletariato spoliticizzato, qualunqui­stico e psicologicamente «dipendente», favorendo la piaga del «clientelismo».
  10. Questo tipo di presenza ha umiliato gli emarginati nella realtà di persone ed ha frenato la loro giusta collera contro lo sfruttamento e l’oppressione.
  11. Soltanto negli ultimi anni si è alzata qualche voce di credenti a denunciare questa situazione di ingiustizia. Negli anni 1969-70, a proposito della vicenda dei baraccati di Pratorotondo, a Roma fu denunciata la compromissione con la speculazione edi­lizia di noi religiosi. L’anno scorso, la Lettera ai cristiani di Roma firmata da 13 sacerdoti romani, ha fatto una denuncia più circo­stanziata e un’analisi più completa della situazione dei baraccati a Roma, delle sue cause immediate e delle implicazioni dei cri­stiani con questa situazione. Queste denunce hanno suscitato delle reazioni negative da parte nostra legate, soprattutto, al metodo non ritenuto opportuno o alle persone non ritenute competenti. Senza voler sottovalutare le osservazioni fatte a chi si era assunto il compito di questa domanda, è però necessario esaminare i con­tenuti dei documenti stessi che in realtà sembrano toccare con sin­cerità e coraggio problemi veri e scottanti.
  12. A questo punto emerge infatti una seconda motivazione del silenzio della chiesa nei confronti di questa situazione di ingiustizia e di oppressione.
  13. Cioè il significato realmente politico di questo silenzio: «Dobbiamo convincerci che ogni nostra azione è politica; anche il nostro silenzio è una scelta politica» (Lettera ai cristiani di Roma). Perché la dimensione politica, intesa come presenza razionale e responsabile dell’uomo nella storia, è una dimensione essenziale ad ogni uomo e ad ogni gruppo sociale. Col suo stesso modo di essere e di esistere, liberamente e responsabilmente, ogni uomo e ogni gruppo sociale intervengono nella costruzione della storia. Pertanto anche il silenzio, la pretesa di non far politica, è già una scelta politica, è un affidarsi ciecamente all’azione e alla poli­tica degli altri. Quindi, il silenzio della chiesa sulla situazione di ingiustizia creata e mantenuta nella città dallo sviluppo capita­listico, è già una scelta politica: è la scelta di avallare, col silenzio e la passività, l’operato del capitale, l’oppressione dei poveri, degli emarginati, degli operai, del popolo.
  14. Ma si deve aggiungere subito che la chiesa non si è limi­tata ad avallare passivamente l’oppressione dei poveri da parte dei potenti. Essa è compromessa con lo sfruttamento capitalistico a livello strutturale-economico, a livello giuridico-politico e a livello ideologico.
  15. A livello economico, l’organizzazione ecclesiastica appare, chiaramente, come una delle forze capitalistiche che sono diretta­mente impegnate nel modo capitalistico di sviluppo della città, nella speculazione edilizia che è alla radice della situazione ingiu­sta che è stata descritta in precedenza. Questo non solo per la presenza del capitale di provenienza ecclesiastica in alcune società immobiliari, allo stesso tempo proprietarie di aree fabbricabili e imprese costruttrici. Ma soprattutto perché gli enti religiosi, in una città come Roma, rappresentano una notevole parte fra le grandi proprietà dei terreni fabbricabili, come si legge in un comu­nicato dell’agenzia Adista: «Dallo schedario degli enti religiosi nel catasto rustico di Roma risultano appartenenti agli stessi enti circa 51 milioni di mq di cui almeno 13 milioni di metri quadrati situati dentro i limiti del piano regolatore del 1931, e 38 mi­lioni di mq a una distanza massima di km 25 dai limiti dello stesso piano» (30-3-72, n. 251, not. 2380).[18]
  16. Se si pensa che proprio i nostri ordini religiosi sono stati suscitati dallo Spirito nella chiesa, attraverso i secoli, per contestare, in modo profetico ed effettuale, la mondanizzazione e la seco­larizzazione della comunità cristiana che riponeva la propria confidenza nella potenza del denaro, delle strutture edilizie e delle alleanze con i potenti della terra, invece che nella «potenza di Dio» e nella forza del messaggio evangelico, viene da pensare che le nostre famiglie religiose siano diventate un sale ormai insipido e reso incapace di condire. Che significato potrà mai avere per una famiglia religiosa che accumula capitali e fondi di sicurezza per il futuro, il detto evangelico «non vi preoccupate di quel che mangerete o di quel che berrete; né per il vostro corpo di che vi vestirete… cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta»? (Mt 6,25.33).
