La “Via Crucis” del carcere

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Dario Crotti è Cappellano della Casa Circondariale di Pavia. Con i detenuti, i loro familiari, gli educatori e i volontari della cappellania, ha organizzato la Via Crucis cittadina del Venerdì Santo scorso. Vengono qui riproposte le meditazioni nelle stazioni.

via crucis

C’è un testo a mio avviso fondamentale per la nostra cultura e spiritualità cristiana: La Via Crucis del povero, di don Primo Mazzolari nella quale si afferma, a memoria: «Chi ha poca Carità, vede pochi poveri, chi ha tanta Carità vede tanti poveri, chi non ha nessuna Carità, non vede nessuno, solo sé stesso».

In carcere non si può non sentire Il grido della terra e il grido dei poveri: è un urlo continuo, che, come il vento chiuso in una scatola, continua a soffiare e a muovere dentro la propria umanità.

Da cappellano del carcere – esperienza che, al di là del ruolo, vivo da molti anni, precisamente dal 1996, da seminarista – più vado avanti e più mi immergo nel grido, nel dolore scomposto di chi cerca di dire: anch’io esisto!

Certo, non posso mai scordare la voce, il volto, di chi è vittima del reato, delle tante vittime innocenti, ma davvero devo ogni volta, guardare, dietro il reato, con lo sguardo della fede, tutto quello che non c’è stato nella vita: diritti negati, infanzia abusata, trascurata, occasioni perdute; come diceva il card. Martini: «chi è orfano nella casa dei diritti, difficilmente sarà cittadino nella casa dei doveri».

Le meditazioni che seguono nascono dal desiderio dei parroci della città di Pavia dopo un appello ad una raccolta straordinaria a favore dei detenuti: raccolta che ha fatto emergere il volto bello e caritatevole delle parrocchie e di tante persone credenti e non credenti, quindi per pregare la Via Crucis cittadina con le meditazioni di persone uscite dal carcere.

Come cappellano e cappellania – la comunità di base che cerca di rispondere ai tanti bisogni del carcere – abbiamo semplicemente cucito i testi che amici e amiche, dentro e fuori dal carcere, hanno composto e condiviso a modo di scrittura collettiva.

Detenuti, loro familiari, un’educatrice del carcere, un magistrato, una catechista e una giovane volontaria… tutte e tutti insieme, fratelli e sorelle, ci siamo ritrovati e riconosciuti sotto la Croce, malfattori bisognosi di una salvezza che solo dall’alto possiamo ricevere e accogliere.

Si tratta di testi semplici che, lo scorso venerdì 8 aprile, hanno avuto una forte risonanza nel duomo gremito di persone.

Basta, dunque, considerare il carcere come un luogo di malavita! Il carcere è una preziosa comunità cristiana, generativa, che permette, in uno spazio ristrettissimo, di essere a contatto con il mondo intero, da cui non possiamo prescindere; è il terreno favorevole alla fraternità universale, all’annuncio di un dono che – chi ci sta – non può trattenere per sé.

Sono convinto che la lettura di questi testi possa fare compagnia a tutti nei momenti più bui, personali e collettivi: far intravvedere una luce, una via che il Signore apre a partire dal di dentro.

I Stazione: Gesù è condannato a morte

Meditazione di un detenuto

Ricordo don Tonino Bello, quando su un crocifisso lesse un cartellino lasciato dai pittori che l’avevano appoggiato al muro per tinteggiare la parete ove era affisso: COLLOCAZIONE PROVVISORIA. Credo che sia proprio così: “ognuno ha la sua Croce”.

La vita mia è stata un calvario. Io credo che la Croce sia la vera Chiesa, quella delle famiglie con a casa un figlio o una figlia diversamente abile o diversa dai canoni della cosiddetta normalità, bisognosa di cure in ogni momento del giorno, nel mettersi a servizio degli altri, nella sofferenza di genitori che donano tutto il tempo per accudire e prendersi cura. Vedo la Croce nei bambini che vivono la fame e che muoiono sotto le bombe degli uomini che dovrebbero proteggerli.

