L’arte del morire e del vivere

di: Lorenzo Prezzi

Il suicidio degli anziani: una sfida. Un contributo nella prospettiva dell’etica cristiana. È il titolo di un documento indirizzato alle comunità cattoliche e cristiane della Svizzera da parte della Commissione nazionale Giustizia e pace. Concluso a metà giugno è stato reso pubblico agli inizi di luglio è strutturato in otto brevi capitoli e si sviluppa per una cinquantina di pagine.

La riflessione ruota attorno al suicidio assistito, all’eutanasia. Nell’arco di due anni i numeri di quanti si sono affidati alle organizzazioni dedite all’assistenza al suicidio (Lifecircle, Eternal Spirit, Exit Deutsche Schweiz) sono passati da 279 a 500. Sono per lo più non in fase terminale, appartengono alle classi agiate e, per un terzo, vengono dall’estero, in particolare dall’Italia. Vi è un crescente interesse in merito, sia nei dibattiti pubblici, sia nei dialoghi familiari e amicali. Exit raccoglie oggi 100.000 associati.

Il discorso sul morire torna in pubblico grazie ad alcuni casi molto mediatici, ai racconti cinematografici e televisivi e ai dibattiti alimentati dalle organizzazioni favorevoli all’eutanasia. Anche la “morte pubblica” di Giovanni Paolo II nel 2005 ha contribuito al cambiamento. La morte è sempre più percepita non tanto come nemico da combattere ma come compito da gestire.

Può sembrare paradossale ma i riferimenti sia di quanti sostengono il suicidio assistito, sia di quanti l’avversano sono in apparenza gli stessi: l’autodeterminazione, la libertà, la qualità della vita. Ciò che li distingue e che determina opzioni contrapposte è il quadro antropologico (e teologico) complessivo: l’autonomia priva di relazioni da un lato, la vita come dono ricevuto e dato, dall’altro. L’autonomia è invocata di contro alla dipendenza dalla cura e dall’aiuto degli altri; la libertà sembra richiedere il controllo e la pianificazione della propria morte; la qualità della vita è ricondotta all’assenza di dolore. In ogni caso vi è una rinnovata domanda di accompagnamento e di una presa in carico complessiva, oltre le specializzazioni della medicina.

La cartina al tornasole più significativa è costituita dalla cure palliative, centrali per chi si oppone al suicidio assistito e di scarso rilievo per chi lo sostiene. Gli elementi essenziali delle cure palliative sono il volontariato come complementare al lavoro medico, i gruppi interprofessionali, la valorizzazione delle attitudini e dei valori umani nelle professioni ospedaliere, la collaborazione fra le istituzioni (ospedali, case assistite, hospice, cure familiari ecc.), l’accesso a tutti per le cure palliative. Esse richiedono l’autodeterminazione del paziente (ciascuno deve rendere possibile la propria morte), una terapia efficace contro i dolori e un accompagnamento in ordine non alla guarigione (impossibile) ma al riconoscimento dei limiti e della finitezza della vita.

Chi riconosce la centralità delle relazioni e l’inevitabile imperfezione della vita (malattie, debolezze, limiti; il bisogno di redenzione in termini cristiani) non accede al suicidio assistito e non è prigioniero di una affermazione assolutistica della vita. Disposto a farsi sorprendere fino all’ultimo. Se si va imponendo un ars moriendi nova (una nuova arte del morire) è perché è necessaria una ars vivendi nova (una nuova arte del vivere).

I cambiamenti sociali e culturali impongono una rinnovata attenzione. La crescita degli anni di vita ha aperto una nuova stagione permettendo non solo una “terza”, ma anche una “quarta età”, col risultato che i figli già in pensione accudiscono i genitori anziani, in prevalenza le donne. Si espande la dimensione suicidale, determinata soprattutto dalla depressione, dal moltiplicarsi delle infermità, dall’isolamento. I costi della cura degli anziani possono arrivare a dragare l’intero patrimonio accumulato in vita. Le nuove regolamentazioni giuridiche aprono sempre più alla dimensione volontaria della decisione del morire. Mentre il discorso e i gesti della tradizione appassiscono appaiono nuove domande in ordine all’ultimo tratto della vita.

Il testo, assai più ricco di queste brevi note, si conclude con delle raccomandazioni alla società, al sistema sanitario e alla Chiesa. Ricordo queste ultime: riprendere in maniera nuova le sfide legate al morire; farsi difensori dei vecchi e dei deboli; impegnarsi nell’ambito della cure palliative; tornare a parlare della vita e della morte; aprirsi a nuovi pensieri. Non basta ricordare la visita agli anziani e malati, né i tradizionali “paletti” che censurano il suicidio. Forme sociali e culturali nuove impongono una nuova capacità di accompagnamento e di partecipazione al dibattito pubblico.

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