“Las Posadas”, ovvero il “rifiuto dei migranti”

di: Maria Teresa Pontara Pederiva

Santa Fe, Nuovo Messico, domenica 9 dicembre, ore 5.30 pomeridiane: prende avvio “Las Posadas”, un evento della tradizione ispanica che qui, negli Stati Uniti del 2018, assume un significato tutto particolare.

“Las Posadas” ha una storia antica che si rifà al racconto biblico di Luca che ha ispirato diverse narrazioni e che, in tutti i Paesi latinoamericani, vede riunirsi ogni anno, attorno alla metà del mese di dicembre, migliaia di persone di fede cristiana per celebrare l’imminente venuta del Bambino Gesù la notte di Natale (per qualcuno segna l’inizio della Novena di Natale).

La vicenda è nota: dalla sua casa di Nazareth Giuseppe si reca a Betlemme per il censimento imperiale insieme alla moglie Maria, incinta, che là darà alla Luce il Salvatore, l’Emmanuele, il Dio con noi. Una volta giunti là, la coppia non trovò altro riparo o rifugio (in lingua spagnola appunto “posada”) per riposare – e, per Maria, per partorire – che una grotta, come ci spiegano i biblisti, nel caravanserraglio alla periferia di Betlemme, luogo di sosta per gli animali.

Un evento della tradizione spagnola che parla di “rifiuto” agli stranieri

L’evento ripropone la “ricerca” di un rifugio e soprattutto il “rifiuto” dello straniero, soprattutto se povero. Centinaia di persone, alla luce delle candele, si stringono attorno a due figuranti, Giuseppe e Maria (incinta) che si muovono lentamente, a piedi e a fatica, lungo il perimetro della piazza della cattedrale dedicata a san Francesco d’Assisi.

La coppia si ferma di fronte ad un albergo dalla cui terrazza sbuca un personaggio che rappresenta non solo un arcigno albergatore, bensì il diavolo in persona che, pronunciando espressioni della lingua spagnola del XVII secolo, li scaccia con gesti inequivocabili. Le persone, in maniera molto composta, esprimono tutta la loro indignazione, ma… non c’è niente da fare: non c’è posto per Giuseppe e Maria che si trovano costretti a riprendere il cammino.

Il tentativo si ripete, sempre con il medesimo epilogo, e la coppia si allontana in silenzio, affidandosi solo al bastone di Giuseppe, verso il suo destino che si compirà di qui a pochi giorni, mentre le persone si radunano nel cortile dell’ex governatorato spagnolo dove si socializza tra biscotti distribuiti dai volontari e sidro di mela caldo.

L’esecuzione di canti della tradizione natalizia completa il tutto in un’atmosfera sempre molto composta, anzi quasi velatamente melanconica. Non c’è traccia dello sfavillio di luminarie comune a tutte le grandi città americane, anche se, a onor di cronaca, non c’erano solo ispanici alla manifestazione, ma erano diversi i “bianchi caucasici” (secondo la definizione ufficiale) che si sono accodati volentieri con il cero acceso.

Forse qualcuno non ha dimenticato (ma purtroppo in tutta la Nazione molti invece sì) di essere comunque discendente di quelle povere famiglie irlandesi, tedesche o italiane, che secoli fa hanno varcato l’oceano in cerca di una vita migliore, incontrando spesso forti resistenze e soprattutto tanta emarginazione.

Che l’evento rievocato sia oltremodo significativo qui a Santa Fe lo dimostrano le poche miglia che la separano dalla cittadina di El Paso al confine col Messico dove prosegue la costruzione dell’ormai celebre Muro che dovrebbe scoraggiare l’ingresso dei numerosi migranti (ovviamente ispanici e poveri) e dove il presidente Trump ha inviato migliaia di soldati in assetto di guerra per contrastare la colonna umana di famiglie povere che si è messa in marcia settimane fa attraverso gli Stati del Centroamerica per raggiungere la meta di “una vita migliore” (la stessa espressione usata per decenni dai migranti europei).