La Croce è sempre lì, ferma, come un monito: guarda cosa possono fare i fratelli ad altri fratelli!

Dove abito adesso, ci sono alte mura a protezione perché dalla strada non si veda cosa succede all’interno. Cosa posso dirvi? Devo aver navigato per tante sofferenze e aver vissuto forse per giungere fino a questo giorno per capire che la vendetta non serve. Può sembrare appagante, ma non è così: il perdono è molto di più, sfuggente, quasi come un’utopia.

Ma io non voglio più vivere quei giorni: scelgo di vivere, di andare avanti, scelgo di perdonare. Vi assicuro che avete il mio più totale perdono; arriverà il giorno in cui tutto questo odio dovrà finire. Solo il perdono può, perché la sofferenza passa, mentre il sofferto ti rimane addosso e non se ne va via più.

Solo noi possiamo cambiare le cose, rovesciare le prospettive, come quando nei nostri drammi ci riscopriamo migliori di come pensavamo di essere.

Se dovessi scegliere tra Dio e la Verità non avrei alcun dubbio: sceglierei Dio. La mia mamma è devota della Madonna, mi ha insegnato a vedere la bellezza e la forza che ha l’Amore per gli altri e per me stesso. Se dovessi scegliere tra lei e i princìpi e le ideologie, tra il potere e il denaro, non avrei alcun dubbio: sceglierei la mia mamma.

III stazione: Gesù cade per la prima volta

Meditazione di una persona che ha vissuto l’esperienza del carcere

Abbiamo letto: Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui: il castigo che ci dà salvezza… può apparire un controsenso; il castigo è una punizione, la punizione che si infligge a chi ha commesso una colpa e la punizione, specie se la colpa è grave; viene fatto di associarla a un che di irreversibile. Insomma, vai all’Inferno, restaci e portane il marchio!

Il castigo che, addirittura, ci dà salvezza viene a dimostrarcelo, viene a darcene esempio: il Figlio di Dio dovette venire perché non lo capivamo!

Anni fa non avrei compreso quanta verità è contenuta in una così sintetica asserzione: il castigo ci dà salvezza.

In fondo, anche sul dizionario si legge “Il castigo è una punizione che si infligge a chi ha commesso una colpa, con lo scopo di correggerlo” e la correzione, in una dimensione e visione più ampia, altro non è che la salvezza, la liberazione da tutti i mali.

Ebbene, il carcere è il castigo per chi ha commesso alcuni errori.

In quanto “castigo” – vuoi nella concezione cristiana, vuoi nell’accezione terrena da vocabolario – deve portare ad una correzione.

È così per definizione. È statuito dal Signore e sancito dalle umane norme.

Garantisco che il carcere, in alcuni casi, di certo nel mio caso, salva addirittura la vita e permette ai tuoi occhi di apprezzare una diversa visione di tutto ciò che ti circonda, mutando la percezione di ciò che ti ha avviluppato nella vita precedente; quella vita condotta, appunto, nel gregge sperduto, quella vita spesa, appunto, nell’iniquità. Il carcere può. Il carcere deve, giacché sin dal 1947, nella Costituzione, fu ben mutata la finalità della carcerazione: da mera punizione, a “castigo” correttivo, la rinomata “ri-educazione”.

Il carcere, quindi, non deve essere inteso, da noi che ne siamo fuori, come un luogo oscuro e ignoto, di cui nulla si sa, ma rassicurante. Vi si passa di fronte, si guarda di sfuggita e la sua presenza rasserena, dato che colà, quasi fosse un buco nero, il male scompare!

Nossignori, colà si entra, ma pure si esce!

Colà, quindi, devono essere concentrati i nostri sforzi, a prodigarci sempre più affinché il castigo compia la sua finalità: porti la salvezza, la redenzione, la correzione.