  17. Che significato potrà mai avere per una famiglia religiosa, che finanzia le proprie opere di beneficenza ed i propri istituti vocazionali con compre e vendite di proprietà immobiliari, la prescrizione di Gesù narrata nel vangelo di Marco (Mc 6,8s): «E comandò loro di non prendere nulla per viaggio, se non un bastone soltanto; non pane, non sacca, non denaro nella cintura; ma di calzarsi di sandali e di non portare tunica di ricambio»?
  18. Se fino ad oggi abbiamo ingenuamente pensato di poter fare del bene con il frutto della speculazione edilizia, oggi, vedendo i nostri noviziati e seminari vuoti dovremmo accorgerci che il Signore non ha benedetto i nostri sforzi, pur fatti sovente con grande sacrificio e buone intenzioni, e per di più abbiamo appro­fondito le piaghe sociali consentendo agli speculatori che facevano il loro mestiere per pura volontà di arricchimento di coprirsi con il nostro modo di agire e con la nostra ideologia.
  19. Spesso la stessa costruzione di nuovi complessi religiosi costituisce un fattore portante della speculazione edilizia in una città come Roma. Infatti, con molta frequenza, la costruzione di una chiesa oppure di un istituto religioso (casa generalizia, casa di «studi» o di residenza, collegi o scuole gestiti da queste congregazioni religiose) in un determinato luogo della città, a volte a qualche chilometro al di fuori dei terreni già utilizzati, col consenso e la complicità dei costruttori e delle autorità politiche, «ha valorizzato» il terreno circostante e oltre, contribuendo notevolmente alla lievitazione del prezzo delle aree fabbricabili.
  20. Ma questo tipo di legame con lo sfruttamento capitali­stico, a livello economico, è strettamente legato con un altro di tipo giuridico-politico. L’«apparato» ecclesiastico, come è organizzato, appare come una delle potenze di questo mondo, in stretta comunicazione con i potenti. Particolarmente in Italia dove i «cattolici» sono al potere da ormai trent’anni e l’equivoco fra chiesa e potere di un partito, si ritrova in molte occasioni.
  21. Anche in questo l’insegnamento biblico è diffuso e ripetuto: «Non riponete la fiducia nei prìncipi e negli uomini che non possono portare salvezza» (Sal 146,3); «Altri confidano nelle armi e nei cavalli, noi invece siamo forti nel nome del Signore» (Sal 20,8).
  22. Non è quindi nel sostegno di forze politiche di qualsiasi genere che dobbiamo confidare per poter avere il diritto di annunciare il vangelo nella società che si va costruendo, bensì nella ferma fede che lo Spirito santo che ci è stato dato, è e sarà sempre accanto a noi per sostenerci nella nostra testimonianza: «…vi met­teranno in mano dei tribunali e vi flagelleranno nelle loro sina­goghe; e sarete condotti davanti a governatori e re per cagione mia, per servire di testimonianza dinanzi a loro ed ai gentili. Ma quando vi metteranno nelle loro mani, non siate in ansietà del come parlerete o di quel che avrete da dire; perché in quell’ora stessa vi sarà dato ciò che avrete da dire. Poiché non siete voi che parlate ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10,17-20).
  23. Oggi in Italia non è immaginabile che noi cristiani siamo tradotti davanti ai tribunali e flagellati nelle sinagoghe per la nostra fedeltà alla parola di Dio, se si escludono casi come quello di don Milani, che però stentiamo ancora ad accettare come esemplari e paradigmatici per la chiesa.
  24. Noi religiosi siamo invece ben protetti da leggi che ci assicurano un trattamento speciale, riservato per gli ecclesiastici, anche qualora fossimo rei di delitti comuni. La società ci rico­nosce un ruolo nella conservazione dello stato attuale delle cose ed è ben comprensibile che ci dia dei privilegi per garantirci libertà di azione nello svolgimento di questo ruolo.
