La terra senza proprietà

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Accompagno da molti anni le lotte dei popoli indigeni, dei quilombolas e delle comunità tradizionali contadine e, certamente, come dice Viveiros de Castro, se non posso fare e pensare come loro, posso almeno pensare con loro ed essere solidale con la loro lotta.

Si tratta di insorgenze per affermarsi e resistere in contesti segnati, da sempre, dalla violenza coloniale del capitale e dello stato, non solo in Brasile, ma in tutta l’Abya Ayala. Ed assistiamo anche a un conflitto insanabile tra due inconciliabili concezioni della vita. Gli indigeni, infatti, non riescono a concepire la terra come una cosa che si può comprare e vendere, perché è una realtà che si confonde con il loro esistere, carne della loro carne.

Sacro senza confini

E la terra è sempre territorio, spazio sacro della riproduzione della vita, dove si rivela la presenza viva degli ancestrali che lì riposano, dove non esiste separazione tra materia e spirito, perché encantados ed encantadas sono guide che intervengono per ispirare il bien vivir, il vivere bene, e la lotta per una Terra sem males, la Terra senza mali dei Guarani.

Il territorio è così importante che i vecchi Xavantes del Mato Grosso lo pensano ancora senza confini, senza limiti, come era prima della conquista iberica. E tutti questi popoli, come ci ha ben descritto Pierre Clastres, hanno potuto vivere senza lo stato: ne hanno sperimentato l’estrema violenza, con l’arrivo degli europei.

Con queste considerazioni, sono ritornato alla lettura di Giorgio Agamben, attratto dal suo pensiero su Francesco e il movimento francescano, prima nel suo libro “Altissima povertà” e poi nel suo commentario alla Lettera ai Romani, “Il tempo che resta”.

Abolire la proprietà

Anche per Francesco il sogno più grande è l’abolizione della proprietà e, con l’esclusione del diritto a possedere, egli desidera costruire cammini comunitari caratterizzati dall’uso delle cose: insomma profezia della povertà evangelica in cui non esistono più proprietari e padroni, confini e ricchezze da tutelare, anche con la guerra, quando questa, prima o poi, appare inevitabile e necessaria.

La sua strategia, però, è assolutamente geniale, perché non consiste nel confronto frontale e dialettico con il diritto costituito e le norme giuridiche ecclesiastiche; Francesco, infatti, aggira questo ostacolo “come se” non esistesse o, esistendo, “come se” non avesse alcun potere di influenzare e controllare la vita. “Come se” non potesse sussistere una regola alternativa al Discorso della Montagna.

Questo “come se il diritto civile non esistesse” non poteva evidentemente essere accolto dalle gerarchie ecclesiastiche, che riuscirono a normalizzare giuridicamente il movimento francescano, che diventa un Ordine. E Francesco, mentre è ancora in vita, assiste alla sconfitta del suo progetto politico. È l’istituzione – noi diremmo – è lo stato, che vince e stravince contro la profezia di chi avrebbe voluto congregare un popolo nuovo, guidato solamente dal Vangelo.

Questo paolino opporsi alla legge in nome del Vangelo, così fedele alla pratica e al pensiero di Gesù, scandalizzava il potere di Roma.

Uso povero

L’uso povero, come stile di vita, sottratto al controllo giuridico, reso inoperante, era quasi un’eresia, che contraddiceva secoli di tradizioni cattoliche, eredi di logiche imperiali e dello stesso diritto romano.

Mi soffermo a pensare sull”uso povero” contrapposto alla proprietà e, alla luce del radicale distanziamento di Francesco di Assisi dal diritto, dall’istituzione, dall’ordinamento sociale, religioso, politico, fondato sulla legge, come fosse – e, nonostante tutto, per alcuni gruppi sia tuttora in regioni momentaneamente ignorate dagli investimenti capitalisti – l’amministrazione della terra e del territorio praticata dalle comunità contadine tradizionali, che normalmente sono composte da indigeni deterritorializzati, trasformati in contadini:  caboclos, nella loro frequente autodefinizione.

Importante è anche l’apporto dei discendenti dei popoli africani schiavizzati, che, salva la pluralità culturale dei popoli coinvolti nella deportazione, si riconoscono con i quilombos, nella concezione indigena della territorialità e dell’uso della terra in alternativa all’ideologia dei conquistatori europei.

Mi pare però che oggi che questo pensiero dei popoli indigeni, dei quilombolas e delle comunità contadine tradizionali sia in crisi, soprattutto nella mentalità delle nuove generazioni. Cinque secoli di egemonia dello stato e del diritto, che si fonda sulla proprietà privata, non passano invano ed esercitano un’influenza malefica sulle coscienze.

Le tradizioni ancestrali

Insomma, nelle lotte di difesa, di retomada – riconquista territoriale e culturale – e desintrusão – l’espulsione degli invasori – non si tratterebbe semplicemente di opporre proprietà privata a proprietà collettiva, ma si dovrebbe escludere ogni influenza del paradigma della proprietà, attenti a non contrapporla, influenzati dal diritto civile e dalla legislazione indigena, alla proprietà del latifondo, delle imprese di agribusiness, di produzione di energia e di estrazione mineraria.

Un esempio dei rischi connessi con l’abbandono delle tradizioni ancestrali è dato dalla possibilità che popoli indigeni dispongano dei territori come se fossero loro proprietà e li affittino a produttori di soia o di eucalipto, collaborando così con la devastazione ambientale e con progetti senza futuro. Questo è già successo e convive accanto alla tragica possibilità che lo stato federale, che è il proprietario del sottosuolo, possa permettere l’invasione dei territori indigeni e concedere licenze per progetti di estrazione mineraria.

La strategia vincente potrebbe essere quella di riprendere la profezia sconfitta di san Francesco e la tradizione degli ancestrali indigeni e africani, con attitudini politiche che non combattono frontalmente lo stato, il diritto, la proprietà e il mercato, ma conducono la vita dei territori – anche quelli urbani – “come se” lo stato e il diritto non esistessero, in un processo segnato da discernimenti che, nonostante le inevitabili relazioni, costruisca autonomia e indipendenza.

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