Pochi sono i pastori che portano orientamento al gregge smarrito, colà racchiuso. Più illuminata deve essere la visione dello strumento punitivo! Nel mondo dei reclusi ho trovato ispirazione; ho scoperto la dimensione dei derelitti, ossia degli abbandonati, delle persone rimaste o lasciate sole, prive di appoggi e di aiuti, e per lo più anche nell’indigenza. È a loro che penso, ad ogni piè sospinto nella mia nuova vita.

C’è stato chi fu trafitto per le nostre colpe e schiacciato per le nostre iniquità. Non possiamo certo emularlo, ma adoperiamoci affinché il suo esempio e le sue indicazioni, plasmino le nostre azioni quotidiane. Adoperiamoci, quindi, affinché il castigo giustamente inflitto al carcerato, sia realmente correttivo e dia compimento e senso al sacrificio di Colui che, per farci capire, dovette caricarsi delle nostre sofferenze ed addossarsi i nostri dolori. È facile! Basta davvero poco e, soprattutto, basta la curiosità di voler capire come funziona un carcere e il mondo che racchiude.

IV stazione: Gesù incontra la Madre

Meditazione della mamma di un giovane detenuto

Seguire il cammino di Gesù in questo momento di quaresima è vivere un momento di sofferenza e di compassione: la fede è molto importante in questo momento, mi aiuta a sentirmi ancora più vicina a Gesù e a trovare le risposte alla confusione della mente. Tutta la mia comunità prega per lui e per noi, questo è sentire ancora più forte la fede che da sempre ha accompagnato la mia famiglia.

“Io non posso giudicarti
ma posso cercare di aiutarti,
questo aiuto avrei voluto dartelo prima,
purtroppo mi è sfuggito il tuo disagio.
Ti chiedo scusa.
Non è finita la tua vita,
anzi si ricomincia insieme, e più forti di prima.
La rabbia fa sparlare,
e io ti voglio bene esattamente
come il primo giorno che ti ho visto.
Ma l’amore ne ha il sopravvento
e ti voglio bene esattamente
come il primo giorno che ti vidi nascere.
Ti rivedrò e il cuore batterà forte esattamente come quel primo giorno di vita, sarà una nuova nascita.
Ogni giorno prego Maria,
mamma come me e mi dà un po’ di conforto,
mi sento vicina a te e spero che
le mie preghiere ti arrivino nel cuore.

V stazione: Gesù viene aiutato dal Cireneo

Meditazione di una giovane volontaria

Simone tornava dai campi e Simone non ha scelto. Sono queste le due immagini che il brano mi ha suscitato.

I campi mi rimandano all’idea della quotidianità: la croce viene messa addosso a Simone in un giorno qualunque, al termine della giornata quando rientra dal lavoro. Non si parla di occasioni speciali, di momenti premeditati, dove si ha il tempo di prepararsi. Simone non ha il tempo di scegliere, di capire se è all’altezza o meno di quanto gli viene chiesto.

Queste due immagini mi parlano degli amici del carcere: di un’umanità che si riscopre giorno dopo giorno; nella semplicità, nella quotidianità e nella costanza dei momenti di incontro. Di un’umanità davanti alla quale non ci si può preparare, ma solo presentare a mani aperte.

E, infine, c’è la croce che porta sembianze difformi sui volti delle persone che ho incontrato: ingabbia l’anima e qualche volta anche il corpo, fa respirare a fatica, non fa più vedere la luce, né tanto meno la bellezza che vi potrebbe circolare attorno.

Chi decide di farsi carico di quella croce, di alleviare anche per poco il peso di colui che la sta portando, sa che in quella stessa croce passa un po’ anche della sua liberazione. E così la croce, da peso che grava sulle spalle, si fa salvezza.