  25. Questo compromesso e coinvolgimento della chiesa con i potenti di questo mondo, con lo sfruttamento capitalistico che è la sorgente delle storture e delle ingiustizie presenti nella città, è stato accompagnato da una specie di copertura ideologica che la chiesa ha dato a questo ordine, a questo sistema imperante. I mali della città sono stati considerati come «normali», come lo scotto da pagare al fenomeno del progresso e dell’urbanizzazione, men­tre si rifiutava un’analisi delle radici profonde di questo male. La difesa della proprietà privata, come diritto naturale e quindi voluto da Dio, e l’interclassismo che pervade tutta la dottrina so­ciale della chiesa, sono serviti di giustificazione ideologica allo sfruttamento della classe operaia e in genere di tutti gli emargi­nati da parte del capitale. Col pretesto del rifiuto dell’ateismo e del materialismo, la predicazione della chiesa ha suscitato nei cri­stiani un anticomunismo viscerale che in realtà ha diviso la classe operaia, ha frenato la spinta rivoluzionaria delle masse degli op­pressi, e ha avallato l’operato di quelle forze al potere che non possono esimersi dalle responsabilità dell’attuale situazione vio­lenta della città.
  26. Queste sono le ragioni per cui, a mio avviso, noi chiesa, non abbiamo potuto svolgere il nostro ruolo profetico nei con­fronti di questa situazione di ingiustizia e di oppressione.
  27. Nel documento sopra citato i vescovi brasiliani ammet­tono francamente: «Dobbiamo riconoscere, con spirito di vera umiltà e penitenza, che la chiesa non sempre è stata fedele alla sua missione profetica, al suo compito evangelico di stare sempre dalla parte del popolo. Quante volte, stretta dalle maglie dell’ini­quità, che sono in questo mondo, la chiesa ha fatto il gioco degli oppressori, favorendo i potenti del denaro e della politica contro il bene comune, sotto maschere ingannevoli, per ingenuità e per miseri temporeggiamenti, in una triste deformazione del messaggio evangelico. Ma la Parola le è inviata ad ogni ora della sua vita, perché si penta, perché si converta, perché ritorni «al suo primi­tivo fervore» (Apoc 2,4). Siamo convinti che quest’ora è ora di opzione per Dio e per il popolo. Di fedeltà alla missione. Natu­ralmente, il prezzo di questa scelta è sempre stato la persecu­zione condotta sotto pretesto di «prestare servizio a Dio» (Giov 16,2)».
6) Evangelo e conversione
  1. Le speranze accese dal concilio ecumenico Vaticano secondo, hanno fatto maturare però, in noi chiesa, una più acuta coscienza della nostra responsabilità in tanti mali della «città», il coraggio di un pronunciamento deciso e la volontà di una «con­versione» profonda della chiesa, per essere quella comunità di credenti che si pone veramente nel mondo, non come sede di supplenze nei confronti dell’uomo ma come segno dell’amore e della liberazione che viene da Cristo.
  2. Questa conversione, a mio avviso, dovrà seguire il filo delle compromissioni col potere precedentemente individuate. Se infatti noi cristiani non abbiamo potuto denunciare con chiarezza certe ingiustizie, a causa di una serie di legami con il potere politico e con l’ideologia che giustifica la proprietà della terra e la sua mercificazione, sarà solo con la rottura di questi legami che potremo recuperare la piena libertà di annuncio della parola di Dio.
  3. Alcuni forse si potrebbero attendere, dopo un tale discor­so, delle indicazioni pratiche o delle soluzioni tecniche. Dobbiamo però, in questa sede, resistere a questa tentazione che ci collocherebbe di nuovo in una posizione «integrista». Non tocca a noi chiesa dare delle soluzioni ai problemi della società. Vi sono già i luoghi ed i momenti per elaborare analisi rigorosamente scientifiche, per approntare i metodi di lotta e per porre in atto le trasformazioni necessarie per rendere la «città dell’uomo» un luogo di libertà e di crescita e non un luogo di sfruttamento e di alienazione. A noi chiesa spetta, però, di educarci come cristiani a fare dei collegamenti «ortodossi» fra la parola di Dio e le situazioni concrete dell’uomo cui essa si rivolge.
  4. Come in passato la comunità cristiana tentò varie volte di attuare l’evangelo anche con realizzazioni «utopiche», come la comunione dei beni nella chiesa di Gerusalemme, la povertà degli ordini religiosi o altre esperienze significative di condivi­sione dei beni, così anche oggi essa è chiamata a simili forme di concretizzazione del vangelo. Si tratta di trovare delle forme e dei modi, per manifestare la nostra concreta disponibilità a cedere privilegi e proprietà, in favore della comunità umana, senza ricavarne vantaggi indiretti che trasformerebbero queste rinunce in altrettante beffe per i poveri.