Un “rifiuto” che si ripete oggi da una parte all’altra dell’Oceano Atlantico

La sommessa, e a tratti malinconica, rievocazione sembra ricordare tutto ciò, e una conferma è venuta anche dal voto espresso il 2 novembre scorso dai cittadini del New Mexico che hanno eletto un nuovo governatore, scegliendolo dal Partito Democratico, o dalle preghiere dei fedeli e dalle omelie alle messe parrocchiali, evidentemente ispirate dal vescovo locale, John C. Wester, originario di San Francisco da madre svedese e padre irlandese (ma con ottima conoscenza anche della lingua spagnola), noto anche da noi per la sua opposizione, due Natali fa, a quella che era stata soprannominata “la tassa sulla tortilla”, la volontà, da parte del governatore allora repubblicano, di ripristinare una tassa sugli alimenti che avrebbe gravato non poco sulle tasche delle famiglie più povere (con oltre il 47% di ispanici il New Mexico è lo stato americano con il più alto numero di immigrati).

Che la minoranza ispanica subisca oggi il disprezzo (se non tratti di autentica umiliazione) da parte dell’attuale amministrazione non è un mistero – anzi viene denunciato a più riprese dall’arcivescovo di Los Angeles, José H. Gomez, vicepresidente della Conferenza episcopale americana, di origine ispanica – e le speranze di tanti sono affidate ai nuovi membri della Camera, eletti tra le file dei Democratici che ne han riconquistato la maggioranza.

Ma non cambiano le cose di qua o di là dell’Oceano Atlantico, se andiamo a vedere la mancata ratifica del Global Compact ONU sui migranti che si è consumata a Marrakech nei giorni scorsi dove, a fronte di 179 Paesi che sostengono il documento «non vincolante», 14 restano contrari: 6 di essi sono extra-UE (USA, Israele, Australia, Svizzera, Cile, Repubblica Dominicana) e ben 8 all’interno dell’Unione Europea: Austria, Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Polonia, Slovacchia, oltre all’Italia, che non ha neppure partecipato al summit.

… e da noi purtroppo si accende la polemica sul presepio

Ogni riferimento a persone o fatti di casa nostra a questo punto è tutt’altro che casuale, se è vero che l’editoriale del direttore Tarquino sul presepe è stato oggetto di pesantissime critiche da quanti, bontà loro, affermano di riferirsi al Vangelo di Gesù Cristo: i soliti siti tradizionalisti, quelli che si ritengono i cattolici al cubo, continuano ad ospitare articoli e commenti che toglierebbero ogni riferimento alla povertà dalla vicenda di Maria, Giuseppe e il Bambino con la scusa di «evitare indebite strumentalizzazioni a livello politico da parte del giornale dei vescovi».

Sempre nella rete, altri siti che ospitano un dialogo tra i cattolici vengono presi d’assalto da commentatori (tutti rigorosamente anonimi, che serietà!) che intenderebbero – ancora bontà loro – fare proseliti indicando la presunta “purezza” delle vicende narrate dall’evangelista Luca. E intanto si invita ad allestire il presepio nelle scuole e negli uffici pubblici (ma sono luoghi laici, dove non può accadere che un docente decida da solo, occorre il voto del Collegio Docenti o l’adesione di tutti i dipendenti…), mentre  vengono fatti sgomberare ostelli e centri di accoglienza migranti.

Chissà, forse i pastori sono solo un’allegoria, la stalla che ci hanno raccontato una favola triste, o – perché no – una messa in scena da tragedia greca: non era certo questa l’intenzione di Francesco d’Assisi, lui che aveva sposato Madonna Povertà, quando ha pensato di rievocare la nascita del Salvatore allestendo il primo presepio… Ma forse siamo noi, come le centinaia di persone che rievocano in questi giorni “Las Posadas”, a non avere ancora capito.

La Santa Coppia che non trova altro posto per far nascere quel Figlio se non in una stalla, la Sacra Famiglia costretta a fuggire in Egitto per scampare alla persecuzione di Erode, un povero galileo che vagava a piedi fino a Gerusalemme confidando nella Provvidenza, crocifisso dal potente di turno non avrebbero niente a che vedere con le vicende dei poveri e dei perseguitati della terra di ogni tempo: ne siamo proprio sicuri?

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