La tigre cinica

di: Michele Giulio Masciarelli

Manca il cuore

Una constatazione amara che i mezzi di comunicazione sociale ci impongono è quella che ci testimonia quotidianamente che oggi manca il cuore. Negli orientamenti culturali, nella gestione delle cose politiche, nei comportamenti di vita, diviene sempre più palese la “crisi” dei valori del rispetto dell’uomo, della dignità della persona. Da qui l’urgenza di ritornare al cuore, cioè a ricostruire la cultura della tenerezza e della compassione nei sensi più elevati e profondi. Questo può diventare il mondo della globalizzazione, in mondo in cui vive un uomo senza quartiere, un uomo che smarrisse il suo e il nome dell’altro per l’apparizione dell’il-y-a, ossia dell’impersonalità e dell’anonimato incubato nelle vene della globalizzazione…

Proviamo a chiederci: che cosa potremo fare di umanamente degno e di cristianamente credibile senza cuore? Potremo forse vivere bene, in pace, in armonia con noi stessi e con gli altri senza avere cuore? La risposta a queste domande c’è: che cosa di fatto accade lo si constata dagli scenari di odio, di disamore, di mediocrità che si parano sempre dinanzi ai nostri occhi.

A vivere senza cuore corriamo di fatto, personalmente, due rischi: o ci sopravvalutiamo, anche fino al ridicolo, prendendo di diventare giudici impietosi degli uomini a cominciare dai fratelli, o possiamo diventare duri con noi stessi, perdendo la giusta autostima, fino a non valorizzare più i doni di creazione e di grazia che Dio chi ha donato.

Una cura di misericordia

Fra le debolezze del pensiero post-moderno vi sarebbe – secondo alcuni – anche quella che non sarebbe più possibile sapere e insegnare «dove si è diretti», ma solo «vivere nella condizione di chi non è diretto da nessuna parte».[1] Giustamente, perciò, l’enciclica Fides et ratio si preoccupa di un pensiero così rinunciatario.[2] Se non ridaremo cittadinanza culturale alla mitezza, se non educheremo all’esperienza della pietà, se non ricercheremo nella misericordia il nostro carattere distintivo, il mondo entrerà in una spirale rischiosa senza scampo.

La misericordia è la medicina che può risanare l’uomo contemporaneo e la sua cultura. Fortunatamente la misericordia ha un’esigenza sentita anche in alcune plaghe del campo laico: «Fra tutti gli esseri della natura solo l’uomo conosce la virtù della misericordia. La misericordia fa parte della sua eccellenza, della sua dignità, della sua unicità. […] Solo la misericordia contrassegna il mondo umano rispetto al mondo animale, al regno della natura non umana. Nel mondo umano accade pur qualche volta che “pietà l’è morta”. […] Nel mondo animale la pietà non può morire perché vi è sconosciuta».[3]

Un mondo come il nostro che, ogni giorno di più, ci appare senza cuore, si direbbe che ha bisogno di una cura di misericordia. Si tratta di convincersi che la misericordia è capace di costituire un’ispirazione profetica di comportamenti, di discernimenti, di criteri operativi anche nel campo della cultura e dell’intera vita sociale.

Se la vita s’ammala di cinismo

Un uomo che vive in un mondo senza orientamento e senza speranza è destinato ad ammalarsi di cinismo. Anzi, già l’uomo d’oggi è vistosamente malato di cinismo.

Il cinismo, evidentemente, segna anche la personalità e l’esistenza del singolo dopo aver informato di sé il tempo e l’ambiente in cui egli vive. Esso si fa riconoscere dagli scenari di odio, di disamore, di mediocrità che si parano continuamente dinanzi ai nostri occhi. Questo è indubbiamente un mondo senza compassione, il cui sintomo estremo è il disprezzo perfino della morte e dei morti, che oggi siamo costretti a constatare ogni giorno di più. Gli è che, negli orientamenti culturali, nelle scelte politiche, negli stili di vita delle società occidentali, diviene sempre più palese la “crisi” dei valori e delle fedi moderne, per l’offuscarsi dell’orizzonte di senso: «È la nascita di un cinico mondo senza speranze, senza futuro e sembra portare in sé i germi della sua stessa fine».[4]

Nelle fauci della tigre cinica

Il cristianesimo ammonisce contro il cinismo di una vita senza “giudizio finale”. Senza un Dio giudice all’orizzonte escatologico, la vita dell’uomo diventa pericolosa. Una delle grandi forme di tale pericolo la si può individuare nel “cinismo del potere”.

Il rischio del cinismo si è esteso fino alla plaga estrema della modernità che in molti chiamano post-moderno, nel quale la perdita della trascendenza si presenta nella forma della cancellazione dell’orizzonte ultimo.

Soprattutto, il riconsiderare con serietà nuova che tutto finirà con un giudizio dinanzi al Giudice, il più giusto e il più santo che si possa desiderare, dovrebbe aiutare a far rientrare la virulenza di un cinismo che si nutre di tanti cibi guasti, fra i quali c’è la convinzione di non dover rendere conto a nessuno di ciò che si fa.

Oggi, perciò, i cristiani sono nella condizione storica di rieducarsi personalmente alla verità di fede del giudizio e di far sentire anche nella loro presenza dentro la storia la sapienza di una vita impostata sulle virtù della misericordia, del perdono e della mitezza, canoni di un “codice” che nessuno può praticare con più motivazione di chi sa di dover comparire «dinanzi al tribunale di Dio» (Rm 14,10). Bisogna ricostruire una civiltà della compassione, elemento distintivo del cristianesimo.

Se non ridaremo cittadinanza culturale alla mitezza, se non educheremo all’esperienza della pietà, se non ricercheremo nella misericordia il nostro carattere distintivo e se non troveremo in essa la costante via di soluzione all’impostazione dei rapporti e alla soluzione dei problemi umani, finiremo tutti sbranati nelle fauci della tigre cinica, che nasce, cresce e diventa feroce anche per il fatto che oggi non si pensa più che, alla fine, dovremo rendere conto di tutto al Giudice dei vivi e dei morti.


[1] G. Vattimo, Al di là del soggetto. Nietzsche, Heidegger e l’ermeneutica, Feltrinelli, Milano 1991, p. 12.
[2] Giovanni Paolo II, Fides et ratio (14.9.1998), nn. 80-91.
[3] N. Bobbio, De senectute e altri scritti autobiografici, Einaudi, Torino 1996, p. 29.
[4] G. Penati, Modernità e post-modernità nel pensiero filosofico attuale, in Communio, n. 110, marzo-aprile, 1990, 19. Sul tema del cinismo come una delle forme di crisi del pensiero escatologico o come uno degli sfondi di quella crisi, cf. W. Muhs, Gli aforismi del cinico, Mondadori, Milano 1992; P. Sloterdijk, Critica della ragion cinica, Garzanti, Milano 1992; E.M. Cioran, Sillogismi dell’amarezza, Adelphi, Milano 1993; P. Landi, Il cinismo di massa, Sperling & Kupfer, Milano 1994.

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