  5. Non possiamo però fermarci a gesti simbolici. La storia ha puntualmente confermato come sia funzionale al sistema capi­talistico devolvere una parte del profitto ad opere di benefi­cenza. Questo smorza le aspirazioni dei poveri verso la giustizia, e nello stesso tempo ammanta con una ipocrita veste di bontà il sistema di sfruttamento. Questo amore male inteso e contropro­ducente è precisamente messo sotto accusa dai vescovi francesi nel documento Per una pratica cristiana della politica: «È una falsa ideologia dell’amore – dicono i vescovi francesi – quella che viene invocata da coloro che vorrebbero camuffare le situa­zioni conflittuali, proporre atteggiamenti di collaborazione nella confusione, minimizzando la realtà degli antagonismi collettivi di ogni genere. L’amore evangelico richiede lucidità nella analisi e coraggio nell’affrontare gli scontri che permettono di progredire veramente verso una maggiore verità». Non sarà quindi solo con gesti di donazione, ma con una vera desolidarizzazione dal potere economico che potremo recuperare totalmente la nostra credibi­lità nei confronti dei «poveri».
  6. La seconda importante conversione che si richiede dalle nostre istituzioni religiose è quella del ritorno alla fiducia asso­luta ed incondizionata nella potenza di Dio, e quindi l’abbandono di ogni forma di alleanze con i poteri politici di qualsiasi tipo essi siano. Se i carismi dei nostri fondatori hanno dovuto essere in qualche modo protetti e «portati» da strutture istituzionali, giuridiche, culturali o architettoniche che siano, ciò è stato fatto proprio perché queste strutture fossero liberatorie nei confronti del carisma stesso. Se il mantenimento di queste strutture, ed al limite delle stesse «opere», ci ponesse nella necessità di allearci con i poteri politici di questo mondo, queste stesse strutture si dimostrerebbero delle trappole per il «carisma» e non degli strumenti di libertà.
  7. A questo punto potremmo, come i nostri santi fondatori, riprendere nuovamente la strada del pellegrino e del «servo» dei poveri, inventando volta per volta le occasioni per incontrarli e per servirli, anziché rimanere prigionieri di strutture che chie­dono di essere «difese» con l’alleanza di coloro che creano i poveri e li sospingono nel bisogno di aiuto.
  8. Di tutte queste indicazioni la più pertinente e necessa­ria rimane però quella della «desacralizzazione» dell’ideologia della proprietà sulla terra e della mercificazione della medesima a prezzi oltretutto differenziati a seconda della richiesta e della destinazione. La terra non può essere venduta perché non può essere posseduta, giacché l’uomo ha l’uso, ma non l’arbitrio sulla terra. Come sarebbe per noi oggi ancora impensabile, ma già qualcuno lo pensa, l’appropriazione dei fondi marini o la lottiz­zazione dei suoli lunari in base al diritto del «primo occupante», così siamo chiamati, e proprio dal messaggio biblico, a riflettere sull’assurdità implicita nel fatto che, per meriti militari o di fedeltà dinastiche, alcune famiglie possano avere acquisito nei secoli passati diritti assoluti sulla terra, chiedendo poi addirittura la legittimazione di queste appropriazioni all’autorità ritenuta rap­presentante di Dio.

* * *

  1. Prima di chiudere questa lettera vorrei pormi l’interro­gativo della mia personale posizione, permanendo io stesso soli­dale a molti titoli e a livello gerarchico con quelle strutture dell’i­stituzione religiosa che ritengo compromesse con i «poteri» della «città capitalistica». Sono fermamente convinto che si possa in buona fede condurre la battaglia per la «conversione» delle strutture religiose ed ecclesiastiche restando in esse con la spe­ranza di riscattarle dai loro legami con il potere del capitalismo. Questa lotta l’abbiamo condotta finora ed è bene che altri ancora la conducano. Sento però la necessità che alcuni di noi oggi, come monaci, si collochino anche strutturalmente accanto ed in mezzo ai poveri, vivendo la precarietà della loro condizione e sperimentando l’insufficienza dei loro strumenti anche per con­durre la più giusta delle lotte.
  2. Il pluralismo monastico con la sua ricca tradizione ha offerto, attraverso i secoli, varie e autentiche risposte ai bisogni dell’uomo e della chiesa ed ha ancora certamente ampio spazio per ulteriori esperienze.