VI stazione: Veronica asciuga il volto di Gesù

Meditazione di una catechista

Il volto sporco, sudato e insanguinato che la Veronica asciuga lo rivedo nei volti degli uomini che incontro in carcere. Sono volti segnati dalle cadute, dalle umiliazioni, dalla solitudine, dai giudizi e dai pregiudizi. Sono volti di padri, di mariti, di figli, di fratelli. Sono volti di persone che si portano addosso il peso del fallimento, dell’incapacità di risollevarsi, della paura di non farcela. Eppure, dietro quelle maschere fatte di fragilità e debolezza, ci sono altri volti, più profondi, più veri, che colpa e peccato non possono offuscare.

Come catechista mi faccio compagna di viaggio in un cammino per riscoprire quella tenerezza, quella umanità, quella bellezza che c’è in ognuno e che è parte di una bellezza più grande, di un Amore infinito, di un Dio capace di dipingere con lacrime, polvere e sangue l’immagine più bella e più vera di sé.

Il volto di Gesù impresso nel telo della Veronica diventa allora il riflesso di quei volti e di quelle vite desiderose di essere riscritte, di essere trasformate, di essere impregnate di quella Grazia e di quello Splendore capace di trasformare ogni errore in opportunità.

VII stazione: Gesù cade per la seconda volta

Meditazione di un giovane detenuto

In vita mia non avrei mai pensato di entrare in carcere, ma certi avvenimenti mi hanno portato ad essere la persona sulla strada che conduceva a queste quattro mura.

Sono convinto che Cristo da qui mi faccia vedere e sentire meglio il peso della sua Croce e del dono che fa di sé stesso, fino in fondo, per cancellare i nostri peccati, compresi i miei, intrisi di odio e di sentimenti negativi verso una vita che per me era un sistema che mi disgustava, senza più apprezzare i doni più grandi: la mia famiglia, l’Amore, il mio lavoro e le amicizie.

Delinquendo, ero consapevole di fare del male, e per un periodo era quello che mi riusciva meglio: dentro, la mia anima soffriva, come una vittima di guerra. Poi l’arresto, l’umiliazione davanti ai miei compaesani e la consapevolezza di tutto il dolore che avrei portato a tutti i miei cari.

Come il Cireneo, in carcere ho trovato chi mi poteva aiutare ad alleviare il peso della Croce; ho riscoperto il dono della fede, che avevo da tempo messo da parte a causa di alcune perdite e vicissitudini violente. In cuor mio ho dovuto accettare e placare tutto ciò per una pace interiore e con Dio, anche di fronte a figure come il Pubblico Ministero che mi ha condannato a tutto questo: solo l’Amore per la mia famiglia e la fede mi hanno dato la forza di guardare in faccia i miei errori e cercare di risolvere tutto ciò.

La vita qui è dura, ma cerco di affrontarla prendendola di petto e con gioia, nonostante tutto, attendendo l’ora di rimettermi in gioco e sperando di recuperare ciò che ho perso e lasciato in sospeso fuori.

La libertà e le piccole cose bisogna apprezzarle sempre, soprattutto quando ti sembrano scontate, ma in realtà valgono più dell’oro, e se si vuole di più o si ha bisogno di aiuto, basta impegnarsi onestamente e chiedere: “Chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto, cercate e troverete”.

Concludo con un pensiero per tutte le persone che – come hanno fatto su Gesù – si mettono prontamente a giudicare, deridere, prendere in giro: errare è umano, perseverare è ignoranza, ma perdonare e accoglierci nelle nostre fragilità ci rende più nobili e più umani.

Anche in carcere si possono trovare persone così, con un animo nobile; non fermiamoci alle apparenze, perché ingannano.

VIII stazione: Gesù incontra le donne di Gerusalemme

Meditazione della moglie di un detenuto

Essere donna – figlia, sposa e madre – e vivere l’esperienza di tuo marito che finisce in carcere è quasi impossibile da spiegare, come impossibile è spiegare quali sentimenti si provano. Anche perché noi siamo sempre stati una famiglia semplice, senza precedenti, senza avere a che fare col mondo della giustizia.

Siamo arrivati in Italia anni fa: prima mio marito che, con fatica, ha messo le basi perché noi potessimo raggiungerlo per pensare ad un futuro migliore, a una scuola buona per le nostre figlie e nostro figlio. Già questo non è semplice: imparare una lingua, costumi, modi nuovi di fare, ma ci siamo presi questo peso sulle spalle, proprio come Maria e Giuseppe che sono scappati per dare un futuro di vita a Gesù.

Tutto sembrava andare bene, ma poi, in un giorno incredibile, siamo entrati in un incubo: quando mio marito è entrato in carcere, anche il carcere è entrato a casa mia, a casa nostra. Niente contatti, nessuna notizia, se non pian piano attraverso il cappellano che ha sempre fatto da ponte tra noi e lui, venendoci anche a trovare a casa. Piccolo segno di una speranza, che a volte sembrava nascere, a volte, per le notizie del processo e la lunghezza dei tempi, sembrava essere inghiottita nel buio dell’incertezza.

È dura arrivare la sera a cena, quando il figlio e le figlie ti chiedono: quando torna? Cosa dice l’avvocato? Chissà cosa starà facendo, adesso, papà in carcere?

Queste domande dette ad alta voce, queste semplici domande, mi hanno insegnato a non tenere tutto dentro; chiedere, bussare, cercare come dice Gesù nel Vangelo, è la via da seguire: abbiamo – ho bisogno – di parlare con qualcuno, di chi mi ascolti per dire quello che mi passa nel cuore o, a volte, di stare in silenzio con le mie lacrime, ma davanti a qualcuno.

Beati voi che ora piangete, perché riderete: è questa la beatitudine che stiamo provando, come famiglia credente, con tutte le sue fatiche. Siamo convinti che questo momento di dramma porterà i suoi frutti; è una Croce che non avremmo mai voluto, ma la prendiamo; attraversiamo questo momento con la guerra che c’è intorno a noi, certi che siamo in cammino verso la luce, la Risurrezione e la Pasqua.

X stazione: Gesù è spogliato delle sue vesti

Meditazione di una educatrice del carcere

Nel mio lavoro di funzionario giuridico pedagogico entro in relazione con le storie di tanti uomini, tutti accomunati dall’essere detenuti per le colpe commesse e, per questo, spogliati, dal loro ingresso in carcere, della libertà, della condizione sociale e così della propria dignità.

Sono uomini spesso inermi, alcuni con problemi psichiatrici, privi del necessario per poter sperare e credere in un riscatto sociale. Molti non hanno riferimenti familiari né risorse affettive e lavorative. Per questo sono sempre più esasperati nella loro “povertà”.

Ho scelto di fare questo lavoro perché credo nell’uomo, credo che anche le condizioni peggiori hanno un senso, sono preziose e utili. È qui, nelle realtà più buie, che, come figli di Dio, siamo chiamati a fermarci per aiutare l’altro a ripartire. Ogni uomo, anche l’ultimo degli ultimi, deve essere messo nelle condizioni di comprendere la gravità dei propri atti, pagare per le colpe commesse e avere le condizioni per ricostruirsi come “persona nuova”.

Tutto questo richiede un lavoro molto difficile e faticoso, si parte dal conoscere l’uomo e la sua storia. Ogni giorno raccolgo le sofferenze, la rabbia, il dolore e anche le cattiverie più nascoste di uomini per i cui percorsi di recupero sono necessari strumenti e risorse che spesso mancano… e così, tante volte, troppe volte, quella stanca e impotente mi sento io.

Più calano le tenebre e più la luce brilla anche dove tutto sembra perso: è prezioso quando si riesce a far entrare, in questo contesto di povertà e di sofferenza, un messaggio di luce che viene dalla realtà esterna. Non posso non ringraziare sentitamente diverse opere di volontariato grazie alle quali e con le quali si lavora per cercare di “coprire” tante nudità e sofferenze.