  3. Guardando più a quello che la vita monastica è stata e potrà essere in futuro, che non a quello che attualmente è, rico­nosco nel cenobio benedettino un luogo di adorazione del Padre, di ascolto dello Spirito e di servizio ai fratelli come Gesù ci ha insegnato. Per attuare questa realtà non è però detto che si debba restare necessariamente legati all’immagine di monastero, sepa­rato materialmente dal contesto sociale, che la tradizione mona­stica ha consacrato e costantemente presentato come modello. Agli schemi della «cittadella dello spirito» e della «oasi di pace» si può aggiungere, ed alcuni lo stanno già facendo, la proposta di una comunità che si immerge nella condizione «violenta» della città divenuta oggi un deserto umano, per viverci una vita «diversa».
  4. Una famiglia di discepoli del Signore può attuare la sua ricerca di Dio e la sua fuga dal mondo, oggi diremmo contesta­zione al mondo, proprio perché sceglie di esistere in modo «non mondano» là dove quei poveri che Gesù amò ed ai quali conse­gnò la sua «buona novella» hanno la loro dimora e conducono la loro vita di lavoro e di lotta. S. Benedetto nel VI secolo abban­donò la città mondana per rifugiarsi nelle montagne alla ricerca di una situazione ambientale favorevole per la ricerca di Dio e l’attuazione del vangelo e ciò lo condusse a creare una comunità di uomini che visse la stessa vita dei «poveri della terra». Oggi forse s. Benedetto abbandonerebbe le campagne e le montagne popolate da graziose e confortevoli villette, dove i ricchi e potenti hanno scelto la loro dimora, per andare a cercare in mezzo alle masse dipendenti e sfruttate della città, il «giusto luogo» della rilettura del vangelo.

* * *

  1. Lo Spirito santo ci conduca tutti per mano a quella «pienezza di verità» che Gesù ci ha promesso e ci muova ad operare in una direzione di speranza. A questa speranza vigilante ci esortano i vescovi brasiliani sopra citati: «La speranza cristia­na non ci permette di rimanere inerti, aspettando passivamente il momento della restaurazione di tutte le cose (cf. Rom 8,18-22), ma esige una presenza indomita ed attiva, capace di provocare nella corrente della storia i segni della resurrezione. Fratelli, la parola di Gesù nel suo discorso escatologico, è di una forza incomparabile per noi, in questa ora oscura, ma anche carica di promesse: «“Prendete coraggio e levate il vostro sguardo, perché si avvicina l’ora della liberazione vostra”».

Dato a Roma, presso l’Abbazia di s. Paolo fuori le mura, il giorno 9 giugno 1973, nella vigilia di Pentecoste.

+ Giovanni Battista Franzoni
Abate e ordinario dell’abbazia
di s. Paolo fuori le mura


[1] Lo sottolinea ancora il chiaro riferimento del libro del Deuteronomio di universalità da una parte e di fedeltà a Dio dall’altra: «Ecco! Il cielo ed i cieli del cielo, la terra e quanto è in essa sono di Iahvé tuo Dio» (Deut 10,4). Oppure, con esplicito riferimento alla creazione: «Di Iahvé è la terra e la sua pienezza, l’orbe ed i suoi abitanti » (Sal 24,1); «Mio è l’orbe e quanto riempie» (Sal 50,12); perciò è il signore della terra e domina tutto, poiché tutto è opera di Dio: «A te i cieli ed anche la terra; / l’orbe e la sua pienezza, tu li fondasti. / L’aquilone e l’austro tu li creasti, / il Tabor e l’Hermon esultano nel tuo nome» (Sal 89,12 s).
[2] «Se camminerete secondo i miei statuti, se osserverete i miei precetti e li metterete in pratica, io vi darò al tempo opportuno le piogge e la terra i suoi prodotti e l’albero della campagna i suoi frutti» (Lev 26,3s). Si sarebbe dunque ripetuto quanto avveniva già nell’Eden prima del peccato: è Dio che dà! «“Iahvé si mostri premuroso per la sua terra / e risparmi il suo popolo”» / Iahvé rispose e disse al popolo: / «“Ecco, io vi mando / il frumento, il mosto e l’olio, / così che ne siate sazi; / non vi esporrò più / come ludibrio tra le nazioni”» (Gioele 2,18s; cf. anche vv. 23-26).