Signore Gesù, nudo sulla croce, aiutami ad essere anch’io nuda davanti a te.

via crucis

XII stazione: Gesù muore in croce

Meditazione di un magistrato

“Ha vissuto una vita sacrificata.” Lo sentiamo dire di persone la cui esistenza è stata caratterizzata da esperienze difficili, faticose, che le hanno indotte a rinunciare a qualcosa o a molto che desideravano.

A ognuno di noi può capitare di dover fare sacrifici o, talvolta, di sentirsi sacrificati, di sentirsi diminuiti da qualcosa che ci coinvolge negativamente e che non possiamo evitare.

Chi vive, subisce, sopporta, teme l’esperienza del carcere, sa bene cosa significa essere sacrificati nella libertà e negli affetti familiari. Allora ci si chiede che senso ha e cosa viene dopo il momento del sacrificio, se non la speranza che esso non sia fine a sé stesso, ma offra nuove possibilità di vita.

E in questa prospettiva conforta la frase di Gesù nell’ultimo momento della sua vita terrena.

XIII stazione: Gesù è deposto dalla croce

Meditazione di un detenuto in affidamento presso una Comunità

Sono di origine marocchina e di credo musulmano, ma partecipo volentieri a questo momento di preghiera con i fratelli cristiani. In carcere la convivenza, anche se forzata, mi ha fatto incontrare più da vicino la Chiesa, le parole e i gesti di tanti uomini e donne cristiani, e ho potuto ammirare da vicino il loro operato pur in mezzo a tante difficoltà.

La Croce è come il giudizio: ci rimani inchiodato, fissato per sempre nel tuo sbaglio in quello che eri, e per gli altri sei e sarai solo quello.

Un giorno mi è stata proposta la comunità e il cammino di liberazione dalla dipendenza che essa propone: anche la dipendenza è essere inchiodati, fissati a un modo di fare e di essere che annulla il tuo futuro: sei impantanato e non ne esci più.

Ho accettato questa opportunità, ho potuto uscire dal carcere, accompagnato: non mi sembrava vero; facevo fatica a guardare la campagna, le strade, le case perché non più abituato a guardare lontano; per quattro anni solo muri, corridoi e porte ben chiuse.

Entrare in comunità per me ha significato essere deposto dalla Croce, essere tolto dai chiodi che mi fermavano a quella vita – non vita. Ora tocca a me, perché a volte sono le mie scelte che possono rimettermi i chiodi: la scelta della libertà va portata avanti ogni giorno, ogni minuto.

Chiedo a Dio di aiutarmi a vivere da libero: la libertà è sempre da conquistare, messa un passo davanti a noi; è come un tesoro fragile, e lo puoi perdere per una stupidata.

Vi lascio con una mia poesia, segno di questa mia sete di libertà:

La libertà non ha un prezzo, qui,
non rimane che far scattare la mia fantasia
e nessuno può impedirmi, o condannare,
la mia bellezza interiore;
intorno a me non ci sono angeli.

Sveglio la mia mente,
ogni volta che apro la finestra,
con fatica osservo il cielo,
e comincio a contare le stelle
dimenticando da quanto tempo sono qui e quanto mi rimane;
sorrido alla luna, come se avessimo una sorta di complicità:
pensiero libero e anima pulita.
La bellezza ovunque: e campi di grano e api che ballano sulle rose.

Il giudizio degli uomini che mi hanno condannato,
fa parte del mio passato
ecco la realtà: non mi perdono; mi giro e trovo blindi ben serrati.

Tante semplici cose a cui nel passato
ho dato valore inutile,
adesso piango perché questo posto
non è fatto per noi.
Saluto la luna e chiudo le finestre
poi mi sveglio con il rumore delle chiavi del povero assistente
e, a guardarlo in faccia, mostra un’espressione
come se fosse come noi legato.
È amara la realtà e ci affidiamo alle nostre speranze.

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