[3] È difficile dire se queste specifiche determinazioni siano state o no osservate; se effettivamente sia soltanto il primo dei Maccabei (1Mac 6,49-53) a ricordare espressamente l’applicazione pratica dell’anno sabbatico, mentre il Levitico (26,34s, 43) insinui l’inadempienza almeno per il tempo anteriore all’esilio; se il testo di Deut 15,1-18 modifica ed amplia nei parti­colari la legislazione sul «condono settennale». Importante per noi è rile­vare che l’appartenenza della terra a Dio costituisce un principio fonda­mentale della fede del popolo di Dio; che l’uso dell’uomo non annulla questo nativo diritto divino; che il povero, privato per qualsiasi motivo della sua terra, non perde II proprio diritto sulla stessa e che ogni riten­zione della terra dell’altro è un sopruso ed un’ingiustizia, perché si scontra in definitiva col principio della proprietà di Dio stesso. Da notare, in particolare, è proprio l’alto dominio di Dio, al di fuori di ogni possibile prassi o norma umana, che costituisce la salvaguardia al diritto di pro­prietà dei singoli. Poiché, lo ripetiamo, Dio è il vero padrone della terra: gli individui e le famiglie non sono che il soggetto prossimo del diritto divino di proprietà: nei singoli è inerente la fraternità umana e quindi anche quella religiosa, entrambe fondate in Dio ed esse sarebbero vane qualora non si manifestassero in modo concreto nelle reciproche relazioni econo­miche e sociali. Possono certo intervenire, e di fatto intervengono, delle vicende umane perturbatrici della condizione voluta da Dio per ogni uomo: ma queste, lungi dal giustificarla, rendono empia la nuova situazione. L’uomo non deve sentirsi mai esonerato dall’obbligo di ricercare una soluzione che ristabilisca concretamente e realmente il diritto dell’unico Dio e che ridistribuisca la propria «eredità» ad ogni suo figlio.
[4] Gesù non impone a tutti i suoi uditori la stessa radicalità o totalità di rinuncia e soprattutto le stesse modalità d’espressione. Tra coloro che gli sono vicini, leggiamo effettivamente di persone che non hanno abbandonato tutti i loro averi: oltre alle «pie donne» che con i propri beni assistono lui ed i dodici (Mt 27,55; Mc 15,41; Lc 8,1ss), abbiamo notizia dei suoi amici di Betania (Mt 26,6ss; Mc 14,3; cf. Gv 12,1ss), della sua rela­zione con Il ricco Zaccheo (Lc 19,1-10), di Giuseppe d’Arimatea (Mt 27,57; Mc 15,43; Lc 23,40s; Gv 19,38), di Nicodemo (Gv 19,39s). E nem­meno nella prima cristianità l’abbandono e la distribuzione dei propri beni fu un obbligo per tutti (cf. Atti 5,1-9), ricordando le testimonianze che abbiamo, per es., per Dorcade di Giaffa (Atti 9,36.39) e per Cornelio di Cesarea (Atti 10,2s), ecc. Ma anche costoro, come a tutti coloro che vogliono essere con lui, cioè vogliono essere suoi discepoli, veri cristiani, Gesù prescrive ugualmente una disponibilità veramente larga nei confronti dei bisogni del prossimo ed una rigorosa indagine sulla provenienza dei propri beni. E così fa Zaccheo che promette di restituire il quadruplo a tutti coloro che ha defraudato.
[5] Doctrina duodecim apostolorurn IV, 8. Cf. anche lo Pseudo Barnaba XIX, 8.
[6] Basilio, Nomina VI in Muti Lucae: Destruam, 7, PC 31, 275-278 (greco 276-277).
[7] Ib.
[8] Ambrogio, Expositio in Psalmum 118, 8, 22, PL 15, 1303-1304.
[9] Crisostomo, In Ep. I ad Tim. Hom. 12, 4, PG 62, 562-563.
[10] Basilio, Homilia in divites, PG 31, 282 (greco 281).
[11] Giuliano Pomerio, De vita contemplativa, Il, 9, 1-2, PL 59, 453-454.
[12] Ib. II, 11, PI, 59, 455.
[13] Massimo Confessore, Capita de charitate, III, 76, PG, 90, 1039 (greco 1040).
[14] Ib. III, 19, PG 90, 1022 (greco 1021).
[15] Venturi A., I beni della chiesa “patrimonia pauperum”, in Riv. di teol. mor. 3, 12 (1971) 577-581.
[16] Ireneo, Adversus haereses, 4, 30, PG 7, 1065-1066.
[17] Massimo Confessore, Capita de charitate, III, 17-18, PG 90, 1022 (greco 1021).
[18] Cf. anche F. Ferrarotti, Roma da capitale a periferia, Laterza 1970, p. 249, citato da Italo Insolera, in Roma moderna, Einaudi 1971, 2a ed., p. 325 in nota.

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